Various – Enter The Plague

Various – 'Enter The Plague' (2015)

“Tagliare il traguardo dei dieci anni con una compilation, così come eravamo partiti con “Broken Pots Hill Vol. One” (2004), è stato un puro caso, ma ciò esprime la nostra attitudine alla collaborazione e alla ricerca di artisti che condividano sia il nostro approccio alla produzione di musica elettronica che ai sintetizzatori”. I giorni scorrono veloci, eppure MinimalRome non cambia di una virgola. Valerio Lombardozzi, non solo come Heinrich Dressel, è impegnato nella gestione di una label mai di tendenza, ma punto di riferimento per numerosi ascoltatori ieri e, soprattutto, oggi.

La solidità di MinimalRome è dovuta a una sinergia di scelte da parte di un gruppo di amici, con la passione per l’electro, decisi a riportare al centro della scena un certo tipo di sonorità. Con una serie di uscite cadenzate nel tempo, sinonimo di scelte editoriali ponderate affatto prese a caso. La ventisettesima è stata “Enter The Plague” (2015), ennesima raccolta di brani altrui, un modello adottato in passato per diffondere sonorità da tramandare ai posteri. O, in questo caso, veicolo per un potenziale ‘contagio’ sonoro. Il concept del 12” è, infatti, legato alla malattia infettiva della peste. Anche in letteratura.

Il disco nasce dal regalo di una cara amica, “La Peste” (1947), il romanzo di Albert Camus, che non avevo letto. Da questa lettura è derivato il concept, che ho elaborato insieme a lei e agli altri membri di MinimalRome. Lo spunto è il testo del romanziere francese, ma il concept è più ampio, perché ispirato ai silenzi e ai rumori della peste. Quando ho deciso di realizzare “Enter The Plague”, ho immaginato che il tema della calamità potesse ispirare diverse letture. Da qui, l’idea di una compilation: ero sicuro che dall’insieme di interpretazioni personali di ogni artista sarebbe derivato qualcosa d’interessante.

“Non mi sono soffermato troppo sul romanzo, la mia richiesta ad Antoni Maiovvi, Umberto, Alessandro Parisi e Vercetti Technicolor è stata di esprimere liberamente il concetto di peste, che racchiude la drammaticità del tema della calamità, della solitudine dell’uomo di fronte alle proprie paure e la lotta per superarle”. Un pensiero espresso così da Albert Camus: “c’est su moment du malheur qu’on s’habitue à la verité, c’est-à-dire su silence”. Da qui prende il via La Peste di Heinrich Dressel, formidabile brano d’apertura costruito attraverso un dispiegamento di sintetizzatori.

Armonia contrapposta a dolore. “Non ci sono film che hanno ispirato questo brano ma, forse, ripensandoci, nel corso della lavorazione ho avuto come delle suggestioni cinematografiche, prima fra tutte “Nosferatu, Il Principe Della Notte” (1979), capolavoro del regista tedesco Werner Herzog, indimenticabile per la scena della fiumana di ratti dagli occhi rossi pronti a invadere tutto”. L’altra traccia del lato A, Spitalfields 1665, porta la firma di Antoni Maiovvi, una delle due menti di Giallo Records, etichetta portavoce di sonorità affini a quelle di “Enter The Plague”. Arrangiamento impetuoso, arpeggi a raffica e una curiosa storia come punto di partenza in note.

Quando lavoravo a Londra, scrivevo ed eseguivo alcune colonne sonore per il teatro, ma sognavo di visitare un luogo in particolare: Christ Church in zona Spitalfields, sede di storici mercati, costruita dal noto architetto Nicholas Hawksmoor. Il cui imponente campanile è come se iniettasse energia psichica in cielo. Si suppone che la chiesa sia stata edificata su una fossa comune di vittime della grande peste della capitale inglese. Chi ha familiarità con “From Hell” (1991), la graphic novel di Alan Moore su Jack Lo Squartatore, sa che l’edificio è parte del mito. Con tutti questi elementi, si comprende il feeling spettrale del brano.

Prima traccia del lato B è The American Dream Plague: brano dalle tonalità più aperte, piccola eccezione nell’ottimo repertorio di Umberto. Il produttore statunitense Matt Hill è l’unico a non essersi ispirato a vicende del passato, interpretando il tema della peste in senso metaforico come autentica eclissi della società. “Ho scritto questo brano tempo fa, dopo che Valerio Lombardozzi mi chiese se avessi voluto partecipare alla compilation. Nonostante il taglio house, The American Dream Plague rivela un carattere piuttosto sepolcrale, e forse anche triste, tra accordi minimalisti e cori campionati”.

Le tenebre ripiombano inesorabili in Calamitas Calamitatum, a cura di una vecchia conoscenza di MinimalRome: Alessandro Parisi, il cui album “Hic Sunt Leones” (2013) è tra i fiori all’occhiello del catalogo della label romana. Con rinnovato furore sonico, l’italiano ricorda quanto accadde secoli fa. “Il nome Calamitas Calamitatum deriva dall’epiteto letterario che fu dato alla virulenta epidemia che colpì parte della Penisola nel 1630, descritta anche da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi” (1827). Heinrich Dressel mi chiese di contribuire al concept con un brano che conservasse un tiro ‘dancefloor’, ma cercando di geolocalizzarlo in riferimento alle mie zone”.

“Ho cercato di trasmettere ciò che nella mia immaginazione rappresenta la quaterna composta da malattia, disagio, disperazione e paura. Ho utilizzato per la prima volta il sintetizzatore Roland JX-3P in modalità ‘metal’ per creare il suono ‘infetto’ all’inizio del tema, che trae ispirazione da “Distretto 13 – Le Brigate Della Morte” (1976) di John Carpenter”. Dal Bel Paese all’antica Grecia evocata da Vercetti Technicolor, socio greco di Antoni Maiovvi, il passo è breve, ma espresso in intensità. Con la dark disco di Athens 430 BC, Gianni Vercetti Balopitas, amante della storia e di chiare origini tricolori, erige l’ultima, strenua resistenza prima del temuto contagio finale.

“Mi sono subito entusiasmato per il concept. Ho fatto affidamento alla mia vasta bibliografia sull’antica Grecia e sulla distruttiva peste di Atene, epidemia scoppiata durante la guerra del Peloponneso. Per catturarne l’atmosfera nel modo più realistico, sono ricorso sia a vecchi e caratteristici sample di percussioni che ai sinistri echi dei sintetizzatori”. Il compito di masterizzare “Enter The Plague”, dove si mescolano personalità, gusti e tecniche distinte, è stato affidato a un altro membro di MinimalRome, già Andreas Herz o Kobol Electronics, ovvero Andrea Merlini. Siccome ogni traccia è stata creata in uno studio differente, occorreva una supervisione ad hoc.

In alcuni casi non è servito aggiungere nulla, in altri, difficile crederlo, ho agito sottraendo, a dimostrazione che la finalizzazione non si limita a ‘spingere’ senza controllo. È necessario, invece, procedere per gradi ed effettuare diversi raffronti per mantenere una vicinanza significativa senza appiattire il tutto. il master finale riesce a raccontare una storia il cui merito è sempre e comunque al 90% da riconoscere alle varie sensibilità e alla bravura dei singoli partecipanti, artisti coscienti delle proprie capacità. Teoricamente, chi produce è libero… io no! Servo la musica. E ci metto l’ultimo 10%.

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