Vince Tempera – Paganini Horror

Vince Tempera – 'Paganini Horror (Colonna Sonora Originale)' (2016)

Uno dei film più deliranti mai girati in Italia. Un cult in ambito trash. O, semplicemente, una fotografia del cinema anni Ottanta, tra dialoghi ai limiti del buonsenso ed effetti speciali artigianali. “Paganini Horror” (1989), diretto da Luigi Cozzi, è una di quelle pellicole da vedere almeno una volta. Come da copione, il basso budget giustifica le varie imperfezioni. Un’ardua sfida convincere spettatori e critici. I problemi sono rintracciabili altrove. Nonostante la presenza di Donald Pleasence e Daria Nicolodi nel cast, il livello di recitazione è basso, il doppiaggio altrettanto incerto, la fotografia discutibile, con il filtro blu utilizzato come effetto notte. Troppo il pomodoro sullo schermo per rimpiazzare il sangue. Anche la regia appare, purtroppo, meno convincente rispetto al passato. Eppure la sceneggiatura di “Paganini Horror” non era così malvagia, perché presentava un paio di spunti originali e di elementi ancora non abusati.

Un gruppo pop è in crisi, la casa discografica respinge al mittente i suoi brani, monotoni e poco creativi. È necessaria un’idea per rilanciarsi. Il batterista acquista da un misterioso individuo uno spartito del violinista Niccolò Paganini. L’intenzione è adattarla in chiave dance. Una volta convinta la produzione, è necessario girare un videoclip. Per le riprese, ispirandosi a Michael Jackson e agli zombi di Thriller, la band sceglie una villa patrizia situata su un’isola della laguna di Venezia. Una scelta non casuale, perché sembra che proprio lì che il compositore abbia stretto un patto con il diavolo. Il musicista era dotato di una tecnica straordinaria, votata all’eccesso. La velocità d’esecuzione uno dei suoi punti di forza. Immancabile la rottura delle corde del violino al termine dei suoi concerti. Le sue composizioni erano considerate ineseguibili da altri violinisti. Il suo virtuosismo era, però, circondato da un alone di mistero.

La figura di Niccolò Paganini collegata a Satana: una diceria diffusa, probabilmente, motivata anche dall’identificare il violino come lo ‘strumento del maligno’. Una simile associazione di idee era dovuto anche al suo aspetto esteriore. Il fisico era esile, provato dalla sifilide, e l’artista era solito vestirsi di nero. Il viso cereo, con gli occhi rientrati nelle orbite. Naso e mento si erano avvicinati, perché i denti erano caduti a seguito del mercurio assunto per combattere la malattia. In pratica, uno scheletro in frac. Un’immagine ben trasposta, seppur con qualche libertà, sulla locandina disegnata dalla mano di Enzo Sciotti, un vero illustratore d’altri tempi, con alle spalle centinaia di opere originali, o gadget per la settima arte. E, com’era prevedibile, lo spirito di Niccolò Paganini, con tanto di maschera a coprirne il volto, infesta la location scelta dal gruppo. Il suo strumento prediletto si scopre armato di coltello. Le morti si susseguono.

È la vendetta del compositore nei confronti del consumismo e, ovviamente, dei prodotti di bassa qualità, magari, costruiti a tavolino o pronti a plagiare l’arte altrui. Una vera e propria critica alla modernità si cela dietro il paravento di un horror commerciale: questa è l’altra faccia di “Paganini Horror”, partorito dalle menti di Luigi Cozzi, sceneggiatore di “4 Mosche Di Velluto Grigio” (1971), e di Daria Nicolodi, attrice in “Profondo Rosso” (1975) ed ex moglie di Dario Argento. La colonna sonora del film riporta, invece, la firma di Vince Tempera, già tastierista per Il Volo, il gruppo con Alberto Radius e Mario Lavezzi, e autore di diverse sigle italiane di anime giapponesi dagli anni Settanta in poi, su tutte quelle di “UFO Robot Goldrake” (1975), “Capitan Harlock” (1977) e “Hello! Spank” (1981). Vince Tempera, per decenni collaboratore di Francesco Guccini, è stato, però, anche compositore di soundtrack di pregevole fattura.

