The Hybrid Sound Of Napoli

The Mystic Jungle Tribe

Una band sopra le righe, o un trio di storyteller in note, eclettico e visionario. Le mezze misure non sono parte del background di Dario Di Pace, Enrico Fierro e Raffaele Arcella, in arte The Mystic Jungle Tribe, tre musicisti folgorati dalle sonorità anni Ottanta, ma pronti a riscoprirle e a riadattarle a seconda delle proprie idee, veicolate da etichette quali Early Sound Recordings e Periodica Records. Due canali privilegiati per un linguaggio musicale in bilico tra downtempo, funk e jazz, strutturato all’interno di un’isola felice nel cuore della terza città d’Italia, il West Hill Studio. Singolare evoluzione artistica al contrario, parallela, però, a un certo riscontro discografico.

Un catalogo più ricco, una rete di label, un booking e una distribuzione. Il bicchiere è mezzo pieno anni cinque dopo la prima release dell’Early Sound Collective?

DDP: No, ancora mezzo vuoto. Oggi, però, siamo più numerosi e coesi sul piano professionale. In passato, eravamo soltanto io, Massimo Di Lena e Leskin a gestire la neonata label. All’epoca c’erano parecchie release che avremmo voluto pubblicare, ma Early Sound Recordings era una piattaforma ancora personale, anche se alcuni nostri dischi, poi rilasciati su altre etichette, sarebbero potuti essere parte del catalogo. Erano, in buona sostanza, progetti che pubblicavamo altrove per motivi prettamente lavorativi, mi riferisco, ad esempio, alla coppia di 12” a nome MFO per Dekmantel.

Qualcosa è cambiato già nel momento in cui, con Cristiano Cesarano, abbiamo fondato una seconda realtà quale Periodica Records, a cui hanno contribuito Milord e Whodamanny, cioè Enrico Fierro e Raffaele Arcella. Con loro è scattato qualcosa, alla stregua di una nuova presa di coscienza, perché capii subito che erano i ragazzi giusti con cui fare squadra e Periodica Records poteva essere la valvola di sfogo per tutte quelle produzioni non affidate alle stampe per conto di Early Sound Recordings. In quei casi era necessaria un’altra attenzione nei confronti di certe scelte editoriali.

Viceversa, con Periodica Records ci siamo sentiti più liberi di stampare dischi meno rifiniti da un punto di vista tecnico e più votati alla sperimentazione. Così si è aperto un nuovo corso, con una serie di prodotti ‘autoctoni’ al massimo, slegati dalle tracce del sottoscritto, di Massimo Di Lena e Leskin. Il primo disco pubblicato fu, infatti, “Cosmic Morphology (A Voyage Through The Casio CZ 101 Cosmic Synthesizer) (2016) di Whodamanny. Quest’ultimo, per convincermi della bontà delle sue proposte, mi sottopose un gran numero di tracce realizzate con Milord. Il loro “Dorko’s Antruum” (2014), a nome The Normalmen, fu la sesta release, invece, su Early Sound Recordings.

EF: In precedenza, non disponevamo delle comodità del West Hill Studio. Io e Whodamanny sfruttavamo un seminterrato, polifunzionale, al di sotto dell’appartamento di mia zia. Lo trovammo in uno stato abbastanza grezzo e poco alla volta lo ristrutturammo a un livello base, recuperando anche materiali di scarto. Le nostre attrezzature non erano di chissà quale valore, ma per un piccolo studio andavano bene. Oltretutto, collocate in uno spazio simil salottino con i divani, divenivano strumentali per le feste che organizzavamo in loco. Erano un pretesto, inoltre, per ospitare dj e produttori, tra cui gli stessi Dario Di Pace e Massimo Di Lena, in quell’occasione come MFO, per una specie di ‘esclusiva mondiale’ riservata a pochissimi ascoltatori. Fu così che li conobbi. E, allo stesso tempo, ciò attirò le attenzioni di persone esterne al nostro giro di amici che cominciarono a frequentare il seminterrato.

