Who Needs Reasons When You’ve Got Music?

I-f

Riassumere in poche righe la caratura di I-F, o Interrference, è impresa ardua. Comprendere i suoi pensieri è questione di un istante. Ferenc E. Van Der Sluijs è, in primis, un dj e produttore attivo da tre decadi. Instancabile. La sua carriera fa perno su una parola: libertà. I trascorsi con gli Unit Moebius, la gestione della Viewlexx, il boom dell’electroclash, la ricerca di musiche ‘altre’, lo studio quasi filologico dell’italo disco, la quotidianità della radio Intergalactic FM e le performance in giro per il mondo lo hanno reso una delle figure centrali della scena elettronica. Fieramente underground.

Anni fa hai rivelato che quando comprasti il tuo primo disco, ti rendesti conto che la musica elettronica avrebbe fatto parte della tua vita. Qual è stato il 12” che ha innescato la tua grande passione? Ricordi altri episodi particolari oltre ad ascoltare alla radio i brani dei Kraftwerk mescolati con quelli di Giorgio Moroder?

Il primo disco che ho comprato è stato “You’re My Magician” (1981) del duo Lime. Avevo conservato un po’ di soldi per questo acquisto, ero ossessionato dalla disco music ma, al tempo stesso, ero un fan dei Motörhead. Vivevo una specie di crisi d’identità. A quei tempi, la gente provava ad assomigliare ai propri idoli, a chi seguiva musicalmente. C’erano i punk, i seguaci della new wave e quelli della disco music. Io non sapevo chi fossi. A me piaceva la musica. Sono sempre stato dell’idea che, se un disco suono bene è un buon disco, non importa a quale genere faccio riferimento. La mia genuina passione per la disco music va, però, oltre. Non è stata soltanto una questione di moda, ma il più grande fenomeno globale prima dell’avvento della musica elettronica.

Durante gli anni del liceo, reduce dalla sbornia disco music, cominciai a sintonizzarmi sulle varie radio pirate e ciò mi aprì ulteriormente gli occhi sull’italo disco, pur non avendo cognizioni di causa a riguardo. Non sapevo che fosse quel sottogenere di produzioni provenisse dall’Italia, era la musica che amavo e basta. Oggi ne ho scoperto il lato, forse, più decadente, era fondato su interessi economici, ma ero attratto dal suo groove. Niente aveva la stessa importanza. Nel frattempo, avevo cominciato ad ascoltare sia l’electro che l’hip hop, oltre ai soliti Motörhead. Un bel giorno al Downtown, il locale della cittadina in cui abitavo, il dj fece una selezione con brani dei Kraftwerk, italo disco ed esperimenti electro e ciò mi colpì nel profondo, cambiando davvero la mia vita. Mi rovinai anche a scuola perché, in quel momento, la musica era come una divinità.

Il tuo nome può essere collegato a trent’anni di generi e stili diversi. Tutto ha avuto inizio a L’Aia, una piccola città sul Mare del Nord. Perché è così rilevante?

Tra gli anni Settanta e Ottanta, L’Aia è stata simile a Detroit. In primis, da un punto di vista urbanistico. La città era stata teatro di uno scontro tra forze olandesi e la Luftwaffe durante la seconda guerra mondiale. C’erano aree abbandonate, edifici in rovina o caduti in disuso, poi occupati dagli squat, liberi di poter suonare lì la musica che amavano, senza pretese, regole o tensioni di sorta. Ho aperto il mio negozio di dischi all’inizio 1993 e, contemporaneamente, entrai in contatto con i ragazzi della Bunker Records, che avevano difficoltà nel distribuire i loro dischi. Fui sorpreso dalla loro musica, non avevo mai ascoltato qualcosa del genere, quindi, me ne occupai in prima persona. Ed è stato così che fui invitato ai loro party Acid Planet, eventi che mi hanno introdotto all’interno della scena squat che, a quel tempo, era la più libera al mondo.

