The Silent Warrior

Alessandro Parisi

Il prototipo del nerd, per sua stessa ammissione, è Alessandro Parisi. Uomo, musica e occulto. Nasce in quel di Pordenone, spostandosi prima a Mestre e poi a Treviso. La realtà di provincia gli va parecchio stretta e, quindi, decide di evaderne in qualche modo, compiendo viaggi interstellari perfettamente immobile nella sua camera, circondandosi di tutto ciò che lo possa ispirare in termini musicali: locandine di film sci-fi e poster delle colonne sonore degli stessi, di cui ne è autentico cultore.

La letteratura esoterica un altro pallino, tale da indurlo a elaborare il più o meno fantastico mondo di “Draconia” (2013). Tra un consiglio della mamma amante del piano e i primi esperimenti con Demis Di Iuorio, l’avventura musicale del friulano ha avuto inizio tempo fa e in maniera del tutto amatoriale finché, per motivi di studio ha finito per frequentare anche i club della Capitale, entrando in contatto con Heinrich Dressel, perno dell’etichetta MinimalRome, e gli membri del suo team.

Le suggestioni sonore che ha finito per trarne hanno, poi, costituito la materia prima di “Hic Sunt Leones” (2013). L’immagine che emerge dall’intervista è quella di un vero ‘appassionato’ del connubio tra tecnologia e musica che, nonostante il poco a tempo a disposizione, coltiva con genuino interesse. In attesa de “La Porta Ermetica” (2013), un lavoro ispirato da alcune vicende alchemiche del colle Esquilino, il produttore steampunk approfondisce teorie su antichi antenati e complotti alieni.

Un appartamento a Mestre come pensatoio personale per la gestazione dei propri lavori e un’immagine su Facebook che la dice molto lunga in termini di suggestioni e visioni apocalittiche e gotiche. Due poster su tutti troneggiano sul muro: la locandina di uno dei migliori film di fantascienza, quale “Independence Day” (1996) di Roland Emmerich, e quella di uno dei quadri simbolo del romanticismo tedesco, ovvero “L’Abbazia Nel Querceto” (1810) di Caspar David Friedrich. Un buon punto di partenza.


E quello era solo un decimo del visibile. C’erano molti altri poster, troppi. Prima di lasciare quell’appartamento, ho dovuto passare un pomeriggio d’agosto, immagina la sudata, a raschiare i segni lasciati dallo scotch e, per fortuna, dopo ho imparato a usare altri modi per attaccarli. Riempire l’angolo musicale di gadget crea un circolo di energia in cui ogni elemento mi ricorda come sintetizzare quell’archetipo.

I tre album composti in quell’appartamento sono il risultato della centrifuga di tutte quelle immagini che mi hanno sempre affascinato. Hai presente in certi film quando si scopre il covo segreto del serial killer e le pareti sono tappezzate di foto della vittima? Il concetto è lo stesso: focalizzazione. Lo scopo, magari, un altro.

Quando hai cominciato a pensare di poter diventare un produttore?


Non c’è stato un momento preciso, non lo penso seriamente tutt’ora. Meno me lo chiedo più le cose procedono bene. Nell’ultimo periodo, in concomitanza con la risposta positiva della critica, ho iniziato a convincermi che sono uscito dalla famosa ‘stanzetta’, ma questo non cambia lo stato delle cose, ovvero che la produzione musicale rimane uno stupendo hobby. Il mio lavoro è un altro e lo amo alla pari della musica. Con queste premesse, anche se non si sa mai nella vita, il mio obiettivo finale è realizzare della buona musica e contribuire alla scena italiana.

Il passo successivo nella tua crescita sonora è stato anche realizzare qualcosa in coppia con Demis Di Iuorio, come DMT Synth, un progetto differente rispetto i tuoi correnti, il cui obiettivo era creare musica senza regole. Hai preso parte ad esso tra il 2008 e il 2009, pubblicando due release digitali “Pump” (2008) e “French Revolution EP” (2008), e poi interrotto l’esperimento in bilico tra power electronics ed electro. Che cosa hai imparato da questa esperienza?


Il progetto DMT Synth è inquadrabile come quell’inevitabile approccio adolescenziale alla musica elettronica, libertà espressiva di giovani spavaldi che si divertono con ‘cassa dritta e pedalare’, sidechain cafone e campioni italo disco. In realtà, abbiamo prodotto qualcosa in più di quello elencato su un sito come Discogs.com, ma buona parte delle tracce era legata a esibizioni live e non è mai stata pubblicata. Ci siamo divertiti parecchio, anche cavalcando l’onda lunga della MySpace democracy.

