The Venetian Lagoon Mannerist

Enrico Coniglio

Uno sguardo alle onde del mare. L’altro al display del registratore. Enrico Coniglio non è solo un attento osservatore, ma uno dei soundscaper italiani più eclettici in circolazione. Il suo interesse per l’estetica paesaggistica ha spesso stimolato la sua curiosità al punto da ‘traghettarlo’ dall’ambient al field recording, indagando ancora più a fondo sull’identità dei luoghi della propria anima e sull’incerta evoluzione dei territori.

“Open To The Sea” (2017), con la collaborazione di Matteo Uggeri, e “King Of Corns” (2017), firmato come My Home, Sinking, le più recenti aggiunte a un catalogo in lenta e costante crescita. In che modo descriveresti l’evoluzione del tuo sound?

Se provo a guardare indietro, vedo almeno due percorsi distinti che, probabilmente, incarnano il desiderio di dar voce alle diverse personalità che albergano in me. Nel 2002, quando ho venduto un ingombrante Marshall 4 Coni per un grigio assemblato dotato di frusciante Sound Blaster, è cominciato tutto. Ho individuato l’ambient come il genere che mi consentiva di raccontare il paesaggio con un taglio anche emozionale, trovando ispirazione nell’esperienza della laguna di Venezia. Oggi mi sento più vicino a un approccio documentaristico, gli elementi musicali sono ridotti al minimo nelle mie soundscape composition. D’altra parte, recentemente, ho sentito il bisogno di tornare a scrivere canzoni, ed ecco il mio progetto folk-cameristico My Home, Sinking. A metà tra questo e quello c’è il lavoro con Matteo Uggeri, uscito per Dronarivm, che rappresenta una sorta di crossover tra mondi musicali che solo alcuni vogliono mantenere distinti. Perché le distinzioni sono, a volte, trincee dietro le quali nascondersi. La mia ricerca è volta agli spazi liminali, mi interessano le contaminazioni, gli interstizi, le migrazioni. Matteo Uggeri è uno coraggioso e pure lo è stato Dmitry Taldykin, il proprietario dell’etichetta russa, che ci ha sostenuto con sfidante entusiasmo.

Il ritorno del tuo alias ti riavvicina a forme acustiche e inserti vocali.

Il bisogno dell’armonia è innato secondo me, l’estetica del rumore è piuttosto novecentesca. Non rinuncio né all’una, né all’altra, motivo per cui mi cimento in diversi progetti, con la cautela di utilizzare diversi alias. Se ambient, drone, elettroacustica mi consentono di comporre musica fuori dagli schemi, resta la voglia di comunicare anche attraverso linguaggi più codificati. Ad esempio, un progetto come My Home, Sinking nasce per dare voce a questo mio desiderio: ibridare ambient, folk, modern classical senza il timore di disorientare, rifacendosi a ciò che hanno già realizzato alcune grandi band del passato. Eppure ci sono etichette musicali, con un catalogo consolidato e ben saldo su radici ambient, che guardano con sospetto alla comparsa della voce in questo ambito. Sembra quasi che la voce sia sinonimo di mainstream. Forse si ha paura di disorientare i propri affiliati, in un mondo in perenne overload di uscite.

La musica che hai composto sinora ha più valore oggettivo o soggettivo?

Comporre musica restituisce un’interpretazione personale della realtà sperimentata in modo empirico e, al contempo, esprime la trasposizione della propria Weltanschauung. Tutto ciò che concepiamo appartiene al dominio della soggettività. Non potrebbe essere altrimenti. La soggettività del pensiero è immanente alla natura dell’uomo. La necessità di esprimersi in modo creativo, che alcuni di noi hanno nel cuore, è solo il modo di interpretare il mondo in cui viviamo, i suoi fenomeni. Il tentativo di dare ordine al caos, un gesto neghentropico. Anche se poi dichiariamo di essere tutti fan dell’entropia.