Il suo nome è spesso associabile a quelli Franco Bixio e Fabio Frizzi. I tre hanno realizzato le partiture per alcuni pilastri della comicità tricolore, quali “Fantozzi” (1975) e “Febbre Da Cavallo” (1976), un classico di Lucio Fulci quale “Sette Note In Nero” (1977) e alcuni poliziotteschi più o meno riusciti come “Vai Gorilla” (1975), “Roma, L’Altra Faccia Della Violenza” (1976) e “La Banda Vallanzasca” (1977). Lo score di “Paganini Horror” è, invece, uno degli ultimi lavori da solista. Mai pubblicata in oltre venticinque anni, la colonna sonora è stata stampata dapprima in cd per conto della Beat Records Company e, pochi mesi dopo, in vinile, come seconda release della Sub Ost, reduce dalla ristampa di “Manhattan Baby” (2016). Il contenuto di “Paganini Horror (Colonna Sonora Originale)” (2016) è sinistro come il suono di un violino e caratterizzato da temi sintetici, complice una grande padronanza degli oscillatori, più un paio di incursioni rock.

Il lato A prende il via con Seq. 1, un’introduzione eterea, o il tema portante, intriso di mistero, l’ideale per caratterizzare le immagine in successione sullo schermo. Il rock di Stay The Night è su misura per la band della pellicola e un piccolo leitmotiv di numerosi horror del periodo, pronte a strizzare un’occhio a sonorità finanche metal. È il caso della sfaccettata colonna sonora di “Phenomena” (1985), uno dei primi esempi di compilation imposte dai registi made in Italy. In quel caso, Dario Argento si affidò ancora ai Goblin, temporaneamente ridotti ai soli Claudio Simonetti e Fabio Pignatelli, che firmarono la quasi totalità dello score ma, nel corso del film, così come su alcune stampe in cd e vinile, i brani del duo erano affiancati a quelli di Iron Maiden, Motörhead, Simon Boswell, Andi Sex Gang e persino Frankie Goes To Hollywood. Stay The Night è cantata in inglese da Lucia De Masi ed è la stessa ascoltabile durante i titoli di coda.

Seq. 2 recupera il tema iniziale, ma lo punteggia tramite maggiori tensioni e squarci di vento. Gli stessi sono al centro dello schema compositivo di Seq. 3, dai toni più affilati e dal maggiore contributo degli archi. La breve Seq. 4 continua sulla precedente falsariga. L’operazione compiuta da Vince Tempera è da ricondurre a un semplice taglia e incolla di un’unica lunga traccia. Frammentata. Il lato B riparte da Seq. 5 e dai suoi sintetizzatori. Una piccola pausa oltre i cupi bordoni. Tra salite e discese, Seq. 6 lascia intravedere un timido spiraglio di luce. L’atmosfera prova a scaldarsi un minimo. Il pentagramma si arricchisce di nuove note. Le tastiere sono ancora al centro della composizione e, dopo un’esplosione iniziale, contribuiscono a vivacizzare la successiva Seq. 7. Un crescendo di suspense. Il ritmo diviene più incalzante al subentrare delle percussioni. Dopodiché, spazio ancora alla voce di Lucia De Masi per l’energica The Winds Of Time.

Così come nel precedente caso, canzone del genere incarna a pieno il mood sonoro tipico degli anni Ottanta del secolo scorso. In punta di piedi, il lato C marca le distanze con l’ambient di Seq. 8. Voci distorte, accordi di chitarra e violini i protagonisti di Seq. 9, quasi a preconizzare il brano simbolo de “L’Ultimo Dei Mohicani” (1992) realizzato da Trevor Jones. Approccio minimale e, poi, la successiva Seq. 10, contraddistinta da battiti appena accennati e dalle fughe degli archi. Il suono di Seq. 11 appare gonfio e stanco, ma uno stacco improvviso desta nuovamente l’attenzione dell’ascoltatore. Il lato D ricomincia con Seq. 12 e le già ascoltate note di violino. In Seq. 13 sono, ancora una volta, gli oscillatori a dominare la scena, con un vorticoso colpo di coda. Seq. 14 l’ultima nenia finale prima dell’inevitabile ritorno della sopracitata Stay The Night. Da una parte, la batteria elettronica e la chitarra. Dall’altra, bridge e coro ad alto volume. Trascinante.

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