The Pianist With The Crystal Notes

Giulio Fagiolini

Fare colpo al primo tentativo. Una piccola impresa per un autentico outsider, con il pianoforte al centro di ogni composizione. “Dietro A Un Vetro” (2017) è il primo album solista di Giulio Fagiolini, il tastiera dei Liv Charcot, una delle tante band italiane in bilico tra pop e rock. Un artista dell’ultima ora capace, però, di sedurre con sette brani dal grande respiro, densi di riferimenti tanto personali quanto onirici, tali da convincere la Home Normal di Ian Hawgood a scommettere sulla sua espressività armonica.

“Dietro A Un Vetro” un ottimo debutto, probabilmente, il culmine di un lungo percorso nonostante la giovane età. Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica?

Ho iniziato ad approcciarmi alla musica attraverso un pianoforte, suonando le prime note all’età di quattro anni, giocando sui tasti, studiando i pentagrammi, disegnando dei fiori sugli stessi al posto delle note. Nell’arco di ventitré anni, sono passato dai brani propedeutici alla classica, a quelli della contemporanea, tra blues e jazz. Tutt’ora sto continuando a studiare e a sperimentare generi nuovi.

Al culmine di “Dietro A Un Vetro”, l’ascoltatore è avvolto da un senso di pacificazione interiore. Che cosa intendevi comunicare con questo album?

In tutta sincerità, non avevo nessuno scopo con questo disco, il mio unico scopo era quello di suonare, senza pensare a cosa avrei potuto comunicare all’ascoltatore. “Dietro A Un Vetro” è il riflesso del mio stato d’animo, mi rappresenta al massimo.

Essere ‘dietro un vetro’ presuppone, logicamente, una forma di osservazione. Che cosa c’era davanti il ’tuo’ vetro? Che cosa ti ha ispirato durante la composizione?

Hai colto in pieno il significato. “Dietro A Un Vetro” nasce ispirandomi da una scena del film “L’Uccello Dalle Piume Di Cristallo” (1970) di Dario Argento, nella quale un passante assiste all’omicidio di una donna, non potendo intervenire in nessun modo in quanto è stato rinchiuso tra un vetro e l’altro dal serial killer. “Dietro A Un Vetro” significa claustrofobia, significa osservare una realtà che ci sta stretti, con uno strato di malinconia e di impotenza. E, allo stesso tempo, si tratta di un’osservazione che ci chiarifica le idee, è una contemplazione. Ciò che mi colpisce della scena è la sua ‘incomunicabilità’ di fondo. L’uomo al di là del vetro assiste all’assassinio della donna – così ci fa credere il regista – ma alla fine del film si scopre che l’assassino è proprio lei.

C’è un’incomunicabilità interna alla ragione uomo e al suo modo soggettivo di interpretare la realtà. Questa scena mi ha fatto riflettere su come tutto quello che vediamo, percepiamo, incrociamo, sentiamo durante il giorno, possa influenzarci in maniera del tutto inconsapevole, fino a portarci a delle credenze. Non è detto che le stesse, alcune delle quali siamo convinti, siano l’effettiva realtà. È probabile, invece, che siano soltanto delle nostre ‘scorciatoie’. In questo caso, ritrovarsi ‘dietro a un vetro’ equivale ad avere una visione distorta, se così la vogliamo chiamare, che ci induce a giudizi errati sulla realtà che viviamo. Ci conduce a una realtà illusoria.

Eri ‘dietro un vetro’, non potevi ‘interagire’ con la realtà, ma le tue dita suonavano i tasti del pianoforte. Che valore ha per te questo strumento?

Il mio piano verticale è il mio più caro amico, gli racconto tutto, e lui fa lo stesso con me.

Dove ti collochi nell’eterna diatriba tra analogico e digitale?

Mi colloco nel mezzo. Occorre trovare i giusti compromessi. Per alcune cose, preferisco di gran lunga la profondità analogica, per altre apprezzo le finalità digitali. Da un punto di vista pratico, ovvero nel corso delle esibizioni dal vivo, abbino l’analogico al digitale.

La musica che hai realizzato ha, dunque, più valore soggettivo?

Le tracce di “Dietro A Un Vetro” hanno un valore soggettivo. Come si può intuire da alcuni titoli, sono tutte esperienze personali, la maggior parte non vissute realmente o in prima persona – ad esempio, Libero Nell’Aria, Vivere Allo Stato Liquido, Dietro A Un Vetro o Mentre Nuoti – da poter reinterpretare in tante chiavi.

