Zbeen – Stasis

Zbeen – ‘Stasis’ (2012)

Astrazioni, field recordings e manipolazioni ad hoc per declinare il paradigma derivante dall’interazione fra esseri umani e strumenti meccanici. In meno di un’ora, Ennio Mazzon e Gianluca Favaron scompongono migliaia di bit e attraversano lo spettro sonoro al confine tra ambient, improvvisazione, un pool di segnali digitali e vettori matematici. Di “Stasis” (2012), titolo affatto casuale, esistono duecento copie al mondo. Entr’acte e Ripples Recordings hanno confezionato un lavoro davvero singolare che, per essere ascoltato, necessita di un paio di forbici.

Il packaging è algido. Urge un taglio netto e preciso. Una procedura del tutto simile a quella applicata dal duo Zbeen alle due tracce, masterizzate da Giuseppe Ielasi. La prima, Skyr Stillheten, è il doppio della seconda in termini di durata. E si compone e scompone di continuo in blocchi dai toni grigi, al limite del crepuscolare. Suoni scricchiolanti, voci nel nulla, basse frequenze. L’aria ne è presto satura.

Nel momento in cui disturbi e interferenze s’infittiscono, i volumi crescono altrettanto ed emerge persino una linea melodica. Meno suggestiva e più omogenea appare Flytende Stillheten, parzialmente costruita su pulsazioni sotterranee che, quasi ininterrotte, si distendono nell’arco di oltre nove minuti. Una breve pausa ne interrompe il flusso. Rombi lontani e nuovi mormorii le sorgenti sonore ignote. Prima che cali il silenzio, così come la nebbia, un’ultima scarica elettrica ne segna il passo.