Underworld – Beaucoup Fish

Underworld – 'Beaucoup Fish' (1999)

Born Slippy è stata una supernova nel firmamento dell’elettronica anni Novanta. Un’esplosione come poche che, in scia a “Trainspotting” (1996), ha rafforzato ulteriormente la fama di un trio già ampiamente rodato, gli Underworld. Karl Hyde, Rick Smith e Darren Emerson sono stati tra i fautori di un progetto che ha tracciato le coordinate di un futuro ibrido, espressione di un approccio libero da schemi, aperto all’acid e all’ambient, incline sia al minimalismo che alla sperimentazione. Un concentrato di suoni di grande impatto, tra lunghe introduzioni e ritmi convulsi, in grado di far presto centro sulla mente e sul corpo di ascoltatori a ogni latitudine o longitudine.

L’intera produzione musicale della band di Romford è ormai alla stregua di un manuale da sfogliare, con esempi di trance e techno applicati e, soprattutto, sofisticati, adatti alla pista così come, in determinati frangenti, ad ascolti tra le mura domestiche. “Beaucoup Fish” (1999), pubblicato dalla Junior Boy’s Own in collaborazione con la V2, un capitolo in più, forte di una rinnovata carica introspettiva e atmosfere magiche. Due veri e propri punti fermi all’interno di una frizzante produzione che, una volta prese le distanze dall’esperienze Freur, poggia su pilastri del calibro di “Dubnobasswithmyheadman” (1994) e “Second Toughest In The Infants” (1996).

Il nuovo album strizza l’occhio più che al francese a New Orleans, per il suo miscuglio di suoni e culture, un intento dichiarato. Con maggiore definizione rispetto al passato, emerge in “Beaucoup Fish” la voglia di intersecare pezzi di più puzzle. Non importa se spigolosi o morbidi. Voci ed effetti mitigano passaggi di stato. Il ritmo è irresistibile. Il tasso onirico alto. Settantaquattro minuti di musica da mille e una sfaccettature. Cups apre le danze e, di colpo, ci si ritrova catapultati in un qualche fumoso locale della Londra più sotterranea, tra atmosfere soffuse e deliri tastieristici. Una condizione di apnea distorta, intervallata da stacchi che sembrano i respiri di un nuotatore.

Dal timido vocoder a una fitta successione di parole. La successiva Push Upstairs comincia a scaldare le casse. Lo scarno loop di pianoforte e la voce lisergica di Karl Hyde si muovono di pari passo, fino a valicare la soglia dell’ossessione techno. Da applausi scroscianti. I suoni delicati della splendida Jumbo sono in grado di far levitare l’ascoltatore sul verde di un prato al tramonto. Dream pop e drum and bass si prendono per mano, unite da un semplice ‘click’ e un testo rilassante. Il deflagrante ruggito trance di Shudder/King Of Snake, con la complicità del loop di I Feel Love di Donna Summer, è pronto a far saltare il banco. Impossibile restare impassibili.

È, poi, il turno della tribale Winjer. Gli Underworld esprimono così tutta la loro maestria sonica. Da un lato, sono abilissimi nel ‘trattare’ ogni frammento sonoro con adeguata cura e, dall’altro, non perdono occasione di strizzare l’occhio a sequenze easy listening. Sempre coinvolgenti. A tal proposito, si potrebbe menzionare ogni minimo sussulto dell’album, ogni fruscio ai limiti del percepibile come, ad esempio, il funk sghembo e i break di Bruce Lee o la malinconica ballata digitale Skym. Prodromi alla nuova tempesta: Kittens. Estatica. Disarmante, invece, la calma di Push Downstairs. Immobile come una fredda alba. Utile per riprendere fiato in vista del gran finale.

Esaurita una certa dose di fruscii nelle orecchie, è il turno di Something Like A Mama che, con il suo corredo di battiti sincopati, appare, di sicuro, un altro episodio seducente. Il sipario cala, o si frantuma di schianto, con la scheggia impazzita Moaner. Il manifesto di una tribù che balla e non è intenzionata a smettere. “Beaucoup Fish” chiude un’era. Gli Underworld danno l’addio al ventesimo secolo con un lavoro incredibile, dall’intensità unica, difficile da ripetere, specie se in due. In “A Hundred Days Off” (2002) si sentirà la mancanza di Darren Emerson, ora impegnato con la sua etichetta Underwater, ma un progetto eclettico non ha scadenze. Andrà avanti. Come il solito treno.

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