DDP: Da quel momento in poi, si aprirono altre porte. La consapevolezza del nuovo corso come trio derivò da una performance che registrammo proprio al West Hill Studio, a cui partecipò anche Pietro Rianna, in arte LKSMN. In completa autonomia, e con strumenti abbastanza limitati, Milord e Whodamanny erano soliti registrare piccole jam session dai rimandi elettronici, pubblicandole poi su cassette. Quel sabato pomeriggio, invece, si confrontarono anche con me. Registrammo alcuni brani improvvisati e, poco dopo, riascoltando la cassetta ne fui colpito. Il progetto The Mystic Jungle Tribe cominciò a prendere forma. All’inizio, però, incarnava una mia idea di alias, a cui si aggiungevano, periodicamente, diversi artisti, con il sottoscritto come perno delle operazioni.

Era un’esperienza molto aperta, che annoverava, ad esempio, la partecipazione occasionale degli stessi di Lucio Aquilina e Massimo Di Lena, poi in tandem come Nu Guinea, e chiunque altro fosse stato felice di aggiungersi. In realtà, lo stesso nome The Mystic Jungle Tribe fu un passaggio successivo. Non mi andava di continuare con il mio precedente monicker, Rio Padice. Nel frattempo, avevo già pubblicato un 12” come Mystic Jungle, “Jungle Thrills” (2014), su Early Sound Recordings. Ero ancora alle prese con il sampling e sonorità lo-fi. Il nuovo soprannome debuttò con “Solaria” (2015), il primo disco stampato in mille copie, che ebbe un discreto successo.

Fu anche un po’ rischiosa come scelta, ma le sonorità che emergevano erano particolarmente in vista, specie se considerato il boom di una label quale la Mood Hut. Non a caso, in concomitanza con l’uscita di “Jungle Thrills”, fui contattato da Aquarian Foundation, tra le colonne portanti della realtà canadese, proprio perché ‘parlavamo’ la stessa lingua musicale, forse senza averne la medesima bravura e, soprattutto, senza aver ancora compiuto quell’evoluzione che, come trio, abbiamo conseguito in seguito. Un ulteriore episodio che ha rafforzato il nostro progetto è stato un piccolo evento che due anni fa ci vide protagonisti al Semmai Factory Lab. Fu la nostro prima volta in assoluto. Non avevamo con noi chissà quali macchinari, improvvisammo parecchio, ma capimmo che la formazione a tre era quella ideale. La registrazione di quella storica performance è stata poi rilasciata in vinile come “Live In Napoli” (2017) dalla Going Good.

Quale stile scegliereste per identificare ora il progetto?

EF: Secondo me, la parola più adatta per definirlo è fusion.

DDP: Non sono convinto che fusion sia il termine più completo, a noi piace lavorare su tracce ‘a cavallo’ di una certa epoca. Quando ci ritroviamo al West Hill Studio, proviamo a immaginare di fare musica così come negli anni Ottanta, a prescindere dal canovaccio che prendiamo a modello, scartando persino quelle sonorità che riteniamo troppo contemporanee. Cerchiamo sempre di essere originali il più possibile. Nel corso degli anni, abbiamo studiato molto com’erano realizzati determinati arrangiamenti altrui o, meglio ancora, ci siamo ‘allenati’ per curare i nostri in maniera dettagliata. Non abbiamo un genere di riferimento durante il nostro ‘ritorno al passato’ compositivo.

In un certo senso, le mie esperienze da produttore minimal e tech house mi hanno insegnato qualcosa: ho capito in primis che quella era musica brutta, da cui prendere le distanze. Nonostante ciò, l’aver suonato in determinati contesti e l’aver affiancato dj di fama internazionale in console mi ha fatto sia maturare che riflettere molto. Qual era il segreto dietro un simile successo? La loro musica era fondata su una manciata di suoni, estratti da software, eppure le masse accorrevano per ascoltarla e la ballavano per ore. La gavetta è servita. Un aspetto del genere è da non trascurare specie se rapportato al quotidiano: l’aver vissuto certe situazioni in anticipo fa sì che riesca a comprendere al volo ciò che vuole il pubblico quando mi esibisco con Milord e Whodamanny.

Che cosa ha significato per voi suonare e sperimentare in trio?

DDP: Ha significato aiutarci a vicenda. Nel momento in cui, c’è qualcosa da arrangiare, abbiamo cercato di farlo nel modo appropriato, confrontandoci a lungo. Trascorriamo molto tempo insieme e ciò fa sì che interiorizziamo al massimo i nostri lavori.