Durante quel periodo, ho imparato tante cose, specialmente il distinguere i ‘tipi’ di persona che si avvicinano al sottoscritto e come reagire alle interazioni con chiunque altro dell’ambiente musicale. Un aspetto importante nell’era dei contatti impersonali dettati dai social network, motivo per il quale non prendo facilmente confidenza con una persona finché non la incontro ‘away from keyboard’, un dettaglio che tendo a ottemperare con chiunque abbia in consegna la mia musica.

Da adolescente, nel pieno della french touch era, quali sono stati gli artisti che ti hanno influenzato? Quali quelli, per così dire, ‘dell’ultim’ora’?

Sono stato influenzato, di sicuro, dalle release di etichette ormai ‘classiche’ quali Crydamoure, Roulé, Vulture Music e Work It Baby, mentre dell’ondata successiva, ovviamente, Ed Banger Records. Tra i riferimenti recenti, invece, cito Strange Life Records, Bunker Records e tutta la scena musicale di Den Haag. Prima, in mezzo e anche dopo, tre nomi su tutti: Prozac +, Kraftwerk e Jean-Michel Jarre.

Al di là delle tue favorite all time, cioè “Rocky IV” (1985) di Vince Di Cola e “The Flight Of The Navigator” (1986) di Alan Silvestri, quali sono colonne sonore che ritieni sia necessario avere e, soprattutto, ascoltare?

“The Never Ending Story” (1984) di Giorgio Moroder e Klaus Doldinger, “Sorcerer (Music From The Motion Picture Soundtrack)” (1977) e “Legend (Music From The Motion Picture Soundtrack)” (1986) dei Tangerine Dream, “Explorers (Music From The Motion Picture Soundtrack)” di Jerry Goldsmith, “Tron: Legacy (Original Motion Picture Soundtrack)” (2010) dei Daft Punk e anche “Amore Tossico” (1983) di Detto Mariano.

Altrettanto fondamentali “Blade Runner” (1982) di Vangelis, “The Terminator (Original Soundtrack)” (1984) in maggioranza opera di Brad Fiedel, “Assault On Precint 13 (The Original Motion Picture Score)” (2003) e “Dark Star (Original Motion Picture Soundtrack)” (1980) di John Carpenter e “Irreversible (Original Soundtrack From The Motion Picture)” (2002) di Thomas Bangalter. Approfitto dell’occasione per consigliare un paio di soundtrack di videogiochi: “The Legend Of Zelda – Ocarina Of Time” (1998) di Koji Kondo e “Castlevania II, Belmont’s Revenge” (1991) di Hidehiro Funauchi.

Ti definiresti ‘dipendente’ dalla musica?

Sono più appassionato che dipendente, acquisto e ascolto molta musica, più vecchia che nuova. La maggior parte delle chicche le scovo su Intergalactic FM. L’ultimo disco acquistato è stato “Random Access Memories” (2013) dei Daft Punk, ma l’ho regalato alla mia ragazza. Musica nuova, a parte quella di conoscenti e amici che me la inviano, ne sento poca. Devo ancora completare le discografie di musicisti passati troppo importanti per metterne in coda altre.

Qual è l’ibrido mix tra science fiction e steampunk, mutuato da tutti i tuoi vari interessi narrativi, che si cela dietro le tue scelte come produttore?


Il punto di incontro è la tecnologia e il legame tra evoluzione scientifica e spiritualità. C’è relazione tra le due? L’adolescenza tecnologica porta all’autodistruzione e in uno scenario post-apocalittico in quale volta della spirale evolutiva ci si addentra? Chi o cosa ci porta a evolvere o a involvere? Si ricomincia partendo da un’evoluzione tecnologica senza materie prime e con un’elevata coscienza spirituale che permette di muovere monumenti giganti senza rispettare le leggi della termodinamica fino ad allora considerate inviolabili? In che modo può una civiltà preservare la conoscenza e tramandarla nei secoli evitando che sia insabbiata da qualcuno con interessi volti alla involuzione della specie? Che ruolo ha la religione in questo? Abbiamo davvero il libero arbitrio? Che fine ha fatto Carmen San Diego? Non sono in grado di rispondere alla domanda se non con altre domande. Ciò che penso è irrilevante, ma porsi tali domande aiuta ad allargare gli orizzonti e a metterci nelle condizioni di avere più informazioni da esprimere, nel mio caso, attraverso la musica.

