Unconventional Trajectories

Healing Force Project

Detroit techno, free jazz, kosmische musik. Generi e stili differenti al centro di un virtuoso progetto, quello di Antonio Marini, meglio noto come Healing Force Project, uno degli artisti meno decifrabili della scena italiana, tra release centellinate e sporadici dj-set. Un basso profilo che cela una certa profondità non solo in termini artistici.

“Music Is The Healing Force Of The Universe” (1969) è il titolo dell’ultimo album del sassofonista statunitense Albert Ayler prima del suo presunto suicidio. Free jazz e fusion per provare a esorcizzare i demoni di un tormentato stato mentale e, forse, lo spunto principale per dare vita al curioso monicker Healing Force Project.

Sì, Healing Force Project deriva in parte dal titolo dell’album di Albert Ayler ma, per arrivare a quest’ultimo, ho compiuto un percorso un po’ tortuoso. M’incuriosirono le note di copertina di un altro disco, cioè “Gemini” (1974) del trombettista statunitense Marcus Belgrave. Come ultima dicitura, infatti, c’è scritto: “remember what the late multi-reedist, Albert Ayler once said, music is the healing force of the universe”. Mi offrì, inevitabilmente, una sorta di ispirazione per ciò a cui lavoravo in quel momento. Non sono un produttore jazz, spiritual e affini, però, sul piano della libertà d’espressione, il suono ‘free’, inteso come struttura, più i sample a cui ricorro, provengono proprio da dischi di quel periodo storico, che hanno dato un certo impulso al mio concept come artista. E, quindi, scelsi di adottare un monicker quale Healing Force Project. Rappresenta qualcosa di surreale, seppur in continua evoluzione stilistica. Dopodiché, riscoprendo il disco specifico di Albert Ayler, il mio sound si è arricchito di ulteriori sfaccettature. La storia che si cela dietro questo singolare musicista è emotivamente simile a quella di altri musicisti di cinquant’anni fa. L’anima nera del jazz, libera dagli schemi classici, testimonia quanto artisti del genere fossero come protesi all’autodistruzione. Dotati di un immenso talento, ma fragili al loro interno.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Il mio rapporto con la musica è cominciato in età adolescenziale, un po’ come tutti, cioè frequentando le discoteche locali la domenica pomeriggio. Il dj di turno era come uno sciamano, capace di evocare una sorta di rito magico all’interno del locale. È chiaro che i miei primi ascolti sono legati alle sonorità dance allora in voga. Nulla di complicato, mi soffermavo, ad esempio, su tutto ciò che trasmettevano in radio. Ascoltavo sempre le frequenze in FM di qualsiasi programma che riuscivo a intercettare, già durante la settimana. Questa è stata la base del mio interesse verso la c.d. ‘club culture’. E ringrazio l’aver vissuto situazioni del genere. Ho avuto la fortuna di ascoltare di tutto: disco, funk, soul, afro, techno e altri generi. Senza la radio, avrei scoperto poco o, forse, nulla di ciò. Inoltre, ero minorenne, non potevo uscire spesso. In un secondo momento, frequentando anche i locali, la mia visione d’insieme è aumentata di conseguenza.

Quali gli altri artisti che ti hanno influenzato o i dischi che hai consumato?

Sono molti gli artisti che mi hanno influenzato, varie le fonti sonore. Ad esempio, l’Herbie Hancock degli anni Settanta, Miles Davis, ho apprezzato il freeform di Anthony Braxton, il funk di James Brown, in termini di forma e groove, adoro tutto quello di quel periodo storico. Di sicuro, gli artisti citati sono la punta dell’iceberg e c’è sempre da imparare dai ‘mostri sacri’. Anche svariate sonorità degli anni Novanta mi hanno colpito molto. L’IDM di allora è esemplare in tal senso, sono stato ispirato da artisti quali Autechre, The Black Dog, Boards Of Canada, Atom TM e altri ancora. La lista può essere molto lunga. Se dovessi indicare alcuni dischi, potrei suggerire anche solo tre titoli abbastanza comuni: “Bitches Brew” (1970) di Miles Davis, “Sextant” (1973) di Herbie Hancock, “Incunabula” (1993) degli Autechre. Nonostante il loro status di classici, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire tra le loro pieghe, c’è ancora da carpirne. Oggi, al netto della loro complessità, sono capisaldi per il sottoscritto. Mai passati di moda.

