Two Worlds, One Sound

Francesco Tristano

Francesco Tristano è il nuovo che avanza sia nei complessi mondi della musica classica ed elettronica. Dal pianoforte alle sperimentazioni, il padroneggiare un solo strumento non gli è mai bastato e, per questo motivo, il suo interesse si è presto spostato verso nuovi suoni e nuove collaborazioni. Un’interessante evoluzione in meno di un decennio. Dall’esperienza con gli Aufgang, condivisa con Aymeric Westrich e Rami Khalifé, alla supervisione di Murcof per “Not For Piano” (2007) e quella di Carl Craig per “Idiosynkrasia” (2010), le sue conoscenze sono destinate ad aumentare nel tempo. Dal Lussemburgo alla Spagna, l’artista torna sui propri passi e si racconta.

Il tuo nome e il tuo cognome ci lasciano credere che tu sia italiano ma sei nato in Lussemburgo e vivi a Barcellona. Qual è il segreto delle tue origini?

Sono nato in Lussemburgo, sono lussemburghese, ma ho una nonna italiana e quindi, di conseguenza, anche una mamma italiana. Tristano però è un ‘middle name’ e non è il mio vero cognome, che è Schlimé, a differenza di come si potrebbe pensare.

Quand’è iniziata la tua relazione con la musica?

Sono cresciuto con la musica. Mia madre ascoltava brani dalle sei del mattino fino a mezzanotte, per cui certi suoni sono sempre stati con me. Inoltre, c’era un pianoforte in casa, per cui è stata una conseguenza normale, a un certo punto, cominciare a suonarlo.

Ci sono dei dischi che ritieni fondamentali da ascoltare?

Sì, almeno tre: “Bach: The Goldberg Variations” (1956) di Glenn Gould, “Landcruising” (1995) di Carl Craig e “Who’s Afraid Of The Art of Noise (1984) degli Art Of Noise.

Hai, invece, un disco preferito dei Kraftwerk?

Certo, hanno creato un modello di linguaggio che quarant’anni anni dopo si può ancora rintracciare nelle opere di tanti gruppi. Il mio album preferito del quartetto teutonico è, di sicuro, “The Man Machine” (1978), con The Robots come singolo in assoluto.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato in passato?

Tra i tanti compositori, sicuramente, Johan Sebastian Bach, Luciano Berio e anche Wolfgang Amadeus Mozart. Tra i produttori di musica elettronica, invece, ho subito l’influenza della techno propria della seconda generazione di Detroit, di cui fanno Carl Craig e Jeff Mills, ma sono stati importanti anche Derrick May e altri artisti simili.

Non hai citato i Drexciya. Qual è l’eredità di James Stinson?

Si tratta di un’estetica fortissima, destinata a durare nel tempo, al di là dei dettagli tecnici o stilistici. La sua opera ha offerto un altro linguaggio per la nostra epoca.

The Melody è stato il brano che ti ha lanciato. Perché, invece, i re-edit di Overand degli Autechre, Strings Of Life di Derrick May e The Bells di Jeff Mills?

“Not For Piano” è stato il primo disco che ho realizzato a mio nome. Avevo già registrato alcuni album classici con vari compositori, ma quest’ultimo è stato il mio primo lavoro originale, al cui interno figurano alcuni ‘clan d’oeil’, o veri e propri ammiccamenti alla musica elettronica. Autechre, Derrick May e Jeff Mills sono stati tre act molto importanti per me e quei brani finiscono per essere una sorta di ‘hommage’ a loro.

Ti sei mai fermato a guardare indietro alla tua avventura da compositore?

Non guardo mai indietro, mai. Cerco di guardare sempre avanti, cerco di pensare a quanto avviene nel presente e non a ripensare alle cose già fatte.

Carl Craig è stato il produttore esecutivo di ‘Idiosynkrasia’ (2010). Com’è stato lavorare con uno dei tuoi artisti di riferimento? Come ti trovi, invece, con Murcof?

‘Carletto’ è una persona squisita, ci siamo visti anche ieri sera all’Amsterdam Dance Event e abbiamo in programma vari progetti che continuano ad avere il loro corso. Con Murcof, invece, con cui ho lavorato su “Not For Piano”, ci vedremo domani a Madrid, presso la Red Bull Academy, per tre giorni di session relative a un nuovo progetto.

In che modo Lussemburgo e Spagna possono essere connesse alla tua musica?

Certe immagini non sono né assolute né definite. La musica è un linguaggio molto più astratto e universale: tutte le nozioni di geografia o sentimentali sono assai personali, quindi, è difficile ricavarne un’interpretazione chiara all’interno della mia musica.

Prima Infiné, poi Deutsche Grammophon: un bel salto di qualità per i tuoi lavori.

Ho lasciato Infiné due anni fa quando ho firmato un contratto in esclusiva con Deutsche Grammophon. Adesso rivolgo il mio interesse verso produzioni più techno con la Universal Music, in quanto la Deutsche Grammophon è di sua proprietà. Eppure quest’ultima non ha più in gestione un’etichetta di musica elettronica tout court. Fa sensazione pensare che ne aveva tante durante gli anni Novanta. L’industria è così cambiata nel tempo che non ne è sopravvissuta nessuna.

Qual è la tua relazione con il digitale?

Il digitale è molto pratico, utile, ma non può cambiare la sensazione fisica. Quando dico analogico penso anche al pianoforte, non c’è nulla più analogico di quello, è impossibile superarlo. In realtà, cerco di utilizzare tutte le opzioni disponibili. Anche nella mia musica, è il caso di “Idiosynkrasia”, registrato tramite strumenti analogici e sottoposto a una post-produzione digitale. È possibile utilizzare ‘the best of both worlds’.

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