The Perfect One

Move D

La musica come forma di comunicazione universale. Una carriera costellata di collaborazioni con altri musicisti. Artefice di percorsi iniziatici e ipnotici, Move D è un artista difficile da inquadrare, ben oltre le categorie di genere, dotato di una sensibilità unica e, nel corso della sua carriera, capace di spingersi costantemente oltre i proprio limiti. L’intervista con David Moufang, ex professore presso l’università Bauhaus di Weimar, è un’occasione per andare a fondo nel suo pensiero.

Le tue prime produzioni risalgono ai primi anni Novanta. Che cosa ti ha spinto a continuare a fare musica sino a oggi?

La prima traccia l’ho ultimata nel 1983. Era un lavoro da presentare a un concorso scolastico per bande emergenti. I miei primi brani seri risalgono al 1990. Sono trascorsi più di vent’anni e, se guardo indietro, il mio scopo non era vendere musica o diventare famoso. Credo che ciò che mi faccia andare ancora avanti sia la ricerca della traccia perfetta, la realizzazione dell’album perfetto e, in buona sostanza, della musica perfetta che vorrei ascoltare. Questa è la motivazione per eccellenza, che è ancora dentro di me e che spero mi accompagnerà per sempre.

Quando eri piccolo giocavi con i vinili del tuo patrigno. Li sceglievi per le loro copertine. Un simile atteggiamento ha, forse, avuto un qualche impatto sugli artwork dei tuoi lavori da grande?

Non avevo alcuna esperienza, nessun riferimento musicale, venivo lasciato da solo con i dischi quando non ero in grado nemmeno di leggere, sicché i miei criteri di selezione erano basati sull’elemento visivo. Fu solo più tardi, durante la mia crescita personale, che cominciai a informarmi a quanto ero interessato. Per esempio, il gruppo di disegnatori Hipgnosis realizzò la maggior parte delle copertine dei Pink Floyd ma, soltanto tempo dopo, riuscii a collegare il tutto.

In tal senso, l’artwork psichedelico realizzato da Klaus Voormann per l’album “Revolver” (1966) dei Beatles ebbe un forte impatto visivo su di me. La loro musica, quando ero piccolo, mi piaceva tanto, ma quando sono cresciuto ascoltarli mi faceva uno strano effetto, però, per quel periodo erano stilisticamente importanti. Era il mio primo collegamento tra moda, musica, lifestyle e design, così ho potuto percepire la vibrazione di un raduno come Woodstock anche se avevo solo quattro anni.

Circa le mie produzioni, a cominciare da quelle su Source Records, è stato Jonas Grossmann, il responsabile di tutti gli aspetti visivi, e questa è stata una delle ragioni principali per cui è diventato un mio collaboratore. È un designer di talento e abbiamo voluto far apparire i miei dischi sempre speciali e differenti e, ancora oggi, è all’opera per confezionare alcuni artwork per il sottoscritto, ma ci sono casi in cui devo seguire le linee suggerite dall’etichetta di turno. Di recente, ad esempio, ho rilasciato più materiale su Workshop, l’etichetta che ha stampato le release del mio progetto Magic Mountain High con Gal Aner e Jordan Czamanski, di cui mi fido completamente.

A proposito, com’è nato il trio Magic Mountain High?

Ne sono davvero entusiasta! Ho incontrato i ragazzi alcuni anni fa in Italia al Dancity, ma non c’è stato nulla tra noi fino al Dekmantel Party del novembre 2010 quando suonammo insieme ad Amsterdam: Juju & Jordash vs. Move D! Magic Mountain High è un progetto avventuroso che ci permette una certa libertà musicale, è molto intenso sia per il pubblico che per noi. Non va sempre alla grande, ma è spontaneo per come si sviluppa sempre dal vivo con strumenti acustici, quindi, è un’esperienza completamente differente per noi tre. Spero possa avere un grande futuro.

Vent’anni fa non c’era alcun tipo di culto per i dj, gli artisti erano soliti ricorrere ad alias e la musica regnava incontrastata. Che cosa pensi di chi indossa oggi una maschera per nascondere la propria identità?

È un approccio, talvolta, geniale e rispetto molto coloro che non concedono mai interviste, come Mike Banks, leader del collettivo Underground Resistance. Ed è divertente anche quando la gente ricorre ai nomi propri. Finché sarà la musica a fare la differenza, la curiosità sarà sempre alta e si cercherà di scoprirne l’autore.

La tua etichetta Source Records non è più attiva da alcuni anni. E le tue uscite, considerati i vari progetti, sono rimaste costanti nel tempo. Sei tu che sottoponi materiali a varie label o sei contattato da queste?

Ho avviato Source Records nel 1992, tanto tempo fa, e mi farebbe davvero piacere rilasciare un’uscita celebrativa quest’anno. Le relazioni più strette le ho avute soltanto con alcune etichette. Presso la Workshop lavora uno dei miei migliori amici, sin dagli anni Novanta, abbiamo fatto parecchie cose insieme. Dopodiché, c’è la Uzuri, alle cui spalle c’è un altro buon amico e promoter e così via. Nonostante ciò, ricevo un sacco di richieste e, personalmente, m’interessano le label anche se non si conoscono le persone, ecco perché presto uscirà qualcosa di mio su Electric Minds.

Uno dei tuoi sogni da realizzare era suonare almeno una volta in Giappone. Il Paese del Sol Levante non è stato, però, l’unico in cui hai avuto modo di esibirti. Hai riscontrato delle differenze tra il pubblico europeo e non?