Ascesa e caduta di una civiltà. Il concept di “Draconia”, il tuo primo album su Lux Rec, ha tra i suoi protagonisti i draconiani, uomini rettile, o uomini serpente, creature immaginarie proprie della mitologia e del folclore di varie culture tra Americhe, Europa, Asia e Africa. Da dove nasce un simile scenario? Come ti relazioni alle varie teorie ‘del complotto’ e degli ‘antichi astronauti’?


Le teorie del complotto globale sono fondate. Ciò che non ritengo giustificato è il lamentarsene o l’averne paura. Non credo che qualsiasi loggia massonica possa fermare l’evoluzione naturale. La natura vince sempre. Il dettaglio che mi piace di tali teorie è che, proprio perché la natura vince sempre, sono il mezzo per farci aprire gli occhi sul fatto che siamo artefici della nostra realtà. Dopodiché, sta a ognuno cogliere o prendere spunto dagli indizi seminati dalla storia. Sull’esempio dei rettiliani ho dato un’impressione controcorrente di tale fantomatica razza aliena che non ho avuto modo di conoscere personalmente, perché facendo ricerche su Internet emergono solo storie che generano timori. Cos’è la paura se non un mezzo per compiere una scelta?

Viviamo in periodi di crisi e questa parola significa scelta. A me non va di avere paura dei rettiliani e, quindi, vada con Draconia e civiltà come esempio di evoluzione spirituale. Riguardo la teoria degli antichi astronauti preferisco, invece, pensare a una panspermia della genesi della vita sulla terra e di un eventuale ‘spinta’ genetica che colmi un salto evoluzionistico, sorprendentemente, snobbato dagli scienziati. Tra le due teorie mi affascina più la prima, però, non ho intenzione di convincere nessuno. La vita per come la intendo io è, forse, più divertente di quella altrui.

A ragion veduta, considereresti “Hic Sunt Leones” su MinimalRome come un punto di arrivo e Heinrich Dressel un po’ come una sorta di mentore?


Lo definisco come un sogno realizzato e insieme a Heinrich Dressel, considero parimenti mentori tutti gli altri membri della crew, perché ognuno a suo modo mi ha insegnato qualcosa, da Feedback che mi ha accolto per la prima volta nello studio di MinimalRome, ad Andrea Merlini che mi ha bacchettato sul sound design, ad Augusto Nardini che spinge un sacco di buona musica nei suoi dj-set, a tutta la gente che ho incontrato ai vari party dell’etichetta, compresi grandi dj, che appartiene non solo a un gruppo, ma abbraccia una filosofia di vita. The minimum for the maximum. Patiendum est.

Nonostante la tua predilezione per l’Egitto, la Grecia antica e la Roma classica, e in scia a una traccia come Sundara Spirit Flight, che rimanda ai c.d. oggetti volanti descritti nei testi religiosi o vimāna, quanto sei affascinato dall’India?


Non tanto, escludendo i vimāna e qualcosa della filosofia Dvaita. Preferisco i classici della cultura mediterranea. Mi piace spulciare dove trovo qualcosa di interessante da rielaborare, ma non mi considero un esperto di una singola cultura. Anche perché non c’è più tempo per tuffarsi solo in una cultura. È l’era del ‘fai da te’ religioso.

Ti aspettavi così tante reazioni positive circa la tua musica?


Non mi aspettavo così tante risposte positive, vivo ‘momenti magici’. Non ho ambizioni particolari, spero di avere ispirazioni interessanti per i miei album e certezze economiche per stabilirmi in uno studio in cui porre le basi per qualcosa di più serio.

Hai finora un solo remix all’attivo: si tratta di Clouds Of ’86 per i Der Noir, su MinimalRome, contenuto in “A Dead Summer Remix” (2012). Ti piacerebbe rimodellare altre tracce altrui e come ti sentiresti nell’ascoltare, presto o tardi, il remix per una delle tue? Ci sono artisti con cui, invece, sogni di collaborare?


Ho il terrore di ricevere richieste di remix perché, nella maggior parte dei casi, le richieste che mi arrivano sono per brani che non mi piacciono per niente. E anche se questo potrebbe essere uno stimolo a remixare, per me non lo è affatto. Se non sento affinità con una traccia, perché dovrei sforzarmi di metterci del mio dove non è necessario? A volte le richieste di remix servono più a legare e diffondere i nomi che ad altro. In questo senso, preferisco le collaborazioni, si pensa e si crea insieme. Ci sono alcuni artisti che mi piacerebbe remixare, ma preferisco aspettare che siano loro a chiedermelo e non lo rivelo ancora, altrimenti non vale.