Una volta sul posto, potevi fare davvero ciò che volevi. Ero circondato da amanti dell’electro, dell’italo disco, neo-nazisti e punk, tutti uniti dalla musica. I nostri party erano liberi. Le nostre trasmissioni radiofoniche erano libere. Non c’erano barriere, soltanto libertà allo stato pure. Ed è ciò che mi ha fatto crescere, in parallelo alla musica che continuo ad ascoltare e a suonare ancora oggi. Non mi sono mai interessato di politica, un tipo di attività che discrimina in automatico. A me non importa nulla se chi ho di fronte è un sostenitore di Adolf Hitler o ammira Josif Stalin. Sono contrario a ogni tipo di ‘ismo’: nazismo, comunismo, socialismo, capitalismo, persino buddismo.

Per questo motivo, ho creato il mio ‘mondo’, un modo per sopravvivere. E per essere completamente libero. La libertà è ciò che conta. Potrei definirmi un ‘fondamentalista’ della stessa. Ho la mia morale. Credo nella libertà di ciascun individuo o spirito. Non c’è alcuna entità al mondo che deve governarmi o impormi ciò che è giusto o sbagliato, buono o cattivo. Sono consapevole della differenza tra questi aggettivi. Non capisco, però, perché Adolf Hitler sia ancora così famoso e influente oggi rispetto tanti altri personaggi storici. Non è folle ciò? Quanti altri dovranno morire in nome del comunismo? Nessuno dovrebbe farlo soltanto perché crede in qualcuno o qualcosa.

È stato importante vivere in prima persona l’esplosione dell’house e della techno?

L’esplosione della scena techno di Detroit va di pari passo con quella house di Chicago. Quando il filone italo disco si esaurì, divenendo finanche commerciale, l’electro catturò la nostra attenzione. Era una specie di sintesi delle sonorità che apprezzavamo, tra computer, sintetizzatori e vocoder, originate da uno o più sconosciuti artisti nella rispettive camere. Non c’era chissà quale distinzione tra la techno proveniente da Detroit e l’house che emergeva da Chicago: amavo entrambe allo stesso modo. Il sound era, ovviamente, differente. Anche quello era sinonimo di libertà. Alcuni produttori si dedicavano alle loro creazioni, aggirando le grandi etichette, scegliendo di controllare in toto il loro processo creativo, offrendole a un mercato più ricettivo e alla loro portata.

Ecco perché era possibile avviare un certo business, come una distribuzione o, nel mio caso, un negozio di dischi. Siamo stati fortunati. La gente di allora cercava qualcosa di alternativo, di forte. A questo punto, sarebbe sciocco affermare che Michael Jackson, Madonna o Prince abbiano registrato brani scadenti. Artisti del loro calibro sono stati il cuore dell’industria musicale, hanno segnato un’epoca. Li adoro. Non è mia intenzione puntare il dito contro nessuno. Noi altri abbiamo solo cercato un modo per esprimerci e sentirci liberi, monetizzando le nostre intuizioni artistiche. Abbiamo mostrato al mondo che potevamo fare musica in cui credere. Il denaro non conta. È così che ho scelto di vivere, non svegliandomi alle sei del mattino per lavorare in qualche penoso ufficio.

A questo punto, è inevitabile non citare una label come la Bunker Records. Ormai è trascorso un po’ di tempo dal suo boom. Che cosa ha lasciato ai posteri? È opportuno ritenere Unit Moebius la risposta europea a Underground Resistance?

L’etichetta Bunker Records è stata un insieme di spiriti liberi che hanno deciso di unirsi e hanno fatto ciò che più amavano. Persone che non si erano integrate all’interno della società, se rapportati alle tradizionali aspettative di quest’ultima, tipo avere una vita e un lavoro normali. Persone che erano solite esprimersi in modo diretto, così come dovremmo sempre. Un gruppo quale Unit Moebius è antecedente all’inizio della mia carriera. Il loro sound è stato, per certi aspetti, minimalistico, ma intenso, quasi rigoroso, nel pieno rispetto di una logica ‘fai da te’. L’interrogativo era diventare ricchi o morire provandoci? Di sicuro, ricchi non lo siamo diventati. Eppure siamo stati liberi di dare seguito ai nostri pensieri, traducendoli in suono all’inizio degli anni Novanta.