RA: C’è grande attenzione nei confronti di ciò che è realizzato al West Hill Studio, un’attenzione ‘comunitaria’, perché ognuno di noi da il massimo e prova a contribuire al prodotto finale, a volte anche solo ragionando sull’attinenza di questo o quel brano.

DDP: Milord e Whodamanny si sono impegnati molto per entrare a far parte del catalogo Early Sound Recordings e mi hanno convinto presentandomi un’enorme quantità di tracce. Mi hanno dimostrato quanto ci tenevano e, soprattutto, di aver ben compreso il carattere dell’etichetta. Prima di “Dorko’s Antruum” avevamo già messo a punto alcune cose interessanti, poi hanno continuato a darsi da fare.

RA: Abbiamo scoperto di avere un certo potenziale. Questa scoperta, però, è stata graduale nel tempo. Avere Dario Di Pace come ‘guida’ è stato altrettanto fondamentale per la nostra crescita. E continuerà a esserlo per le future uscite.

DDP: Non a caso, trascorro una parte della giornata a immaginare nuove concept release. È un tratto del mio agire artistico. Anche quando ero alle prese con sonorità minimal provavo a rifarmi a un qualche background culturale, ma è un dettaglio che non è facile evincere durante l’ascolto dei miei passati lavori. Da ciò deriva un’attenzione particolare per l’artwork, la grafica e la comunicazione del disco in questione. Ad esempio, “Plenilunio” (2017) privo di quella copertina non avrebbe avuto lo stesso successo: non sarebbe stato né capito e neppure stampato in un gran numero di copie. È cruciale personalizzare la componente visiva di un 12”. La storia della musica è colma di copertine iconiche ma, in egual misura, ce ne sono altrettante di bellissime, in grado di trasmettere al fruitore di turno un qualcosa in più rispetto ai contenuti del disco stesso.

Noi sprechiamo tante energie nel trasferire un determinato concept dapprima in suoni e poi in termini grafici. La scelta dell’immagine per la copertina può essere, addirittura, un passaggio che precede la creazione della vera e propria musica: ad esempio, “Qvisisana” (2016) è nato su un input di Milord. Dalla sua visione della hall dell’albergo caprese è scaturito un percorso tra le sue stanze. Per cercare di trasmettere il mood di certe immagini, non importa se reali o meno, siamo pronti anche a stamparle e ad affiggerle al muro per ispirarci al meglio. Dallo storyboard cartaceo a uno storytelling in note, il processo creativo può non procedere in questo modo. Può accadere il contrario, prediligendo esercizi di stile, un’apertura del brano in chiave elettronica e via dicendo. Una volta creato un certo ‘ambiente’ sonoro interveniamo sulla ‘tensione’.

EF: Lo scenario è molto importante, lo consideriamo alla stregua di una base su cui ‘aggiungere’ elementi persino contrastanti. A volte, proviamo a fare una specie di ‘appello’, chiedendoci che cosa manca a questa o quella traccia.

RA: Lo scenario creato non solo nelle nostre menti ci induce a scegliere un setup specifico. Ogni idea va finalizzata ricorrendo a una certa strumentazione. E, oltre ciò, è scontato che ognuno di noi abbia le proprie competenze e, di riflesso, le proprie apparecchiature. Ad esempio, è sempre Milord a suonare il basso.

Il West Hill Studio e l’ambiente esterno influenzano la vostra produzione?

RA: Al West Hill Studio c’è tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ci influenza tantissimo.

EF: Non abbiamo soltanto la possibilità di suonare liberamente per ore o di conservare la strumentazione in un luogo sicuro perché, per ispirarci, basta uscire fuori nel giardino che circonda il West Hill Studio, godendo a pieno di un panorama unico.

DDP: A seconda delle stagioni può cambiare anche l’approccio alla musica che verrà. La stagione può determinare un colore particolare di quest’ultima. Certe giornate invernali possono stimolare in noi qualcosa di più electro, però, l’idea di fondo è sempre quella di finalizzare brani con un fondo di positività. Non è prevista la fuoriuscita di un sentore negativo. L’inverno non è così melanconico, solo più oscuro in termini di suoni.

RA: Un’altra nostra caratteristica è non prenderci mai sul serio. Eppure non trascorriamo giorni a improvvisare. Durante una jam session c’è un percorso da seguire.