Durante le fasi di scrittura e composizione, sei stato influenzato dal luogo in cui vivi o, semplicemente, da ciò che ti circondava?

Durante la scrittura, ma non solo, sono fortemente influenzato dal luogo in cui vivo. Mi ritrovo immerso nel verde dei boschi, qui la notte è ancora più bella, il traffico ancora non esiste. Insomma, mi rendo conto che un grande filo rosso collega le canzoni all’ambientazione. Ne deriva quella intensa sensazione di pacificazione interiore.

Com’è andata con Ian Hawgood? Sei stato tu a proporgli il tuo primo lavoro?

Sì, seguivo la sua Home Normal ormai da qualche anno e, una volta registrate le prime bozze delle canzoni, ho intuito che potevano raccogliere al massimo le linee stilistiche adottate dall’etichetta. Ho deciso di contattarlo, ancora non conoscevo Ian Hawgood. Quando ho ricevuto la sua risposta, nella quale mi confermava un suo interesse per il mio lavoro, abbiamo approfondito il discorso fino a trovare un accordo, quasi fin da subito. Si è dimostrata una persona molto disponibile, professionale e, soprattutto, coraggiosa nell’avermi dato quest’opportunità, considerato che è il mio primo album da solista. Spero di poter continuare questa collaborazione con Ian Hawgood e con la Home Normal ancora per molto, perché mi sono trovato pienamente in sintonia con il suo modo di sia di ragionare che di lavorare e, non a caso, anche con la sua visione musicale.

In che modo l’hai convinto a stampare un disco con titoli in italiano?

Inizialmente, la mia idea era quella di tradurre i titoli in inglese. In seguito, parlando con l’amico Carlo Bosco, che mi hai dato una grande mano negli arrangiamenti e nella produzione del disco, ci siamo chiesti se sarebbe stato opportuno tradurre in maniera forzata quei titoli. Siamo, allora, tornati indietro sui nostri passi e abbiamo proposto a Ian Hawgood le tracce con i titoli in italiano. Lui non ha fatto una piega. Questo dettaglio è un modo per differenziarsi un po’, per mantenere le nostre abitudini anche altrove e, magari, chissà che non vengano contraccambiate e condivise. Personalmente, se dovessi trovare qua in Italia un disco con dei titoli in giapponese, lo comprerei volentieri.

Come nasce, invece, un brano quale Suprema, l’omaggio a Moltheni?

Ho scoperto Moltheni pochi anni fa. Sin da subito, sono rimasto particolarmente colpito dalla sua voce e dai suoi testi, così alchemici. Suprema è un brano eccezionale, quando ne ho parlato direttamente con Umberto Maria Giardini mi ha subito avvertito sul fatto che Suprema è una sorta di medaglia a due facce. Da un lato può sembrare molto semplice, anche al primo ascolto, ma dall’altro si ripresenta così difficile in termini di interpretazione. Ne ho preso atto e spero di aver omaggiato Suprema nel migliore dei modi, alle volte ho avuto quasi paura di prendere in mano un oggetto rarissimo di cristallo. Probabilmente, questa intima sensazione che ho provato sulla mia pelle si percepisce anche durante l’ascolto del brano. Volevo trattarlo coi guanti di velluto.

I tasti del pianoforte, presumibilmente sfere in odor di pianeti, un’esplosione vulcanica e un’immagine di te concentrato. Una copertina criptica?

La copertina del disco è tanto caotica quanto oscura. È ciò che si può vedere al di là del famoso vetro. La grafica interna è, invece, diversa, maggiormente in sintonia con il mio mondo più razionale, con colori più vivi e meno elementi, un occhio. Ringrazio il fotografo Luca Passerotti, che è riuscito a concretizzare queste idee.

Quali i tuoi progetti futuri?

Al momento sono alle prese con la produzione di una sorta di ‘lato B’ di “Dietro A Un Vetro”. Sarà un lato B contaminato di elettronica, con qualche battito in più, ma senza esagerare. Inoltre, sono impegnato anche con il nuovo album dei Liv Charcot, la band italiana in cui suono e nella quale mi occupo di programmazioni, tastiere e sintetizzatori. Per il resto, in assoluta onestà, non saprei descrivere quali altri saranno i progetti dopo “Dietro A Un Vetro”. Così come è nato questo mio primo disco, vorrei che vengano fuori anche tutti gli altri, senza pensare troppo a cosa e come fare. L’istinto è importantissimo in tutte le forme d’arte. Per certo, so che qualcosa succederà.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...