E, Polysick escluso, solo perché gliel’ho anche chiesto un remix, ma mi ha snobbato. Per quanto riguarda coloro che remixano le mie tracce, devo ammettere che ho qualche difficoltà, perché ne sono un po’ geloso. Preferisco scegliere io chi ci metta le mani, piuttosto che un label owner, ma finora mi è andata bene e, presto, uscirà un mio album in cui figurano, appunto, ben due remixer. Dopodiché, il sogno per eccellenza è di collaborare con Something Completely Different e Roberto Cacciapaglia. E un altro sogno nel cassetto sarebbe anche comporre la colonna sonora di un videogioco, rigorosamente vintage, o di un documentario cyberpunk.

Quali intricate soddisfazioni hai, poi, nel registrare su cassetta i tuoi suoni? Nonostante la compattezza e la non lunghezza degli album prodotti, come sei, invece, riuscito a differenziare così tanto il tuo sound traccia dopo traccia?


Io azzarderei un morboso piacere nel sentire il suono sporco. La compressione tape mi ricorda il suono che tanto mi prende quando ascolto Radio Ottanta. Il registrare su cassetta, prima di riversare sul software è un puro gioco, in quanto non fa tutta questa gran differenza in termini di risultato finale, se non appunto il fruscio di cui sopra. La differenziazione del sound la accolgo volentieri come osservazione anche se non ne sono troppo convinto, posso spiegarla nel fatto che disegnare un momento di storia diverso per ogni traccia mi vincola a usare suoni differenti.

Il mio setup è limitato, il Roland JX-3P è un grande sintetizzatore, ma dopo un po’ stanca. Estrarne buoni suoni è possibile, tirarne fuori tanti è tosta. Stesso discorso per la Roland TR-707, se avessi lasciato il suo sound a crudo ci avrei fatto poco, perciò ho dovuto inventarmi un routing di effetti, che conserva anche errori imbarazzanti di sound design, ma facevano un po’ parte del gioco. C’è tanto lavoro di post-produzione e devo ammettere che tornare ora al digitale mi farebbe un po’ paura. Ho provato in questi giorni a riorganizzare il live con una tastiera MIDI per evitare di trasportare quella bara di sintetizzatore ed è stato tragico cercare, seppure con tanto ottimismo, i plugin Virtual Studio Technology che potessero sostituire la cara vecchia ‘bestia’.

Le richieste per un’esibizione dal vivo non mancano. E dimostri una certa dimestichezza nella compilazione di podcast. Che cosa ti manca, invece, in termini di dj-set? Perché selezionare dischi in console non fa al caso tuo?

Probabilmente, sono state le esperienze che ho vissuto, non ho niente in particolare contro con il djing. Per raccontarne una, ho fatto il dj a una festa in barca, ho preparato una tracklist assurda, ma la gente voleva solo tech-house. Risultato? Quando ho terminato la mia performance, una tipa ha esultato a voce alta. Ringrazio quella strega perché mi ha fatto capire davvero cosa significhi fare il dj.

Ciò che ho notato è che se la gente non si sposta per prestare attenzione al dj, ma solo per ballare, bisogna essere in grado di dare vita a un vero e proprio compromesso che soltanto un dj esperto è in grado di ottenere. Ora, siccome il tipo di sound che fa ballare me non è la stesso che fa ballare molte persone, mettiamoci d’accordo: la consolle la lascio volentieri a chi ne è pratico e io continuo a esibirmi live con la mia musica. Se poi mi chiamano a fare un dj-set, guai a chi si lamenta! Sì, ci rosico.

Quali sono i tuoi progetti futuri? Cos’hai in serbo per il prossimo autunno?


In cantiere, ho da terminare un progetto per la Love Blast di Luciano Lamanna. Sono, poi, molte le release da rendere definitivamente pubbliche, a partire dall’album “La Porta Ermetica” su Giallo Disco, un 12” a quattro mani con Adamennon che ancora non ha trovato label, qualche brano sparso in compilation e, forse, un remix. Allo stesso tempo, ho avviato una collaborazione con Vercetti Technicolor, che ritengo il mio evil alter ego greco per realizzare un disco di cattiveria pura.

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