Il flauto e la chitarra, il computer e il registratore. Gli strumenti che hanno accompagnato un certo progresso in note alla stregue di autentiche istantanee di differenti momenti della tua vita, tutti vissuti intensamente. Il saggio di fine anno, il tipico strimpellare adolescenziale, i primi esperimenti e quella strana voglia di imprimere su nastro magnetico i ricordi di una passeggiata nel bosco.

Alla scuola media statale Francesco Morosini l’insegnate di musica, nel corso di una lezione, aveva sottoposto la mia classe a una specie di interpretazione grafica del suono. L’esperimento consisteva nel farci ascoltare alcuni rumori ‘prodotti in laboratorio’, così aveva detto, diffusi attraverso un mangianastri sulla cattedra, lo ricordo con precisione. Ogni volta che il registratore emetteva un ‘bip’ o un ‘fiu’ on un ‘zzz’ dovevamo provare a disegnarlo. È stato il mio primo approccio all’ascolto della musica elettronica. Più avanti ho iniziato a strimpellare la chitarra che, fino ad allora, chiedevo di suonare a mio padre, perché mi divertiva molto. Dopodiché, è stato il tempo delle band, la sala prove, i volumi al massimo, il sogno di uscire dalla macchia e incidere un disco in uno studio vero. Sono, poi, entrato in possesso di un walkman Toshiba dotato di microfono stereo, che conservo ancora, ideale per prendere appunti e fissare il ricordo di una gita. Frammenti audio da riascoltare a casa, quando fuori piove e non puoi essere là dove vorresti. Probabilmente, il desiderio di essere altrove trova soddisfazione nell’impossibilità di realizzare i propri desideri. A questo mi serve la musica.

Che valore ha un verbo quale ‘sperimentare’?

Non mi sono mai presentato come uno sperimentatore, provo a fare cose nuove per me, senza pretesa di originalità. Sono un po’ manierista. Spesso ascolto un disco realizzato da qualcun altro e penso che sia riuscito a esprimere qualcosa che da qualche parte c’era anche dentro di me, ma lo abbia fatto prima o meglio. Provo a coglierne lo stile, poi esce fuori qualcosa di diverso. Si procede per imitazione e si aggiunge qualcosa. Ogni tanto sono contento del risultato, ma dura poco, qualche mese più tardi guardo indietro e penso che rifarei tutto daccapo. Tuttavia, è impossibile restare soddisfatti per sempre, essere soddisfatti è uno stato assolutamente precario. Sperimentare è un gioco, no? Deve essere divertente, se così non è allora mi prendo una pausa, faccio altro. Tavoloparlante, con Nicola Di Croce, è il progetto più sperimentale e divertente a cui abbia mai preso parte. È puro dadaismo e questo al nostro pubblico piace, arriva.

Sei lustri fa l’unico modo per entrare in contatto con diversi generi musicali più acquistare musicassette e vinili. Quali oggetti conservi con maggior affetto?

Premetto che sono un accumulatore seriale e non butto via nulla del mio passato, sarà che sono sempre ‘alla ricerca delle mie radici’. Conservo tutti i vinili dei miei genitori, strisciati, distrutti. Tutte le audiocassette copiate che ascoltavo alle medie. Tutti i cd comprati alle superiori nei negozi di musica che oggi non esistono più. Oggi acquisto ancora vinili, cassette e cd, in sostanza non è cambiato nulla. Non ho una ‘collezione’ immensa come alcuni amici che invidio un sacco, ma sono molto attaccato alla materialità dei miei pezzi. Sono affezionato alle cose vecchie soprattutto, le cassette che registravamo per gioco con mia sorella da bambini o quelle con incisa la voce di mio padre da giovane, i vinili di Igor Stravinskij, di Andrew Lloyd Webber, del coro dell’Armata Rossa. Sono affezionato all’odore della polvere, della carta vecchia, della plastica deformata. Sono un inguaribile nostalgico degli anni Ottanta, ma guardo anche avanti. Anche se il mondo che verrà non mi piace molto.

