Thomas Köner – Novaya Zemlya

Thomas Köner – 'Novaya Zemlya' (2012)

Novaya Zemlya, Nova Zembla, Gåselandet: diversi nomi in tre lingue per indicare il medesimo luogo geografico, ma con due significati diversi. Letteralmente, ‘terra nuova’ sia in russo che in olandese, quest’ultima nazionalità dell’esploratore Willem Barentsz che vi compì due spedizioni tra il 1594 e il 1596, e ‘terra dell’oca’ in norvegese.

Si tratta dell’arcipelago appartenente alla Russia e costituito da due isole maggiori, Severnyj e Južnyj, separate dallo stretto di Matočkin, oltre a numerose piccole minori la cui superficie si estende oltre il Circolo Polare Artico. Sin dal 1954, l’arcipelago è stato un poligono nucleare destinato a esperimenti atomici durante la Guerra Fredda.

Con la messa al bando degli esperimenti nucleari, da oltre un ventennio nessuna esplosione scuote più tale area, destinata solo ai test ‘subcritici’ previsti dal Comprehensive Test Ban Treaty (1996). Come testimoniato dall’artwork, un paesaggio con temperature sotto lo zero è il background dell’ultima fatica di Thomas Köner.

Oltre le ristampe su Type dei suoi primi tre lavori, che compongono la ‘trilogia artica’, il tedesco si affida ora alla Touch e alla Denovali Records per il rilascio dell’edizione in cd e in vinile. All’interno della prima è possibile leggere un saggio di Thierry Charollais dal titolo “Thomas Köner’s Novaya Zemlya: Towards A Metaphysical Geography”.

Tra silenzio e basse frequenze, talvolta udibili con un ascolto in cuffia, un’atmosfera cupa, ostile, a tratti costituita di astratti rumori e impercettibili melodie permea i tre lunghi brani che compongono “Novaya Zemlya” (2012). L’artista multimediale imprime qui tutta la sua forza, a colpi di riverberi, battiti, frammenti indecifrabili.

Suoni ultimi che offrono all’ascoltatore la precisa visione sia di un’arida e fredda natura, che di una lontana e inaccessibile realtà. Terribilmente splendide per il richiamo alle esplosioni avvenute in passato, filtrato attraverso gli incomprensibili messaggi radio e i rarefatti field recording interposti tra una traccia e un’altra.

Non è un disco ‘immediato’: è necessario del tempo per compenetrare l’arte di Thomas Köner. Da un punto di vista strutturale, queste costituiscono un crescendo intriso di mistero. Si accentuano le dissonanze e si estendono gli ultrasuoni senza rispettare schemi di fondo. L’album è spigoloso e difficile da tradurre in parole. Ermetico.

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