Un altro stile techno, opposto a quello imperante allora. Senza titoli, senza artwork, senza etichette. In sintonia sia con i party Acid Planet che con gli squat. Durante quel tipo di eventi, nessuno era conoscenza di ciò che sarebbe stato suonato e, soprattutto, da chi. Agli amanti dell’italo disco, ai punk e ai neo-nazisti si unirono, poi, anche gli eroinomani e chi frequentava le periferie. Nessuno ambiva a essere ‘qualcuno’. L’importante era divertirsi. I dj non avevano nomi, il loro compito era selezionare dischi senza sosta. Non c’erano social network, la stampa ci ignorava. La musica pulsava sino alle prime luci del mattino. Queste le fondamenta della nostra scena. È stata qualcosa di simile a una religione, ma senza divinità. O, meglio, l’unica possibile era la musica.

La musica di Armando è stata, in parallelo, la grande influenza acid, giusto?

Assolutamente sì, sono stato devastato dalla sua morte. Sia Armando che DJ Pierre sono stati i ‘portavoce’ di uno stile disco che è sfociato in ciò che, in seguito, abbiamo definito ‘acid’. Un po’ come nel caso delle produzioni targate Underground Resistance, la loro opera è stata fondamentale e ci consente di capire chi siamo oggi.

L’italo disco resta, però, la tua ossessione anche da un punto di vista collezionistico.

L’italo disco è stato un sottogenere più grande di quanto immaginiamo. Me ne resi conto tempo quando, durante un periodo di vacanza dal mio lavoro come autista di autobus, sbarcai a Chicago. Era il 1991, da lì a breve avrei aperto il negozio di dischi. Ero alla ricerca di quelli locali. E così m’imbattei nel più grande distributore di produzioni italo disco negli Stati Uniti. Ciò mi ha cambiato la vita. C’erano tonnellate di dischi sconosciuti, non solo ‘made in Chicago’, ma provenienti in massa dall’Italia, talvolta griffati Il Discotto Productions o Discomagic Records, più svariati back catalogue.

Non potevo crederci. Furono diverse le spedizioni che raggiunsero l’Olanda. È stato come estrarre oro da una miniera. Da questa esperienza, ho compreso che alcune produzioni italo disco erano davvero oscure e, soprattutto, che avevo a che fare con qualcosa di impensabile dall’altra parte dell’oceano. Soltanto a Chicago erano state vendute circa quattromila copie di un 12” come “Feel The Drive” (1983) del trio Doctor’s Cat. Un singolo oggi molto famoso, finito in tutte le borse dei dj, anche nella vicina Detroit, trasmesso dalle radio di tutto il mondo e, forse, quasi dozzinale ma, innanzitutto, ben prodotto. In ultima istanza, l’italo disco non è stato un fenomeno nato per puro caso.

Che valore ha collezionare dischi nell’era del digitale? Sei favorevole alle ristampe?

Sì, certo. L’importante è rispettare le regole, pagare le royalties, però, neppure bisogna farsi prendere alla gola da certe etichette. È in corso una riscoperta di certe sonorità, me ne sono reso conto, le nuove generazioni sono ispirate e attratte dalle stesse. Insomma, non sono contrario alle ristampe, semmai ho un brutto rapporto con i collezionisti. Fondamentalisti a modo loro. Non ha senso acquistare un disco e chiuderlo a chiave all’interno di un armadio. A me piace ascoltare la musica, non farla scomparire dalla mia vista. Come produttore, sono felice se le mie tracce sono ascoltate dal prossimo. Se non piacciono, non fa niente, ma che siano ascoltate almeno una volta.