Field recording, musica delle aree a margine, paesaggio sonoro, sound art. I quattro punti cardinali del tuo agire come musicista degli anni Duemila.

Qualche anno fa, scribacchiando a tempo perso, pur non essendo un accademico, ho buttato giù alcune idee sul tema del suono di confine. Quel post pubblicato sul mio sito è arrivato in qualche modo a Leandro Pisano, curatore irpino di chiara fama, con cui conduco la label digitale Galaverna e che, da poco, ha pubblicato per Meltemi Editore il saggio miliare “Nuove Geografie Del Suono” (2017). Grazie ad alcune riflessioni portate avanti assieme, senza tuttavia mai imprimerle su carta, mi sono convinto che il concetto di ‘margine’ possa divenire un nuovo modello di interpretazione del paesaggio sonoro contemporaneo, un paesaggio spurio, lontano da idealizzazioni nostalgiche e, forse, qui vado in cortocircuito rispetto alle mie personali inclinazioni. Come mi è capitato di spiegare in occasione di qualche residenza artistica, questo approccio deriva dai miei studi in urbanistica, con riferimento a un’idea che viene della ‘landscape ecology’.

Secondo l’interfaccia tra geografia ed ecologia, il paesaggio è composto da minime unità strutturali dette ‘patch’ che venendo a contatto tra loro generano i cosiddetti ‘ecotoni’. Questi ultimi sono territori di confine dove avvengono fenomeni biologici di contaminazione tra le parti. Un ecotone è perciò un’area di transizione in cui si verifica, tra le altre cose, un aumento della biodiversità. Una volta trasferiti tali concetti al nostro campo di interesse, se il paesaggio sonoro è un aspetto acustico del paesaggio in generale, che ipotizziamo sia suddivisibile in unità minime, l’adiacenza tra le diverse parti del paesaggio sonoro darà luogo ad aree di confine che saranno più ricche di suoni delle singole parti da cui il suono si origina. Il suono, viaggiando sul vettore aria, gode di una capacità di migrazione molto alta. Ciò significa che quasi tutti i campi di ricerca del field recordist, che si muove tra regioni sviluppate, corrispondono ad aree di confine. E qui la riflessione è del tutto aperta e i risultati di una simile ricerca ancora da valutare.

Crea maggiore impatto emotivo la musica o l’immagine?

La differenza principale giace nell’immediatezza della percezione umana. Un’immagine la percepisci nella sua totalità, in un battito di ciglia. La musica è tutt’altra cosa, è necessario avere pazienza, bisogna farsi condurre per mano. Il suono viaggia sull’asse del tempo e per ascoltare qualcosa serve averne abbastanza. Se le immagini mi seducono in un istante, la musica mi fa viaggiare con la mente, mi attiva fantasticherie incredibili simili a un sogno lucido, specie se ascolto al buio, in uno stato di dormiveglia.

La ricerca che conduci sembra intenzionata a conciliare al minimo analogico e digitale e, contemporaneamente, a prevenire al massimo una qualsiasi forma di tua intromissione. Il ruolo che hai ritagliato per te stesso è quello di una sorta di osservatore interessato, pronto a non esagerare in termini creativi.

La mia musica non è, sicuramente, il dominio del suono digitale, né la sua celebrazione. Tutto sommato credo che sia questo a renderla poco up-to-date e, in parallelo, poco intrigante per chi è sempre alla ricerca del nuovo. Con me, non si ascolta nulla di nuovo. Provo a essere un artigiano, che lavora soprattutto nella sua bottega e non si trova molto a suo agio alla luce del sole. Per dar sfogo alla creatività indosso altre maschere.

Tavoloparlante è, invece, l’altra faccia della medaglia?

