Tim Hecker – Dropped Pianos

Tim Hecker – 'Dropped Pianos' (2011)

L’opera di Tim Hecker è in fieri. Se “Ravedeath, 1972” (2011) è considerato il vero e proprio full-length, “Dropped Pianos” (2011), rilasciato sempre via Kranky, non va ritenuto un mero EP, perché la sessione di registrazione dei brani di entrambi i dischi è stata la stessa. Il 21 luglio del 2010 l’artista canadese si raccolse con i suoi strumenti all’interno della Fríkirkjan Church di Reykjavík, la stessa isolata chiesa al cui interno i Sigur Rós hanno generato le parti più cupe del loro “Von” (1997).

Le analogie non finiscono qui. Il titolo “Dropped Pianos” (2011) non è casuale, infatti, è tratto direttamente da The Piano Drop, prima traccia di “Ravedeath, 1972” La copertina per entrambi i dischi presenta, poi, la medesima incorniciata immagine in bianco e nero, laddove sono i colori di tale contorno ad aver assunto tonalità chiare per “Ravedeath, 1972″ ed oscure per “Dropped Pianos”. Per rimarcare ancora la sola e piccola differenza che li separa: l’atmosfera che emerge dal loro ascolto.

“Ravedeath, 1972” è stato vibrante, organico, caratterizzato dai suoni dei sintetizzatori accompagnati dall’organo a canne locale e dalla sua pesantezza, a tratti devastante. “Dropped Pianos” l’esatto opposto: leggero, intimo, sognante e mai glaciale. Non è solo l’altra faccia della medaglia. I suoi nove sketch costituiscono gli esercizi preparatori in presa diretta di quanto è stato pubblicato mesi prima e poi manipolato in studio.

Nove brani che rivelano basi espressive rintracciabili, tra echi e riverberi, in un imperturbabile e quasi solenne minimalismo, privato di un successivo processo di digitalizzazione. Nonostante il suo lato grezzo, la consueta maestria di Tim Hecker si manifesta nel percorso tracciato nell’arco di mezz’ora, a testimonianza della sua frammentata essenzialità, imperniata su evanescenti melodie e flussi eterei.

“Dropped Pianos” presenta una sua coerenza tra momenti riflessivi, come in Sketch 4, e rumorosi, ad esempio, in Sketch 9. Questi non sono né incompiuti, né incompleti, perché legati tra loro e accomunati dalla presenza dei centellinati elementi pianistici, talvolta nascosti nel precedente lavoro, per un’inversione completa di tonalità. Da ciò deriva la complessità di un disco per nulla in tono minore, ennesima convincente prova di Tim Hecker, le cui idee restano in continua espansione. Tra sacro e profano.

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