DDP: Nonostante la voglia di divertirsi, mi accorgo quando si comincia a registrare e, al di là dei classici momenti di follia, cerco di caratterizzare al meglio passaggi che, forse, potrebbero tornare utili un domani per altri progetti. Riascoltare le nostre jam session equivale anche a scoprire di aver fatto qualcosa di inatteso.

RA: Allo stesso tempo, Napoli riveste un ruolo molto importante. È il luogo in cui viviamo con tutti i suoi pro e i contro. Gli stessi di una città chiacchierata come Berlino. Noi italiani abbiamo un’immagine distorta della capitale tedesca: l’impressione comune è che avvenga tutto lì, che tutto ciò che è bello e nuovo sia creato lì e non è affatto così. Berlino è una città che attira artisti esterni, di cui fa proprie le loro creazioni. Non ci sono soltanto grandi eventi, la scena è frazionata in molteplici realtà, popolate da gruppetti di pochi veri appassionati. Napoli, invece, è un’altra storia.

DDP: Noi la viviamo in tutte le sue sfaccettature utili. Il primo pensiero è rivolto al negozio, Futuribile Record Club, in pieno centro storico, le cui rarità suscitano l’interesse di tanti turisti. Il secondo agli eventi a cui partecipiamo, talvolta esibendoci anche in coppia o, magari, da spettatori di altri nostri amici del giro Periodica Records. Trascorriamo intere nottate al Perditempo, un caffè letterario votato all’ozio, con musica in sottofondo di cui, spesso, ce ne occupiamo in prima persona. È un locale che ci permette anche di testare le nostre nuove creazioni. Se non stimolano una qualche forma di ballo, ad esempio, tendiamo a cestinarle. A tal proposito, Cristiano Cesarano e Fabio Agostini sono i primi ad ascoltare ogni nostra traccia. Mi fido molto del giudizio del pubblico, ma ascolto con ben altra attenzione una loro possibile critica.

RA: Insomma, abbiamo tutto a portata di mano. Viviamo al meglio la musica.

EF: C’è persino una sorta di insofferenza nei confronti di un certo ambiente. Tra di noi nascono già abbastanza discussioni e non ci va di proseguire le stesse altrove.

DDP: Anche l’empatia reciproca è fondamentale.

EF: Non è da escludere, però, l’insultarsi in assoluta libertà!

DDP: In conclusione, cerchiamo sempre di carpire al meglio l’essenza del luogo in cui ci troviamo. Ad esempio, è stato molto interessante il periodo che ho trascorso a Stromboli, dove ho avuto modo di frequentare lo studio del produttore Icio Omegha. Trascorrere alcuni giorni di vacanza su un’isola è già un’esperienza niente male. A settembre non ci sono più turisti e il tempo è instabile. È stato davvero suggestivo registrare musica con Maurizio Aghemo a fronte di quelle condizioni ambientali.

Una traccia è completa quando?

EF: Quando c’è tensione e suona bene.

DDP: È completa quando ogni suono in più tenderebbe a rovinarla. Naturalmente, prima di essere impressa su vinile, non si esauriscono di certo i nostri tanti ragionamenti.

RA: Non abbiamo un metodo compositivo standard, né seguiamo uno di tipo progressivo. L’abitudine è suddividere il brano in una serie di blocchi per concentrarci su di ognuno.

DDP: Non a caso, la maggioranza dei nostri brani non presentano vere e proprie pause al loro interno. Nel momento in cui riusciamo ad assemblare blocchi in maniera soddisfacente, la traccia è completa. Sono soddisfatto quando riesco a osservare e, soprattutto, ad apprezzare la collocazione dei differenti frammenti. Ciò significa anche apportare delle modifiche tramite la rimozione di uno o più blocchi.

EF: La soddisfazione ultima giace, però, nel riscontro tra il nostro sound e il concept elaborato. Se combaciano, allora, ci siamo davvero.

DDP: Per questo motivo, siamo soliti escludere alcuni brani che, seppur completi di tutto, non hanno centrato a pieno il concept e finiamo per destinarli, ad esempio, a qualche progetto extra che, eventualmente, rilasciamo in formato 7”.