Tavoloparlante è l’ennesima faccia di una medaglia che somiglia, per la verità, più a un sasso dalle molte sfaccettature. Si tratta di un’installazione animata, a volte al centro della scena oppure in disparte. È una performance non ancora su supporto fisico, è animale in mutazione, miscela instabile. Ed è qualcosa che ci diverte fare, che trova riscontro nel pubblico e che si propone per quel che è. Tavoloparlante non è altro che un set cinematografico dai rimandi elettroacustici, che svela in modo didascalico alcuni meccanismi del genere e gioca con i suoi cliché. È un progetto finanche irriverente e vernacolare. Invita i presenti alla partecipazione. Rappresenta la nostra occasione per coltivare passioni comuni, agganciare altri artisti e cogliere ulteriori opportunità.

Una traccia può dirsi, dunque, completa quando?

Quando sento che non c’è nulla di più che potrei fare per migliorarla, in quel preciso momento. È una situazione fragile, estemporanea. Finisci un lavoro, lo invii a chi di dovere per il suo mastering. Per un po’, sei convinto che era giusto concluderlo in quel modo, poi si insinuano mille dubbi. Alla fine, capisci che devi rinunciare al desiderio di controllare tutto e ti arrendi. Questo è il motivo per cui vuoi iniziare un nuovo lavoro.

La laguna di Venezia e le aree limitrofe sono state spesso al centro di tue composizioni. In che modo subisci il fascino di una città mozzafiato e, soprattutto, l’influenza dei suoi meno chiacchierati ambienti naturali marini?

L’ambiente terracqueo della laguna di Venezia è un ideale campo di prova dei concetti sopra enunciati. Inoltre, la medesima è diventata un porto-rifugio per noi abitanti del centro storico, vessati dal turismo di massa e ormai incapaci di convivere in uno stesso spazio così limitato. In poche parole, la laguna è un’area di fuga dal caos che pervade la città dodici mesi l’anno. Credo ormai non ci sia davvero più nulla da fare se non fuggire. È triste, ma la mia fascinazione per Venezia è scemata: la città che amavo, quella dei ricordi d’infanzia, non esiste più. Esistono solo appartamenti in affitto su Airbnb, bancarelle di paccottiglia e masse bovine che si aggirano per le calli e i campielli. Se il turista si rendesse conto che Venezia non esiste più, smetterebbe di venire a visitarne le reliquie. Eppure ciò non accadrà mai, perché cerca la finzione, non l’autenticità. Lo svago e il semplice plaisir. Il sightseeing è soltanto un penoso slogan.

Ci sono altri luoghi a cui sei sentimentalmente legato?

Oggi sono più legato all’ambiente alpino che a quello lagunare, che frequento tutti i sacrosanti weekend. Anch’io un turista? Odio pensarlo, mi vedo di più come un amante abituale. E proprio per questo, anche se sono ben cosciente che il mio è un desiderio di fuga pari a quello di tutti gli altri, ho nell’animo di trasferirmi, prima o poi, a vivere in quota. Quando guardo le montagne, avverto un’energia e una pace impareggiabile. Sono legato a quei luoghi fin da bambino e, fin da allora, il mio sogno è restarci per sempre.

L’acqua è ciò che collega release quali “Astrùra” (2016) e “Solèra” (2016), titoli che rimandano, non a caso, a diversi tipi di fondali, se non realtà osservate con cura.

Fermo restando il mio amore per le ‘crode’, il mondo dei suoni sottomarini, naturali o prodotti dalle opere o attività antropiche, resta comunque il campo di ricerca che mi affascina maggiormente. E se è vero che l’acqua è un soggetto banale, è pur vero che il carattere timbrico del suono recepito da un idrofono restituisce alle orecchie delle suggestioni singolari, quasi misteriose. Si direbbe che alle volte è il microfono che ‘fa’ il suono più che recepire ciò che viene emesso dalla sorgente sonora. Per imprimere una forte identità alle Bragos Series, il dittico citato, ho scelto di guardare a ciò che contraddistingue la laguna nel suo essere più profondo, viscerale: il suo fondale. A parte la curiosità fonetica dei nomi in questione, ciò che mi ha catturato è scoprire che ciò che comunemente chiamiamo fango è, in realtà, caratterizzato da diversi tipi di sedimenti.

