Underworld – A Hundred Days Off

Underworld – 'A Hundred Days Off' (2002)

Darren Emerson è uscito dal gruppo. Gli Underworld orfani del guru da club. E ciò si percepì da subito. “A Hundred Days Off” (2002) viaggia intorno una sua propria orbita ritmica ripetitiva, a tratti leziosa, meno in linea con le evoluzioni della techno di Detroit, ma figlia illegittima dell’ambient continentale. Karl Hyde e Rick Smith sono ripartiti da sonorità meno d’impatto, smorzate, diluite anche sul fronte vocale, quasi a voler segnare una cesura nella loro carriera. È un disco spiazzante per il fan della prima ora, pubblicato dalla Junior Boy’s Own a poca distanza dal monumentale “Beaucoup Fish” (1999) e il devastante live “Everything, Everything” (2000), dimostrazione anche visiva di come una band elettronica abbia sufficienti attributi per gareggiare con una dedita a generi più rumorosi. Il timore diffuso era, dunque, che il duo non riuscisse a tenere il passo del decennio precedente, dominato da “Dubnobasswithmyheadman” (1993) in poi.

Una critica, forse, preventiva, specie se confrontata con aspettative sempre alte. D’altronde, gli Underworld hanno una certa esperienza e, non a caso, ripartono proprio dal loro essere abili mestieranti, capaci di scalare le vette delle chart mondiali con il tormentone Born Slippy. L’album riprende così gli stilemi più melodici di un sound pronto a scendere a compromessi anche con l’eleganza dell’house. L’eredità di Darren Emerson è redistribuita in beat emozionali. Immancabili tastiere, percussioni sincopate e ritornelli dai connotati pop sono già elementi sufficienti per alzare al massimo il volume. Nel corso della scaletta, Karl Hyde e Rick Smith hanno davvero lasciato il segno, attraverso veri e propri momenti di sublimazione della dance, ma non sono del tutto assenti attimi di ottima downtempo, dimostrazione di come certe tracce continuino ad avere una certa personalità. Forte e distintiva. C’è poco da temere per il futuro degli Underworld.

“Beaucup Fish” era stato costruito e strutturato per sublimare un decennio vissuto al massimo, mentre il nuovo lavoro appare abbastanza saldo alla contemporaneità. Vocoder e campionamenti sono definitivamente spariti e i due produttori sembrano ormai barricati alle spalle di caleidoscopici fruscii, soluzioni ricercate oltre la trance, orchestrazioni plastiche, vere e proprie ‘nuove ossessioni’ ritmiche, che originano incantevoli reticoli sonori. Atmosfere distese e, al tempo stesso, cariche di emotività, ricerca di spazi in cui trovare il proprio ego in dissolvenza. La concretezza non viene meno. La danza neppure. Raramente, poi, si era sentito un Karl Hyde così ispirato, così compositore, così artista: pezzi come Mo Move, Two Months Off, Sola Sistim, Trim, Dinosaur Adventure 3D e Luetin esistono proprio al fine di dimostrarlo. È, infatti, la voce, più di ogni altra cosa, che sembra fondersi e diventare un tutt’uno con ciò che è musica.

Un insieme di colori e riflessi luminosi esplode in un crescendo che fa passare in secondo piano alcuni rallentamenti ritmici. Tra milioni di parole e milioni di paure, gli Underworld rinnovano la loro vena creativa, autentico fiume in piena. Un flusso continuo che scorre veloce e inarrestabile, la cui portata è, a dir poco, incantevole, nonostante le potenziali derive ermetiche. Tra artificio e realtà. La tracklist di “A Hundred Days Off” offre brani lunghi, pari a una media di circa sette minuti l’uno, e irrimediabilmente legati gli uni agli altri. L’apertura è affidata a Mo Move dal forte respiro deep house, filtrata attraverso suggestioni eteree e testuali: “I dream that I’m chemical, I become chemical, ride into the ocean of chemical”. Two Months Off è, invece, il primo singolo estratto, nonché la luce che risplende in un oscuro reame. Mentre la moda french touch dilaga, li Underworld rispolverano vecchie tastiere e tirano fuori il solito mordente anfetaminico.

Ciò che, però, sorprende è la facilità con la quale il duo si avvicina, di continuo, verso nuove imprevedibili sonorità: è il caso della successiva Twist che, forse, non infiamma i cuori, ma il riscalda. Il che è diverso. Aure stemperate, dimesse e minimali echeggiano nella riflessiva Sola Sistim, dal battito lento e ammaliante, una sorta di notturno trip-hop interpretato con dovizia dalla voce del solito Karl Hyde, a suo agio anche in simile algido box, edificato attorno a sintetizzatori e fiati dal fido Rick Smith. La rarefazione sonora progredisce e si fa sempre più densa in Little Speaker, che è la chiave di ‘svolta’ dell’intero lavoro: dall’intimità precedente alla ‘progressione’ dilatata e dilagante nel finale di traccia. Nonostante ciò, nessuno si aspetterebbe ora il western blues di Trim, ennesima coraggiosa creazione che rimanda, più o meno in linea diretta, alla produzione propria dei Depeche Mode, soprattutto per il garbo e il genio espressi qui.

L’ennesima prova di forza del duo, capace di superare di gran lunga i confini del dancefloor, si chiama Ess Gee. Un suggestivo collage chill-out. Dopodiché, la travolgente dance di Dinosaur Adventure 3D, secondo ed ultimo singolo estratto. Una sorta di fulmine a ciel sereno. Gli Underworld, convinti delle loro potenzialità, si riappropriano di loro stessi, facendo sì che il corpo, la mente e anche l’anima dell’ascoltatore diventino un tutt’uno, pulsante e sudato. La seguente Balletlane richiama alla mente e alla gola un certo aroma jazz, scelta stilistica che si avvicina al sound tipico del progetto St Germain del virtuoso Ludovic Navarre, mentre la conclusiva Luetin appare sorniona nel suo incedere, ma durante la sua lunga progressione si colora e si connota di mille e una sfumature. Oniriche, impercettibili al tatto. Il risveglio degli stoici Underworld è stato devastante. E senza alcun sentore di impotenza.

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