Underworld – Everything, Everything

Underworld – 'Everything, Everything' (2000)

Nella breve storia della musica elettronica, pochi gruppi possono vantare un importanza seminale come quella dei britannici Underworld. Insieme con Orbital e The Orb sono stati tra i primi a ottenere consensi unanimi e a riscuotere un certo successo anche continentale nei primissimi anni Novanta. Un periodo particolarmente fertile per generi quali trance, techno, dub e downtempo.

Linguaggi diversi che, spesso, si sono trasformati in espressioni uniche. Ne sono prova dischi passati alla storia quali “Dubnobasswithmyheadman” (1993), “Second Toughest In The Infants” (1996) e “Beacoup Fish” (1999). Tre album firmati dal trio composto da Karl Hyde, Rick Smith e Darren Emerson, produttori capaci di spingersi al di là dei semplici stili. Sempre con rinnovate energie.

Il loro caleidoscopio sonico si è presto rivelato efficace per animare sia i grandi spazi che quelli più intimi e domestici. Ogni singolo brano sembra porti in dote l’innata capacità di aggredire la mente di chi ascolta e, contemporaneamente, indurre il suo corpo a movimenti ritmici. Una caratteristica invidiabile e, soprattutto, di grande impatto. Specie se inquadrata in un’opportuna cornice visiva.

Everything, Everything” (2000) colleziona i migliori momenti delle performance degli Underworld durante il Beaucoup Fish World Tour, alcuni mesi prima dell’abbandono di Darren Emerson e della inevitabile rinascita come duo, sublimata in “A Hundred Days Off” (2002). Un’esperienza resa indimenticabile anche dai frizzanti visual dei Tomato, collettivo dedito a opportuni prodotti cross-mediali.

Tutto ha avuto iniziato dalla voglia di realizzare un dvd. Era interessante l’idea di sfruttare le possibilità multimediali che questo tipo di supporto offre. Dopodiché il tutto si è trasformato anche in un disco, una piccola testimonianza. Ci siamo finanziati interamente da soli e siamo contenti che le case discografiche, osservando il nostro lavoro, si siano convinte che questo genere di idee funziona e ne abbiamo prodotte altre.
“Everything, Everything” è stato una sorta di esperimento apripista nel campo, perché la musica dance non viene intesa come un qualcosa da suonare dal vivo. Nonostante ciò, noi siamo una live band: suoniamo dal vivo, non usiamo affatto campioni e suoni preconfezionati. Se non fossimo stati un gruppo di questo tipo non avrebbe avuto alcun senso concepire un progetto del genere.
Da questo punto di vista la dance – almeno quella che facciamo noi – è più vicina al jazz: improvvisazione, uso libero di suoni. Miles Davis, a suo modo, era un grande dj. Queste analogie strutturali, almeno in parte, spiegano anche l’uso del jazz da parte dell’elettronica contemporanea. Oltre al fatto che nel jazz ci sono suoni bellissimi e registrati benissimo: una vera manna per chi cerca sample da utilizzare per costruire un brano dance.

In “Everything, Everything” analogico e digitale divengono componenti alla pari, per un sound che al mero impeto visionario della techno aggiunge, all’occasione, la forza deterrente delle chitarre elettriche. La tecnologia video si pone, infine, al servizio dell’arte per valorizzare un talento che, altrimenti, sarebbe rimasto sconosciuto ai più e, per giunta, inespresso nella sua forma più viscerale.

Un patchwork di immagini astratte si compone e scompone di continuo su grandi schermi, alle spalle della band sul palco. E, mentre Rick Smith e Darren Emerson lavorano a testa bassa tra mixer e tastiere, Karl Hyde si dibatte al microfono, con l’obiettivo di mantenere alto l’umore delle folle ai quattro angoli del globo durante un’ora di show quasi senza interruzioni. Un lungo e straripante mix.

Right not privilege for everyone, and there was a basic level of survival. For money that everyone was. Entitled to. There are no bad students: only bad teachers. The power to deal with it, so you have to make everything as clear cut and simple as possible so that people understand.