Il jazz è parte integrante del tuo background, l’elettronica l’altro caposaldo. Improvvisare ed essere un po’ fuori dagli schemi è ciò che ti contraddistingue?

È opportuno distinguere ciò che produco da materiali che, più o meno, sono stati contaminati dal jazz o da elementi free. In primo luogo, non sono un musicista, quindi, se sono considerato ‘fuori dagli schemi’, replico che il mio modo di comporre non è catalogabile in qualche forma di improvvisazione. Quest’ultima si fonda sullo studio e su concetti stilistici che non sono parte del mio background. Mi considero un artista che ha preso le distanze dallo stile classico, continuando a essere se stesso. Per questo motivo, se ‘fuori dagli schemi’ è inteso come ‘atipico’, sono d’accordo. Se si parla di improvvisazione, questa non mi appartiene, non ho la preparazione per affrontarla.

Che cosa significa, invece, ‘sperimentare’?

Ed è proprio questa la domanda che completa quanto ho precisato con le mie risposte precedenti, in merito al concetto d’improvvisazione. ‘Sperimentare’ è, invece, più vicino al mio agire. Un termine che non pone limiti, non crea barriere e fa riferimento a un vero agire ‘anarchico’. Ciò non significa adottare un approccio fondato sul caso, come qualcuno potrebbe e vorrebbe pensare. È un errore macroscopico. Si parte dall’inconsueto, perché tutto quello che è accaduto, è stato ascoltare dischi e seguire, un po’ per istinto, ogni tipologia di suono e di ritmo, finanche con una certa logicità. Altrimenti non si crea nulla e, di conseguenza, non si produce nessuna traccia. Sperimentare è anche un feeling molto personale, se non unico. Da un punto di vista compositivo, c’è sempre tanta strada da percorrere e sperimentare è l’inizio per originare qualcosa di nuovo, pena il restare ancorati a stereotipi ripetutamente adottati per esigenze di mercato, specie in anni recenti, statici in termini musicali.

Difficile, però, collocare la tua arte all’interno di un genere.

Mi fa piacere non essere collocato in un solo genere o stile. In fondo, è proprio ciò desidero perché, in buona sostanza, agisco in modo istintivo, senza alcuna presunzione. Mi auguro di riuscire a trasmettere questo tipo di messaggio. Produco musica sulla base di un’idea, talvolta istantanea, e ciò si riconnette al precedente discorso degli ascolti. Se non si allargano i propri orizzonti, non si può campionare un sound che non ti appartiene. Quando, invece, scegli con attenzione le tue fonti sonore, ciò che crei immediatamente dopo è qualcosa di davvero tuo, in un certo senso ‘unico’. É necessario sottolineare, inoltre, che molti ritengono l’atto del campionare una mancanza di rispetto nei confronti degli autori dei brani originali mentre, per il sottoscritto, è l’esatto opposto. Alcuni brani altrui li ‘sento’ miei, vicini alla mia persona, legati a doppio filo a emozioni che ho provato e che continuerò a provare sia oggi che domani. Inquietudine e contentezza, solarità e tristezza, così come altri viaggi all’interno dell’anima, si sovrappongono tra loro quando m’immergo nell’ascolto di un disco. Determinate sonorità sono state parte della mia crescita, in primo luogo, emotiva. E ciò non è poco.

Quanto tempo dedichi nel cesellare ogni singolo brano?

È relativo all’idea che ho in mente. Dopodiché, come spesso accade, gli elementi che creo poco alla volta devono convincermi appieno, in modo da poter sviluppare un lavoro continuo e, soprattutto, omogeneo. Di solito, impiego dai cinque ai dieci giorni per completare una singola traccia. Naturalmente, in tutto questo, è necessario trovare anche il tempo da dedicare al lavoro, che sottrae energie psicofisiche. Se potessi affrancarmene, farei diventare la musica qualcosa di più concreto.

Ti collochi a metà strada tra analogico e digitale. Com’è nato Ripple Tank?

