Vincent Floyd – Moonlight Fantasy

Vincent Floyd – 'Moonlight Fantasy' (2014)

Crescere a Chicago negli anni Ottanta, quando hip hop e rap si affacciavano al grande pubblico, ma seguendo la scia dell’house primigenia, degli albori del genere. Lavorare nel mondo dei primi club, interagire con chi amava qualunque tipo di festa, infine le prime produzioni e collaborazioni: comincia così la breve storia musicale di Vincent Floyd. L’esperienza da dj, il tour con il non ancora leggendario Larry Heard, l’amicizia con Armando: un susseguirsi di eventi non banali per maturare una deepness dalle caratteristiche ben precise. Leggera come un alito di vento, armonica nel suo progressivo incedere, dai titoli spensierati. Manifesto sonoro di una generazione.

Vincent Floyd confeziona piccoli momenti di estasi per Resound Records, Relief Records, Subwoofer e, soprattutto Dance Mania, ricorrendo a due alias, Loop II Loop e Nocturnal Creature, per firmare due incursioni su Mindfood Records. Dopodiché, la scomparsa delle scene, fino alla pubblicazione di “Moonlight Fantasy” (2014) su Rush Hour Recordings. Sei tracce che non passano inosservate, estratte dagli archivi dell’artista chicagoano, o meglio masterizzate da alcune cassette DAT. Sonorità convincenti sin dai primissimi secondi perché, come rivelato al sito Resident Advisor, “all tracks are drowned with warm leads, dreamy drums and dragging melodies”. Una formula consolidata nel tempo, marchio di una fabbrica che non chiuderà mai i battenti.

È facile sognare a occhi aperti, soprattutto se l’uno-due in apertura è micidiale. Dapprima Dawn Notes, frammenti vocali, le percussioni della Roland 707 e una manciata di accordi jazzy; poi spazio alle introspezioni vibranti di Imaginary Voyage, forse la migliore traccia in assoluto, con un retroterra anche malinconico. Con Digital Sea e Unwanted Noise, il ritmo rallenta, ma il cuore house non smette affatto di battere nel passaggio da lato A a lato B. I ricordi indelebili di un tempo felice continuano con Frozen Tundra: semplice schema compositivo e massima resa. Chiusura affidata alla title-track, lucente come la stella del produttore che è tornata finalmente a splendere.

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