Le ho realizzate per quello scopo. Preferisco gli ‘hater’ rispetto coloro i quali non prendono una posizione o comprano un disco per completare la loro collezione di uscite numeriche. Anche io sono un collezionista, ma ciò che acquisto lo utilizzo a pieno. Sono più un dj che un produttore. Questo è un po’ il mio obiettivo: far ascoltare la musica che mi piace. Non ha importanza se sia italo disco, new wave, techno o, addirittura, un mix di brani di colonne sonore. È il pubblico a goderne. È lo stesso che può scoprire qualcosa di nuovo. È questione di energia. Domani è un altro giorno. Ci riproverò ancora.

Oltre vent’anni fa hai aperto il tuo negozio di dischi. È stata una bella esperienza?

All’epoca, c’erano molti utenti davvero ‘affamati’, desiderosi di acquistare musiche particolari, esotiche, oscure, che componevano parte dell’offerta del mio negozio. Diversi dj lo frequentavano per ascoltare le nuove uscite ed è così che sono diventato amico con molti di loro, è il caso di Intergalactic Gary. C’era anche la possibilità di suonare all’interno di quello spazio, il giradischi di allora lasciava un po’ a desiderare, ma nessuno se ne lamentava. Vent’anni dopo la fine di questa esperienza posso ritenermi più che soddisfatto. Ho lasciato alle mie spalle la scuola, il lavoro e le relazioni sentimentali. Sono un dj. Mi piace divertirmi con il pubblico e non farò mai qualcosa per ‘accontentarlo’, anzi, continuerò a invogliarlo alla scoperta. E questo è il motivo per cui ho avviato anche una stazione radio, in modo da allargare il mio spettro sonoro, al di là delle tracce dancefloor. Non c’è alcun tipo di marketing in corso. Non obbligo nessuno ad ascoltare i miei show. Se non sono graditi, basta un click per interrompere il tutto.

Vent’anni fa rispondesti ad Andrea Benedetti in modo critico alla sua domanda sulla scena techno, ritenendola già ‘di plastica’. “Non ha più nulla a che fare con la musica, è solo consumismo. Nessuno ha il coraggio di dire la verità”. La techno è finita?

Sì, la nostra generazione è stata fortunata. Abbiamo trascorso belle giornate in compagnia e preso parte a grandi eventi. Ora è tutto incentrato sui risultati delle chart, oltre che sull’esibire un certo ‘codice di abbigliamento’. Noi siamo stati liberi. Di suonare la musica che preferivamo, finanche di produrla come desideravamo. L’industria musicale ha avuto la meglio: si è avvicinata anche alla techno, l’ha trasformata a suo uso e consumo. Si parla solo di hit, non di dischi bizzarri. L’ondata minimal dalla Germania ha dato il colpo di grazia. Odio tutto questo. Può essere divertente guadagnare soldi con un paio di stupide tracce, ma non ha niente a che fare con la musica vera.

Space Invaders Are Smoking Grass è stata una hit dance underground ed è spesso citata come un primo esempio del c.d. elettroclash. È stato solo un fenomeno hype?

No, non è andata così. Space Invaders Are Smoking Grass è stato uno di quei brani che ha avvicinato gli amanti del rock ai feticisti dell’italo disco, ottenendo consensi traversali dagli ascoltatori di musica elettronica. L’ho realizzato così come lo avevo in testa, rispettando le mie idee, da sempre al di là dei singoli generi. E ne sono ancora orgoglioso. In assoluta onestà, nessuna era consapevole di ciò che accadeva. La mia traccia ha aperto gli occhi a molti. I critici, tradizionalmente conservatori, non l’hanno né apprezzata né capita. Non ho grande stima di quei giornalisti inclini ai pregiudizi.

La Roland TR-808 è al centro di molte tracce. ‘Dormi’ e ‘parli’ ancora con lei?