Non sapevo cosa aspettarmi prima di andar lì la prima volta, ero solo preparato a qualcosa di veramente diverso rispetto l’Europa. Il lato interessante della vicenda giace nel fatto che è possibile trovare bei dischi di molteplici generi musicali a Tokyo. Il Giappone è, di solito, un bellissimo posto per cercarli. All’inizio ero così sorpreso di come fossero differenti le persone, è difficile raccontare le emozioni che provavano semplicemente guardandomi negli occhi.

Era uno strano feeling ma, allo stesso tempo, ho imparato che sono super consapevoli di ciò che accade e molto educati. C’è una sorta di ‘hype’ in termini culturali anche dal punto di vista del comportamento. Più vado a fondo, più capisco che ogni aspettativa è stata superata. Possono essere paragonati ai tedeschi in termini di coinvolgimento e di dedizione per la musica, in fondo sono una specie di nerd. Questo dato lo riscontro anche in Germania o in Svizzera, ma non è tanto diffuso.

Negli Stati Uniti o nel Regno Unito, le persone hanno voglia di ascoltare a fondo la musica, ma non sono intenzionate a identificarsi con gli artisti o le tracce. Al contrario, ho la sensazione che nel mio Paese tutti conoscano davvero ogni disco. A volte, onestamente, non è questo il tipo di pubblico che amo, poiché preferisco persone non così esperte, altrimenti finisce per crearsi una sorta di atmosfera intimidatoria, in cui mi sento parecchio osservato, e la gente sa cosa stai facendo.

Qual è la tua esperienza con il pubblico italiano?

Non è stato molto facile finora, alcune persone si preoccupano più dei loro vestiti o di chi sta guardando le loro fidanzate. Il pubblico italiano è un po’ superficiale, la musica non è così importante, conta di più ballare o parlare. Eppure ho preso parte ad alcuni bei party, ci sono luoghi piacevoli per la musica e la gente. Forse la Spagna è simile all’Italia. Non è mia intenzione affermare che trovarsi una ragazza nel locale sia una brutta cosa, ma può essere positiva se si riesce ad avere anche orecchie per la buona musica.

Hai, invece, fatto colpo a Berlino in occasione della tua performance alla Boiler Room. Quali sono state le tue sensazioni durante l’evento?

Mi fatto una grande impressione. Quando il mio agente mi ha parlato di questo luogo, non essendo un patito di Internet, ero un po’ perplesso, non avevo mai sentito parlare della Boiler Room. La line-up era davvero cool con Dixon, Matthew Jonson, Jus-Ed, insomma ero in ottima compagnia. Quando sono arrivato, Jus-Ed era già all’opera da un po’, ma era davvero strano che alle spalle del dj non ci fosse nient’altro che una videocamera e un muro, mentre l’intero pubblico era davanti a lui. Anche se fossi stato cieco, avrei potuto percepire una certa vibrazione. Non ho avuto neanche bisogno di guardare, ma ho pensato che è un bel gesto mostrare un sorriso ogni tanto. Ho cominciato subito dopo i Midnight Operator, il progetto condiviso da Matthew Jonson con suo fratello, e l’umore generale mi è sembrato subito molto alto.

Non potevo mantenerlo a lungo, dovevo tornare indietro e crearne uno nuovo. Una mossa che non sempre funziona, ma il pubblico ha risposto in maniera positiva e la serata incredibile. Non avevo capito quanto fosse grande il locale, me ne sono reso conto durante la mia performance. Inoltre, il telefono non smetteva di squillare. Ho ricevuto tanti complimenti. Il giorno dopo, poi, i contatti social degli organizzatori sono andati in tilt per i dischi che avevo mostrato in camera. È stato grandioso supportare gli artisti che seguo. Ci sono alcuni dj che non vogliono rivelare informazioni sulle loro tracklist e ciò è sbagliato. Le persone dovrebbero conoscere la musica che ascoltano.

Da vero collezionista di dischi, che cosa pensi del futuro del vinile?

Il formato è sopravvissuto all’era del cd, ha visto i suoi giorni peggiori e ora sta un po’ tornando come una volta. Ad esempio, lo scorso anno, ha raddoppiato il numero delle vendite nei soli Stati Uniti. Non credo che i vinili scompariranno di nuovo, ne circolerà sempre una piccola parte, destinata a un pubblico di nicchia che ha un giradischi nel salotto, gente che apprezza vini di qualità e la vera arte. I dj che suonano con il vinile torneranno di moda o, paradossalmente, potrebbero anche andare in malora, ma gli ascoltatori saranno sempre più in grado di cercare i dischi e le etichette. Un modus operandi più gradevole rispetto a chi ha un computer e non sa che farsene di tutte le tracce del mondo. Non c’è di speciale, tutti possono imparare a utilizzarlo per suonare dal vivo. I vinili non saranno mai oggetti di massa, ma ci sarà sempre una domanda, io continuerò a utilizzarli anche se l’industria musicale dovesse smettere di produrli.

Quali sono gli strumenti a cui ricorri per produrre le tue tracce?

Sono stato un appassionato di hardware, strumentazioni old school e analogiche sin dall’inizio. Alla fine degli anni Novanta, avevo un sacco di attrezzature programmabili, ma non sapevo dove metterle. Non avevo tanti soldi e, a volte, era assai costoso ripararle. Oggi è tutto diverso, perché posso permettermi ogni apparecchiatura vecchia o nuova, ma devo stare lontano da eBay: il mio studio sta esplodendo, è pazzesco! Il computer lo utilizzo come registratore, perché si possono fare ormai grandi cose con un iPad, ma preferisco lavorare con le macchine.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Sono alle prese con un lavoro a nome Magic Mountain High e, forse, uno mio proprio, ma penso che gli anni Novanta siano stati il periodo ideale per gli album, quando le persone erano pronte ad ascoltare qualcosa per un’ora a casa, in auto o in qualsiasi altro posto.

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