Il collocarsi tra analogico e digitale è un che di molto naturale, figlio dei tempi che viviamo. Da una parte, il MIDI mi consente di suonare, altrimenti non ne sarei capace. Dall’altra, l’analogico è fondamentale per rimanere ancorati a dei suoni, in termini di ‘pasta sonora’, inimitabili e originali. In ogni caso, tutto è filtrato dal sequencer del computer su cui lavoro e, alla fine, cerco di dare dinamica ai suoni prodotti. Un brano come Ripple Tank, incluso in “Last Journey To Heliopolis EP” (2014), è un insieme dei due aspetti. Un drumming campionato, con annessi pads realizzati con il computer. Nulla di eccezionale, ma il ritmo e il groove hanno, forse, fatto la differenza. C’è in quel brano, un inizio di stesura e di composizione che, poi, in altri lavori ho sviluppato sempre di più.

Una traccia può dirsi completa quando?

Un traccia può dirsi completa quando, durante il suo ascolto, ti rendi conto di non dover più aggiungere e sottrarre nulla. È come terminare una storia con tutti i personaggi al loro posto e, possibilmente, con un lieto fine. Una volta raggiunto ciò, sei a posto con la coscienza. Di solito, un brano tende a stimolare l’artista, non gli concede troppi riferimenti. Ho delle idee iniziali ma, in parallelo, tendono a cambiare con il divenire della traccia. Cerco, però, di stravolgerla il meno possibile in fase di realizzazione.

Numerose le etichette interessate ai tuoi lavori. Sei stato tu a farti avanti?

Sì, nella maggior parte dei casi. Dopodiché, ci sono state anche delle ‘domande’ da parte di altre, talvolta mi hanno richiesto singoli brani da inserire all’interno di alcune compilation e così via. A conti fatti, il sessanta percento delle release sono frutto della mia perseveranza e il quaranta per cento della disponibilità altrui nello stamparle.

La tua carriera è decollata un lustro fa con l’album “Omicron Segment” (2013) su Eclipse Music e il singolo “Strange Apparitions In My Recording Room” (2014) su Berceuse Heroique. Chi era Healing Force Project prima di allora?

La mia non è una vera e propria carriera. Quel biennio è stato, di sicuro, un periodo favorevole, ma tutto è cominciato quando ho conosciuto Andreas Krumm, che mi ha accordato la possibilità di pubblicare il mio primo singolo sulla sua etichetta, Acido Records. Healing Force Project ha preso il via così, non solo come monicker per le mie produzioni e visioni sonore. Dopodiché, ricordo con piacere anche la release sulla Sequencias di JM De Frias: “Hybrid Furrows” (2013) fu pubblicato a distanza di tre anni da “Analogic Prospectus / Moorg#1” (2010). Un altro passo importante è stato collaborare con la Eclipse Music di Francesco Stella, così come le altre label che hanno stampato la mia musica, non importa se singoli brani o 12”. Prima di tutto ciò, ero riconducibile a una serie di nomi d’arte, concentrato solo sui dj-set, nulla più. Oggigiorno, sono, invece, più completo ma, con onestà, c’è da lavorare su una performance live.

Eclipse Music ha stampato anche “Perihelion Transit” (2015). Al netto di acidi e basi, rimandi techno e future jazz, in che modo si differenzia dal precedente album?

“Omicron Segment” che “Perihelion Transit” sono album diversi, sviluppati durante differenti periodi e piani di lavoro. Il primo fu pubblicato nel 2013 dapprima su cd, un’edizione limitata a cento copie, e poi stampato in vinile nel 2014: un mix di sonorità dark, echi electro ed ritmi afro irregolari. Il secondo è stato, invece, più raw in termini di resa finale, sostenuta da una matrice cosmica, con la partecipazione del trombettista torinese Giorgio Li Calzi, che ha dato una profondità maggiore a tre brani dell’album. Ringraziare Francesco Stella è il minimo, mi ha concesso una grande chance e sono entusiasta di un simile progetto. C’è voluto del tempo, ma ne è valsa la pena.

L’elemento visionario è una reazione escapista al vivere in quel di Treviso?

Non lo escluderei, ma sono proprio io in prima persona a dedicarmi e a interessarmi a cose un po’ atipiche. Treviso, come tutte le città del nord-est offrono svariate soluzioni per quanto concerne il divertimento. Nonostante ciò, una parte di loro segue le mode, i c.d. trend del momento, investendo poco o nulla sulle reali alternative per una scena musicale che, da anni, non rischia più. In realtà, è un discorso che estendersi all’intera Italia. C’è di tutto oggi, ma c’è anche, purtroppo, molta confusione.