Sì, è l’unica drum machine di cui non posso fare a meno. Non l’abbandonerò mai. Sono affezionato e conservo altri apparecchi che risalgono ai miei esordi, ma non sono comparabili con la Roland TR-808, la migliore in assoluto. Adoro la Roland TB-303, ma è la prima a offrire più possibilità sonore, consente di creare brani sia pop che electro.

Entrambi su Disko B., “Fucking Consumer” (1997) e “The Man From PACK” (1999) sono gli unici album nel quadro di una discografia articolata. Rifaresti le stesse scelte?

Sì, assolutamente. Disko B. era una label con un’ottima distribuzione, capace di raggiungere non solo il Sud America, un’esposizione che la mia Viewlexx. Fu sorprendente osservare le copie di “Fucking Consumer” esposte nei maggiori negozi di dischi del Giappone. Non avevo immaginato conseguenze del genere. È stato un onore. Sono sempre stato un po’ paranoico circa l’affidare la mia musica ad altri, ecco perché ho gestito in proprio la Viewlexx, controllando a pieno il mio destino. Consegnarla alla Disko B., invece, un’occasione da non lasciarsi scappare. E, non a caso, tutto è andato per il meglio. Space Invaders Are Smoking Grass è stato un singolo che ha venduto tanto, ma un album come “Fucking Consumer” fu sold out ovunque. Cominciai a ricevere richieste per esibirmi come dj, il che mi sorprese non poco. La ‘cosa’ mi era sfuggita di mano.

Hai avuto collaborato con uno dei protagonisti dell’italo disco, cioè Fred Ventura, in “I Cut My Heart Out / I’m Not Ready” (2009). Com’è andata con lui?

Sì, lo adoro, abbiamo lo stesso senso dell’umorismo, ci piace l’italo disco e fare festa insieme, a cena, poi, racconta degli aneddoti fantastici. Fred Ventura non è solo un grande storyteller, ma è, soprattutto, un artista che, spesso, ama non prendersi sul serio, tanto onesto quanto consapevole della sua storia. Mi piacciono le persone così. Autentiche. Pronte a confrontarsi anche con le scelte artistiche non azzeccate.

Anche i progetti dance di Claudio Simonetti rientrano tra i tuoi preferiti, vero?

Ho incontrato Claudio Simonetti a Dublino. Il suo progetto Easy Going è qualcosa di eccezionale, ma anche quello chiamato Kasso non è da meno, ricordo con piacere un brano come Brazilian Dancer. Sono molto timido quando mi ritrovo faccia a faccia con artisti come Claudio Simonetti. Non rivolgo loro domande, anche se vorrei chiedergli di tutto. La sua musica è straordinaria. Non mi riferisco soltanto ai singoli italo disco, ma alle colonne sonore, ad esempio, quella di “Camping Del Terrore” (1987), dall’alto contenuto elettronico. Mi piace molto come persona, è veramente alla mano ed è, forse, insieme a Lemmy Kilmister dei Motörhead, uno dei miei idoli di tutti i tempi.

Il nome del tastierista Goblin introduce un’altra grande area dei tuoi interessi: i film giallo-thriller e polizieschi all’italiana degli anni Settanta, spesso interpretati dal tuo eroe di celluloide, Henry Silva. Quanto ti sono piaciute le loro colonne sonore di grandi compositori? Sono stata una fonte d’ispirazione? E, soprattutto, hai apprezzato anche l’erede di questa tradizione violenta, cioè “Gomorra” (2008)?