Ad andar per ‘ghebi’ e barene, ti accorgi di quanto differiscono tra loro. Quando raschi il fondo della barca con la chiglia, o quando ci cammini sopra, a piedi nudi. È un lavoro transcalare, dal micro al marco. Ai margini della ‘layerizzazione’ delle registrazioni sul campo, collocate in primo piano anche nel missaggio, in emersione flebili bordoni ricavanti dall’enfatizzazione di alcune armoniche ‘che cantano’, presenti negli stessi field recording. Con “Astrùra” e “Solèra”, una strana coppia di 10” stampati in edizione limitata dalla 13 di Stefano Gentile e corredati da alcuni magnifici scatti a cura dello stesso gestore dell’etichetta, ho avuto l’opportunità di rinverdire una manciata di registrazioni raccolte nel 2010 e rimaste a giacere nel fatidico cassetto per un certo tempo.

Vinile in edizione limitata, cd dalla precisa resa sonora, musicassetta come ritorno alle origini. Qual è il più adatto per talune sonorità estreme?

Vinile e cassetta si prestano a riprodurre suoni che non hanno bisogno dell’alta fedeltà. Viceversa il cd continua a essere un riferimento per musica le cui frequenze non possono essere impresse su altri supporti. La cosa migliore è avere in mente sin dall’inizio l’output finale come qualcuno che disegna a mano libera e già visualizza, con buona dose di approssimazione, l’oggetto ritratto nella sua completezza. Ad esempio, avere le idee chiare sulla durata delle singole tracce, così come sulla loro sequenza, aiuta molto nella fase di riversamento sui media fisici, soprattutto per quanto riguarda il vinile, che richiede anche un tipo di masterizzazione molto accurata.

L’elemento acquatico è stato, inoltre, fonte di ispirazione anche per un album ‘glaciale’ quale “Cloudlands” (2009), con Gianluigi Gasparetti, che per il più oscuro “Sea Cathedrals” (2010), realizzato con i contributi di Manuel P. Cecchinato e Massimo Liverani. Da una parte, sintetizzatori e disturbi sonici. Dall’altra, registrazioni dal vivo e derive industrial. Approcci tanto fluidi quanto virtuosi.

Il ghiaccio è l’elemento fondativo di tutte le release della Glacial Movements. Sì, sono due album fondamentalmente diversi anche se vicini temporalmente. Sono molto affezionato a entrambi, per diversi motivi. “Cloudlands”, i cui titoli dei brani sono stati scelti da Oöphoi, è un disco che nasce dall’innamoramento del lavoro di Alessandro Tedeschi, il patron della label. Il disco contiene diversi spunti. Io ho imbastito un’ossatura fatta di texture e ritmiche sulla quale poi Gianluigi Gasparetti ha aggiunto con estrema delicatezza abbellimenti e melodia. Tutto sommato, a parte qualche lungaggine di troppo, credo sia uno dei miei lavori più riusciti.

Il successivo “Sea Cathedrals”, con i contributi di Massimo Liverani e Manuel P. Cecchinato, è nato, invece, appositamente per un’etichetta quale la Silentes del già citato Stefano Gentile. Alla lunga e rassicurante title-track seguono bozzetti che lentamente conducono l’ascoltatore verso sonorità più dark. Le trame sono costruite su field recording registrati a Porto Marghera, riprodotti con un campionatore, acquistato proprio da Oöphoi, e riverberate con un processore effetti Eventide Eclipse.

Qual è il tuo ricordo del compianto Oöphoi?