In parallelo, ti cimenteresti nella composizione di una vera e propria colonna sonora?

Sarebbe bello, stimolante, se non un’occasione ‘surreale’. È necessario tanto studio e, su questo argomento, ammetto di peccare ma, alla fine, qualcosa di buono riuscirei a fare.

Un’altra costante, che accomuna buona parte dei dischi del tuo catalogo, è la cura dei concept e degli artwork degli stessi. Reale causalità o una pura casualità?

No, è stata reale causalità, perché è come se tutti si fossero immedesimati nelle mie tracce. Gli illustratori si sono dati da fare. Se si parla di visioni ‘cosmiche’ associate a suoni, le immagini costituiscono forme di evasioni dalla realtà, o sbaglio?

A questo punto, crea maggiore impatto emotivo la musica o l’immagine?

Una bellissima domanda. Oggigiorno, ho la sensazione che siano le immagini a condizionare un giudizio sull’ascolto complessivo. È ciò che accade anche a chi non ama leggere, ma si limita a guarda le foto di un articolo piuttosto che leggerne i contenuti. Certa musica è divenuta banale, o preda degli stereotipi, in linea con la pochezza culturale propria della nostra società, intrisa di suggestioni psicologiche, talvolta assai discutibili. Ci troviamo di fronte a un autentico appiattimento, che coinvolge sia la sfera familiare che quella sociale sul piano generale e, addirittura, influisce anche su forme subculturali, che resistono in casi altrettanto rari. In ogni caso, mi piace soffermarmi su un artwork, specie se non conosco questo o quel disco. Cerco di farmi un’idea, ma non è destinata a cristallizzarsi. Nel mio piccolo, sono in grado di scindere l’immagine dalla musica. Naturalmente, qui subentra anche il gusto personale, ma è un’altra storia.

Hai mai avuto l’impressione di essere al centro dell’attenzione all’estero?

Una circostanza del genere può, forse, fare riferimento al fatto che in Italia non sono molto attivo e, quindi, basta poco per essere considerato in maggior modo altrove, specie se pubblicando un 12” per un’etichetta straniera. Di sicuro, ho riscontrato che c’è un certo interesse nei miei confronti sia dentro che fuori i confini patrii, in tal senso non posso lamentarmi. Mi piacerebbe fare di più, questo è poco, ma sicuro.

L’audience del nostro Paese non sembra, forse, attratta da certe sonorità di nicchia.

Siamo sempre stati, la storia lo insegna, dei grandi precursori, anche sul fronte delle musiche alternative. Tuttavia, rispetto al passato, sono cambiate molte cose. Non intendo se in modo positivo o negativo, sono mutate e basta. Che cosa sono le ‘sonorità di nicchia’? Tutto e niente. Viviamo un presente in cui, dall’oggi al domani, uno stile sconosciuto o pseudo tale, può diventare di tendenza e persino sparire nello stesso batter d’occhio. Una simile circostanza è concretizzabile se sono state ben sviluppate le pubbliche relazioni e, sopratutto, vale anche un’espressione quale il ‘trovarsi al posto giusto nel momento giusto’. Nel frattempo, la concorrenza sul mercato è aumentata, affermarsi è difficile. Personalmente, preferisco essere considerato da pochi che da molti. È il sottoscritto, inoltre, a cercare situazioni un po’ diverse dalle altre su piazza, per non diventare dozzinale, sia in termini di produzione musicale che di djing.

Nel frattempo, il web è colmo di fenomeni dell’ultima ora in cerca di click e like.

Negli ultimi anni, il web ha dato poca o tanta visibilità a differenti utenti. Dipende anche dal modo di utilizzare le piattaforme a disposizione. Fino a poco tempo fa non avevo una casella di posta elettronica, ora sono, invece, dappertutto con il mio progetto. Non perché abbia ‘bisogno’ di creare un seguito di follower, ma oramai tutto passa dal bacino di fan. È sia un bene che un male. Non sono nessuno per ritenere ciò giusto o sbagliato. Le nuove generazioni hanno un’eccessiva facilità nel connettersi e, soprattutto, nel crearsi un’immagine, dopodiché capiscono che non è così semplice riuscire a ottenere risultati e a diventare, magari, qualcuno in poco tempo. Non è come creare una pagina su Facebook, un profilo su Instagram e così via. È necessario, se non fondamentale, avere belle idee e poterle metterle in pratica. Internet o no, il tempo sarà galantuomo.