Ho tutti i suoi film, anche quelli più rari. Henry Silva è il mio ‘gangster’ preferito. Non mi piacciono quelli veri, quelli davvero pericolosi, adoro soltanto le sue parti. C’era tanta violenza nei film italiani degli anni Settanta, così come tanto sangue finto. Il modo in cui avvenivano le sparatorie è fantastico. Una forma d’arte pari ala musica o alla letteratura. C’era una bella differenza tra quanto accadeva nel mondo reale e sul set. Sono un fan di mafia movie cult come “Il Padrino” (1972) o “King Of New York” (1990), ma i ruoli interpretati da Henry Silva sono stati di un’altra categoria. Era in grado di girare scene persino in italiano. Ignoro se sia stato felice di essere, spesso, il cattivo di turno, un po’ come lo è stato Charles Bronson, un altro dei miei attori preferiti di sempre.

Ho apprezzato molto una pellicola contemporanea quale “Gomorra”. Mi ha colpito quella cattiveria così diffusa. È nelle mia top ten. Anche la prima serie televisiva è stata interessante, l’ho vista in lingua originale, con i sottotitoli in inglese. Odio i doppiaggi, si perde parte dell’essenza della pellicola. Noi olandesi siamo fortunati: i prodotti visivi importati sono sottotitolati in lingua madre o in inglese. Questo è il motivo per cui ce la caviamo con quella lingua, la impariamo sin da bambini. Le colonne sonore dei film italiani di qualche decade fa sono, naturalmente, un’altra mia passione. Colleziono anche quelle da molti anni. Sono ormai parte integrante dei miei show radiofonici.

Una pellicola non è completa se non ha la giusta soundtrack. Oggigiorno la loro qualità si è molto abbassata, malgrado alcuni prodotti siano anche abbastanza coraggiosi. Ciò mi deprime un po’. Mi è piaciuto, invece, lo score di “Sicario” (2015), composto da Jóhann Jóhannsson. La sua partitura ha reso più incisivo il lavoro diretto da Denis Villeneuve. Non è, però, il caso di comparare le sue note a quelle scritte sul pentagramma da un grande compositore quale Ennio Morricone. Basti pensare all’introduzione melodica de La Ballata Di Hank McCain, inclusa nella colonna sonora de “Gli Intoccabili” (1969). Semplice, o perfetta. I suoi esperimenti sonori, poi, sono stati fuori dal comune.

Quando hai interrotto la tua attività studio, ti sei dedicato alla radio. Prima a Cybernetic Broadcasting System, poi a Intergalactic FM. Hai fatto in modo che gli ascoltatori fossero travolti da suoni diversi tra loro. Il bicchiere è mezzo pieno?

No, la missione non è stata portata a termine. C’è stato un periodo in cui credevo di averla ultimata ma, poco dopo, sono comparsi nuovi dischi e utenti. C’è sempre qualcosa da scoprire. Ad esempio, ogni settimana propongo agli ascoltatori una selezione di dischi ritrovati sulle bancarelle, un po’ come quelle capitoline di Porta Portese. E tutto ricomincia daccapo. Lo stesso discorso vale per la musica più recente, a cui dedico grandi attenzioni. Ci sono produzioni da far girare la testa. Questo è ciò che da senso alla mia vita. Un feeling senza nome, qualcosa che ti spinge a chiedere a te stesso di che cosa si tratti e perché il disco che ti ritrovi per caso tra le mani non sia parte nella tua collezione. La sfida continua. La ricerca è senza fine. I veri dj non invecchiano mai.

Nel frattempo, continui a esibirti come dj, con un bel po’ di date in giro per il mondo.

Ogni evento è importante. Significa ripartire da zero, senza arroganza. Non è mia abitudine presentarmi come I-F, non attribuisco particolare rilevanza ai miei trascorsi, anche perché ci sono, spesso, ascoltatori che non mi conoscono affatto. Ogni volta devo dimostrare quanto valgo. In console faccio del mio meglio, cerco di dare tutto. Mi piace mescolare più generi, provando a coinvolgere il più possibile il pubblico che ho di fronte. C’è anche il rischio che non mi segua. Il mio desidero è tornare a casa soddisfatto.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Naturalmente, non ce ne sono. Voglio vivere il più a lungo possibile.

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