UNKLE – Never, Never, Land

UNKLE - 'Never, Never Land' (2003)

Musica per i giorni di pioggia. Cinque anni dopo l’abbandono di DJ Shadow, James Lavelle è riuscito, ugualmente, a perfezionare l’UNKLE sound, imprimendolo nelle dodici tracce di “Never, Never, Land” (2003), avvalendosi della collaborazione del programmatore Richard File e dell’arrangiatore Antony Green. Invariato, però, lo schema di partenza a base di campionamenti hip hop, pulsazioni house, intermezzi orchestrali, voci metalliche. Da qui riparte quell’etereo peregrinare in una terra di nessuno, già innescato dalle visioni del disco d’esordio, “Psyence Fiction” (1998).

Un album magistrale ma, forse, maggiormente imbevuto della personalità dello stesso DJ Shadow. In “Never, Never, Land” è forte, invece, l’impronta di James Lavelle, dj di fama internazionale ed ex critico per la rivista jazz Straight No Chaser, interessato a spingersi oltre, anche con il contributo dei soliti amici e ospiti di peso. Il disco, rilasciato per conto di Mo Wax e Island Records, appare coinvolgente sin dai primi ascolti, a conferma della genialità del suo mentore. La sua natura è obliqua, poco incline a seguire sia la deriva rap del momento che ad attingere a piene mani agli stereotipi dell’elettronica più cool.

“Never, Never, Land” tende a specchiarsi di continuo in sé stesso. E non si vergogna affatto di essere un lavoro scaltro in termini di melodie, impreziosito da soluzioni compositive manieristiche, che non appesantiscono affatto l’atmosfera tetra che pervade l’intero progetto. La stessa che traspare da una copertina ormai iconica, segnata dai volti di due alieni, con il cranio a cono e le orecchie a punta, inseriti in una brulla landa desolata. Un paesaggio tanto violaceo quanto lunare, l’evocazione ideale per viaggiare avanti e indietro con il corpo e con la psiche.

(I don’t like to be back). You see things in life. And you’re bit surprise what you see. Life, your whole life, is changes. You go through changes in your life. One second you’ve got it made. Next second you’re down in the dumps. And it goes back and forth. Throughout your whole life. One second you’ve got the most beautiful girl in the world. Next second you don’t even have a girlfriend no more. And it goes back and forth. And back and forth, you known. And this is life man, it’s changes. This is what you gotta go through throughout your whole lifetime. I’m going through changes. I’m going through changes. I’m going through changes. And it goes back and forth. And back and forth, you known. Never, never, land.

Le parole di Back And Forth chiariscono il senso del titolo e dell’album tutto. Un’introduzione che non lascia spazio a repliche, perché tocca alla fredda, se non lisergica, Eye For An Eye aprire le danze. Travolgente In A State, avviata da una sequenza di note eseguita al pianoforte da Patrick Byrne e scandita dalla voce di Graham Gouldman dei 10cc. Un modo niente male per ribadire la distanza che intercorre con “Psyence Fiction” e il cambiamento avvenuto, con reiterate battute in quattro quarti. Lenta e compressa, Safe in Mind (Please Get This Gun From Out My Face) annovera Josh Homme dei Queens Of The Stone Age, come vocalist d’eccezione.

Una riuscitissima ed estroversa apparizione. È, probabilmente, il momento più estremo del disco, per il semplice motivo che il carisma dell’artista statunitense ha indotto James Lavelle e soci a tentare un’altra via sperimentale ancora, quella che tenta il dialogo con lo stoner rock. Il valore aggiunto del collettivo UNKLE giace nell’amalgama di stili e influenze così diversi in una coppia di lavori ammalianti, specie se i contributi altrui non finiscono qui. All’interno del labirinto psichedelico I Need Something Stronger è Brian Eno, in compagnia dei suoi sintetizzatori, a portare il suo personale ‘tocco’ ambient.

La seguente What You Are To Me ? risulta godibile nel complesso, anche se, a priori, era difficilmente ipotizzabile la presenza di una simile traccia nell’album: è come una porta che si apre al crepuscolo. Pop britannico permeato d’innata armonia, in un insolito connubio di beat e orchestrazioni. E le aspettative non sono tradite. “Never, Never, Land” è un ascolto obbligato per tutti coloro che adorano quei prodotti ‘borderline’. Anche Panic Attack funziona alla grande, perché fondata sui campionamenti di She’s Lost Control dei Joy Division e Variation III Sur Le Théme De Bene Gesserit di Richard Pinhas.

Oltre la new wave e l’ambient, la vera traccia spartiacque è, probabilmente, Invasion. Le melodie, e spesso e volentieri anche le sonorità, sono, per l’appunto, ‘veicolate’ dall’ospite di turno, proprio come un virus contiene in nuce una malattia contagiosa. Ed è quanto manifestato, complessivamente, nell’ottava traccia. Invasion, titolo azzeccato, vede all’opera Robert ‘3D’ Del Naja, parte integrante dei Massive Attack, in una mancata canzone, forse, derivata dal loro scorso capolavoro “Mezzanine” (1998). Nulla da aggiungere. Piacevoli le ritmiche, ipnotica la voce dell’anglo-napoletano.

E, senza alcun sobbalzo, nuovo percorso è tracciato dai violini in Reign, cantata da Ian Brown degli Stone Roses, che rinvia l’ascoltatore a sonorità da colonna sonora. Invece di impegolarsi nell’ennesimo inno alla frattura digitale, gli U.N.K.L.E., sino alla fine, hanno continuato a puntare su diverse soluzioni, dalla solidità rock, che qualche anno fa univa chi s’era allontanato dalla console per imbracciare la chitarra, fino alla sua controparte elettronica, indolente e trasognata. Nuova e coinvolgente ballata è Glow, trainata dalla voce di Joel Cadbury dei South. Una voce maschile al limite del femminile.

Impossibile dimenticare Inside. Sradicate le fondamenta dance, giunge il falsetto di Jarvis Cocker dei Pulp. Ciò che sorprende di “Never, Never, Land” è che una volta giunti all’undicesimo e ultimo pezzo, è grande la voglia di riascoltarlo daccapo. La vastità degli orizzonti nella musica degli U.N.K.L.E. contempla la possibilità di trasformare ogni sample impiegato nel fantasma di sé stesso a favore di una deriva onirica corroborata da improvvisi vortici, rapidi breakbeat e sprazzi di placida serenità, che rischiarano le zone più fosche e scarsamente illuminate del proprio ego. Un disco sopra la media.

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