Sei soddisfatto della reazione del pubblico? Hai una qualche ambizione?

Sono soddisfatto per alcuni fattori, per altri meno. Negli ultimi anni, la scena elettronica nazionale è stata parecchio al centro dell’attenzione. Nonostante ciò, come spesso accade, troppa attrazione, soprattutto mediatica, ha fatto sì che fossero enfatizzati più i lati negativi che quelli positivi. Ricollegandomi alla domanda precedente, l’eccessiva facilità nel crearsi alias di vario tipo ha ‘storpiato”‘ il prodotto finale, rendendolo a uso e consumo delle masse e, quindi, non garantendogli il giusto valore sia culturale che sociale. Dal canto mio, in tempi recenti, sono stato a contatto con belle persone, con cui mi sono divertito molto. Ho conosciuto gente brava e appassionata e ciò mi ha ridato quello che, magari in passato, non avevo ottenuto, cioè quel briciolo di consapevolezza che è difficile da raggiungere specie se si è confinati in contesti piccoli, o peggio, negativi. Per questo motivo, l’ambizione preferisco chiamarla ‘stimolo’ e, quindi, voglia di fare bene. Si ottengono buoni risultati in scia alla giusta carica emotiva.

È più importante ciò che prova l’ascoltatore o ciò che l’artista comunica?

Entrambi, perché l’artista deve essere sempre pronto ad affrontare mille situazioni, a volte molto difficili. Personalmente, si parte sempre dal sentirmi a mio agio nel posto dove propongo la mia musica, qualunque essa sia. Dopodiché, se il contesto è positivo, posso fare del mio meglio. A fronte delle numerose location odierne, l’artista di turno deve essere capace di adattarsi in fretta. Non necessariamente in termini di sonorità, ma di approccio a differenti circostanze. Se il pubblico sarà capace di recepire la sua voglia di proporre materiale di qualità, si creerà un bel connubio, altrimenti subentreranno alcune difficoltà. In tal senso, il dj è, forse, una categoria un po’ bistrattata.

In che modo ti approcci, invece, nel caso di un dj-set?

Se mi ritrovo in una location grande e con molta gente, di sicuro, non farò una selezione di dischi jazz o affini, ma cercherò di essere più ‘concreto’ in termini ritmici. Inoltre, anche l’orario fa la sua parte, se selezioni musica all’una di notte è un conto, alle tre subentrano differenti considerazioni, alle sei del mattino è un altro discorso ancora. È la stessa serata che, a modo suo, ‘impartisce’ delle direttive. Se c’è il giusto amalgama, non è necessario preoccuparsi, tutto scorrerà fluido. In ogni caso, non esiste una scienza esatta. Se, invece, mi ritrovo in un locale piccolo, allora, è più opportuno che scelga materiali sonori diversi, magari, approcciando l’ascoltatore con dischi più d’ascolto che dai rimandi dancefloor. In buona sostanza, ho sperimentato entrambe le situazioni. Laddove è tanta la voglia di divertirsi e di ascoltare, una caratteristica congeniale, tutto è più facile. Selezionare dischi diventa un piacere e ciò mi fa sentire bene.

Non hai pretese artistiche o urgenze esistenziali. Suonare è soltanto un hobby?

Le mie ‘pretese’ sono semplici, o meglio sarebbero semplici, vale a dire esibirmi come dj con una certa cadenza, cercando di stimolare una piccola fetta di fan sempre attenta e curiosa. Mi rendo conto che ciò è un po’ utopico, ma voglio continuare a sognare. Scherzi a parte, ho ritenuto la musica alla stregua di un hobby e la motivazione è semplice: ho sempre fatto ciò che mi piaceva, non seguendo in maniera didascalica i gusti del pubblico. Se desideri una maggior risposta e un maggior coinvolgimento, devi saperti anche vendere. Su questo, fortunatamente o meno, non sono molto ferrato e capace.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Non ho progetti al momento, vivo davvero alla giornata. Oggi, non c’è nulla di pianificato. Spero, chiaramente, che si sblocchi qualcosa in futuro. Difficile, ma non impossibile.

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