Una dichiarazione d’intenti in sei frasi. Scandite prima che il pubblico interrompa la sua iniziale timidezza, esplodendo in un festoso boato al primo accenno della superlativa Juanita/Kiteless. “Everything, Everything” prende lentamente il via. In maniera reiterata. Per poi esplodere in un connubio di suoni e colori. L’intervento di Karl Hyde a metà traccia impone un’ulteriore ripartenza.

There is a sound on the other side of this wall. A burning singing on the other side of this glass. Footsteps concealed. Silence is returning a voice. Walking in the wind at the water’s edge. Comes closer covering my rubber feet. Listening to the barbed wire, hanging. When you walk away. You should walk away. When you walk away. You should remember.

Gli ultimi battiti della traccia d’apertura dello storico “Second Toughest In The Infants” sono perfettamente intersecati all’interno della strumentale Cups, una versione edit dell’opener di “Beaucoup Fish”. Vibrante il passaggio del testimone. Bollente. Il ritmo è interrotto per pochi istanti dalle tastiere dell’incessante Push Upstairs, probabilmente, la perfetta congiunzione fra testa, mani e cuore.

La canzone si snoda attraverso un testo solenne. Gridato tutto d’un fiato. Marziale. Alienanti, poi, i brividi per una sola parola quasi moltiplicata all’infinito: ‘crazy’. È la chiave su cui si fonda Pearl’s Girl, un’altra immancabile hit del terzetto, tanto oscura quanto devastante nel suo incedere. Frammentato in più strofe oniriche. Come viaggiare da Parigi ad Amburgo con scalo in Marocco.

Con Jumbo le linee melodiche tornano più dolci. È l’unica pausa che concede il trio al pubblico allora sottostante o, comodamente, seduto sul divano. L’occasione per riprendere fiato e lasciarsi cullare da immagini dalle tinte primaverili. L’atmosfera distesa è, letteralmente, stravolta dal vortice di Shudder/King Of Snake. Da pelle d’oca. È la sintesi perfetta dell’Underworld sound.

Con la complicità di Donna Summer e Giorgio Moroder. La traccia prende, infatti, in prestito l’incipit della famosa I Feel Love. Un robusto sample su cui s’innestano velocità e vivacità, potenza e ossessione. Perché, al rallentare della scrosciante progressione dance, l’instancabile Karl Hyde, in piena trance agonistica, si lascia andare in un cantato inedito, un’aggiunta lirica non prevista.

Glass come down between us. Glass come and wrap around us. Glass come down and wrap around. Glass come all around us. Far and ahead between us […]. Ah come on snake! Hey hey hey hey. Come on snake! Hey hey hey hey. Come on snake! Hey hey hey hey. Come on snake! Hey hey hey hey. Come on snake turn to one. Come on snake turn to cry.
Come on snake through the ground. Through the ground through the treetops. Come on snake turn to one. Come on snake turn to cry. Come on snake through the ground. Through the ground through the treetops. Come on snake threw me down. Come on snake all around. Come on snake threw me down. Come on snake threw me down all around all around. All ahead.

Da pelle d’oca. La seguente Born Slippy Nuxx è il colpo di grazia, assestato alla grande. Il brano manifesto della scorsa decade, trasformato in un successo planetario dalla conclusione di un film iconico quale “Trainspotting” (1996), rende l’atmosfera ancora più elettrica. Meno intensa Rez, ma utile per gli ossessivi inserti vocali di Cowgirl, tra i capisaldi di “Dubnobasswithmyheadman”.

Gli Underworld esprimono qui tutta la loro maestria nel ‘trattare’ i suoni elettronici, creando una sequenza musicale mozzafiato. E se la parte strumentale ammalia, strabilia il subentrante folle testo: “I’m invisible. And a razor of love. Why don’t you call me I feel like flying in too. And a razor of love. Why don’t you call me I feel like flying in too. And a razor of love. And a razor of love”.

Una conclusione convincente. Tanta classe e una sferzata di tristezza. “Everything, Everything”, pubblicato dalla Junior Boy’s Own, finisce per essere un concentrato di puro entertainment. Meglio di qualsiasi droga. La versione cd s’interrompe qui, ma quella dvd offre un ulteriore momento di sballo: Moaner. Clima da rave senza fine e qualche lacrima sul viso. Oltre il sudore.

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