Ho conosciuto Gianluigi Gasparetti attraverso Alessandro Tedeschi, gli ho proposto “Cloudlands” in una versione embrionale e lui mi ha invitato nel Kiva, il suo studio nelle colline della Tuscia. Ad accogliere me e mia moglie, in vacanza già da qualche giorno in Umbria, tre cani e circa quindici gatti. Abbiamo passato una splendida e semplice serata in compagnia di Oöphoi e della sua compagna, fantastici ospiti. Ricordo il suo sorriso gentile e il carattere forte di Alessandra Clini. L’ultima volta che lo ho sentito è stato qualche mese prima della sua scomparsa, è stata una telefonata tragica, in cui mi spiace di non essere stato abbastanza forte e non aver saputo dargli il giusto conforto.

Hai avuto modo di affiancare vari artisti in progetti quali Herion, Øe, Lemures e altri già nominati. Che cosa hai imparato da queste collaborazioni?

Impari a mediare, ad ascoltare i consigli altrui, a dover rinunciare ad alcune tue fisse. Impari anche a lasciare fare a chi è più bravo di te. Qualche volta ci si accapiglia e si finisce col litigare e mandarsi persino a quel paese. È tutto abbastanza naturale. Le esperienze citate sono oggi o chiuse, but you never know!

Qual è lo stato di salute della nicchia ambient tricolore?

Non vorrei sbilanciarmi, ma forse l’ambient in Italia ha lasciato da tempo spazio a drone music e sue varianti. Seguo solo in parte la scena, immagino ci siano molti nuovi talenti, ma io sono pigro e mi focalizzo più che altro sulle uscite dei miei amici. Viviamo una fase di stallo? Alcuni giornalisti lo ribadiscono ogni giorno sui loro social network. Non credo che per forza si debba andare avanti, ma ritengo che non possa solo vincere la retromania. C’è un hype mostruoso per registratori a nastro e modulari e forse le patch di Max avranno anche perso un po’ di smalto, ma mi sembra che, dopotutto, oggigiorno viviamo una realtà in cui sperimentazione e repêchage convivano abbastanza bene.

Che cosa hai scoperto registrando ore di field recording?

Nulla di particolare, se non che registrando si impara ad ascoltare, si impara a distingue i suoni che formano il paesaggio sonoro, si impara a decifrare la loro origine e ciò stimola una serie di riflessioni sulla natura dei fenomeni territoriali e sociali, su come cambia il territorio stesso e su come l’identità di un luogo sia un concetto estremamente vulnerabile. L’identità non è un che di immutabile, è solo uno stato apparente. Pericoloso è il pensiero che si aggrappa all’identità locale e ne fa una bandiera. Il mio rapporto con il field recording è stato molto altalenante negli anni, solo recentemente ho riscoperto il piacere di premere il tasto ‘rec’. Oggi sono più sicuro di quello che mi interessa catturare coi microfoni, mi interessano i dettagli più che l’ambiente tout court, senza fingere di non essere attratto da quei suoni che ti incantano perché sono semplicemente originali.

A prima vista, il progetto “Sapientumsuperacquis” (2008) potrebbe essere nient’altro che uno dei vari rilasciati come mp3, formato ideale per esporre la propria arte in rete con un semplice click. Gli appassionati dell’ultima ora potrebbero, però, ignorare l’endorsement di una label prestigiosa quale la Touch. Una release che, inevitabilmente, si trasformò in un piccolo ma ottimo biglietto da visita.

Invece è solo un mp3, frutto di una serie di mirati appostamenti notturni su una riva veneziana in attesa del giusto livello di marea, pubblicato da una label di tutto rispetto. La mia vita non è di certo cambiata dopo le release con Touch, ho sempre fatto fatica, in seguito, a trovare un endorsement. Non ho un gran numero di follower, non frequento le persone e i posti giusti. Preferisco andare in montagna piuttosto che farmi vedere a una mostra d’arte. Odio i presenzialisti, sono troppi in giro. Se qualcuno vuole davvero agganciarmi, deve propormi di andare per sentieri.

È stato poi facile convincere Alessandro Tedeschi e Stefano Gentile?

