Zbeen – Tonal Whiplash

Zbeen – 'Tonal Whiplash' (2017)

Un evento traumatico che non interessa solo il collo, ma l’intero corpo dell’ascoltatore. Il colpo di frusta di Ennio Mazzon e Gianluca Favaron, in arte Zbeen, è tanto intenso quanto complesso da decifrare. “Tonal Whiplash” (2017), una release 13 con mastering affidato ad Anacleto Vitolo, incuriosisce per l’intrigante commistione fra elementi analogici e digitali, la cui successione non lineare rappresenta una rinnovata urgenza di disordine. Il quarto album del duo veneto, tre anni dopo l’interessante “Eigen” (2013), è composto da sette tracce diverse fra loro, ma accomunate da una matrice astratta, tanto dense quanto pulsanti sotto pelle e, soprattutto, tendenti a mutare sia in superficie che in profondità. Variazioni repentine, frequenze stridenti, irregolarità randomiche. Autentici ermetismi computerizzati. Deformi, o non convenzionali. Caotici tentativi di ordinare un doppio flusso d’incoscienza. Tra musique concrète e noise.

L’opener Rest Energy è caratterizzata da impulsi elettronici e fruscii convulsi, che rimandano a un’oscurità latente e preconizzano altre cacofonie. Esplosioni sullo sfondo e un’atmosfera, all’improvviso, rarefatta. Le bizzarre frizioni di Marciulionis’ Tash sconvolgono la calma apparente, una condizione reiterata durante la segmentata Tea Cube. Nuove allucinazioni dalla forma indefinita si manifestano anche in chiave drone. Materia Prima è, invece, una nuvola di suoni, addensati intorno a un nucleo pulsante, da cui si diramano cerchi concentrici. Bisbigli, click, salti nel vuoto. Il passaggio a Decalcomania è impercettibile. La sintesi tra astrazioni e field recording si compie in Seitan Core. Meno alti e bassi al netto degli spigoli trademark del duo. Ne deriva un profilo più dimesso e, al di là di una convulsa conclusione, affatto invasivo in termini sonici. Sopa Coada ribadisce, infine, l’onda d’urto di Ennio Mazzon e Gianluca Favaron.

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