In realtà, sia con il primo che con il secondo c’è un rapporto di amicizia. Ho incontrato Alessandro Tedeschi l’anno scorso in occasione di una serata glaciale al Masada a Milano e trovo che sia una persona di cuore con un’inestinguibile passione per il suo lavoro di disseminazione del suono del grande nord. Con Stefano Gentile siamo più vicini geograficamente, lui è innamorato di Venezia e i suoi scatti lo testimoniano bene. Quest’estate, in compagnia di Nicola Di Croce, abbiamo fatto un giro in laguna con lo scopo di esplorare alcune isole abbandonate. Lui e Monica Testa, fotografa che collabora con l’etichetta Silentes, hanno provato a fermare il tempo con gli scatti delle loro fotocamere. Nicola Di Croce, coi binaurali in testa, era sotto il tiro dei cormorani appollaiati sugli alberi e io al timone del mio caccia-pesca in vetroresina. Dopodiché, tutti a mangiare il pesce a Burano in piazza Galuppi. Insomma, è abbastanza difficile convincere il prossimo a stamparti un disco se gli invii soltanto un’e-mail.

La via digitale è la medesima che hai percorso con la tua etichetta, la Galaverna, una valvola di sfogo per le idee di amici e altri esponenti della scena contemporanea. L’unico modo per provare davvero a imporsi all’interno di un mercato etereo è, a questo punto, mantenere alta la qualità dei lavori proposti?

Galaverna è apparsa sulla scena quando si era appena diffusa la banda larga e le netlabel erano, forse, l’unica risposta intelligente alla crisi del mercato tradizionale. L’etichetta è nata come piattaforma su cui ospitare i lavori di musicisti impegnati nella querelle intorno al paesaggio sonoro contemporaneo, dando risposte anche parecchio diverse. La qualità è un prerequisito fondamentale, ma non saprei specificare quali determinate caratteristiche debba avere. In ogni caso, quasi tutti i lavori pubblicati sono stati commissionati agli artisti da noi due. Oggi Galaverna è giunta a una svolta, abbiamo pensato di porre fine a tale esperienza per dedicarci a un nuovo progetto. Il nostro sito resterà on-line ed il catalogo sarà, comunque, valorizzato nel tempo. Non chiudiamo i battenti, semplicemente, abbiamo voglia di espandere le nostre possibilità, incamerando nuove forze e pensando a un differente output.

Il free download è lo spauracchio di un’era diversa da quelle precedenti?

Oggi non si scarica più l’mp3 , lo si ascolta in streaming. Cambiano i supporti, cambia la velocità di connessione. È l’avanzamento tecnologico. Non so se mi piace, ma è così. Io compro oggetti fisici, ma ascolto anche le playlist su YouTube mentre cucino o passo l’aspirapolvere in casa, peraltro molto di rado, con buona pace di mia moglie.

Quali saranno, invece, i tuoi successivi programmi per il futuro?

È da poco uscito “King Of Corns”, il nuovo My Home, Sinking per Infraction Records, un album frutto di anni di preparazione, per cui sono molto concentrato nel supportarlo. Nel frattempo, ho appena finito di mixare il nuovo disco, che annovera due brani cantati da Lindsay Anderson, voce della band L’Altra, un sogno che si realizza. Sono, inoltre, alle prese con un progetto che coinvolge Stefano Gentile, Monica Testa e Stefano Guzzetti, ma non voglio anticipare nulla. In cantiere, a seguito dell’uscita di “Open To The Sea”, anche un nuovo capitolo della collaborazione con Matteo Uggeri. Oggi sono impegnato con Nicola Di Croce in alcune registrazioni sul campo per il centenario di Porto Marghera, per il quale siamo stati invitati a curare un’installazione nel Padiglione Antares presso il Vega Park, il Parco Scientifico Tecnologico del capoluogo veneto. Infine, si devono anche curare i propri affetti, altrimenti si perde il contatto con la realtà!

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