RA: Se li abbiamo scartati è perché non ci soddisfacevano a pieno. Gli stessi appartengono, inoltre, a uno o più periodi di lavoro trascorsi al West Hill Studio, il che li rende, forse, meno ‘riciclabili’ in progetti futuri. Il nostro flusso produttivo è continuo. Non ci fermiamo mai. E ciò vuol dire anche evolvere il nostro sound.

DDP: La creatività non manca. L’approccio mentale non è cambiato dai tempi in cui registrammo “Solaria”, ma abbiamo migliorato il modus operandi. Oggigiorno subiamo le stesse influenze musicali di allora, ma siamo in grado di gestirle diversamente, facendo leva su nuove competenze. Da un certo momento in poi, abbiamo preso più confidenza in noi stessi come trio e, al di là dei background diversi, siamo entrati in connessione. La ricerca di immagini a cui ispirarsi è andata di pari passo con i nostri interessi che spaziano tra fantascienza, mitologia, realtà virtuale e videogiochi d’epoca.

L’equilibrio in una traccia giace sul medesimo sistema dei blocchi?

DDP: Il nostro maggiore impegno giace, infatti, proprio nella creazione dei singoli suoni. La ricerca si sviluppa in una direzione sopra le righe, cioè ricorrere a macchinari d’epoca in modo non convenzionale, così come non sono stati utilizzati in passato. I sintetizzatori che abbiamo scelto appartengono alla cerchia di quelli più economici e di meno successo. Erano molto difficili da programmare, ecco perché non hanno avuto grossi riscontri. I programmatori dell’epoca non si sono resi conto del loro potenziale. Noi ci siamo un po’ incaponiti, provando nuove combinazioni.

RA: L’equilibrio è un concetto relativo: è necessario relazionarlo alle intenzioni. In “Plenilunio”, ad esempio, abbiamo accettato elementi quasi al limite del nostro sound.

Perché adottare un titolo come “Solaria” per il primo album?

DDP: Massimo Di Lena era alla ricerca della copertina per il suo “Hardlife” (2013), seconda release del catalogo Early Sound Recordings. L’idea era recuperare un’immagine da “I Robot Dell’Alba” (1983) di Isaac Asimov, edito in Italia dalla collana di fantascienza Urania. Una prima ricerca on-line non diede i frutti sperati. Trovai, invece, il libro tra le bancarelle di Port’Alba e finii per leggerlo durante l’estate. Mi piacque molto la storia e acquistai volentieri anche il seguito, “I Robot E L’Impero” (1986). Solaria è il nome di uno dei pianeti al centro del ciclo di tre romanzi dello scrittore statunitense, autore della fantomatiche tre leggi della robotica, iniziato con “Il Sole Nudo” (1957). Immediato un collegamento con “Dune” (1984), il film di David Lynch e, poi, sono sopraggiunti altri spunti tematici. “Solaria” è stata una sorta di compilation di tracce dei nostri inizi, provenienti da alcuni progetti, ovviamente, accantonati.

Un potenziale disco a nome Ancient Theorists sarebbe dovuto essere il primo rilasciato dalla neonata realtà Periodica Records. C’è un motivo preciso dietro questo monicker: io e Milord eravamo presi da trasmissioni sulla falsariga di Enigmi Alieni. Non perché seguaci di qualche teoria cospirazionista, ma soltanto divertiti dai contenuti delle puntate. Ci affascinavano di più il lato storico, così come gli aspetti visivi se non visionari del passato, l’astronomia delle antiche civiltà. La copertina dell’album rimandava, infatti, a geroglifici mistici, quelli con piramidi simili a razzi puntati verso il cielo. Un singolo come “Qvisisana” è stato, a questo punto, il nostro primo concept tradotto in musica. In pratica, un mini-album con uno scenario unico. “Solaria” era molto più aperto, con brani registrati in differenti periodi temporali e con la collaborazione di altri artisti.

La vostra musica ha più valore oggettivo o soggettivo?

RA: La creazione della stessa è, sicuramente, soggettiva.

Il progetto The Mystic Jungle Tribe sembra aver attecchito più all’estero.

DDP: In riferimento ai primi articoli su di noi, pubblicati in inglese negli scorsi mesi, appare ‘paradossale’ il riconoscimento non all’Italia, ma a una città, Napoli, per la bontà della sua proposta musicale, laddove la stessa è, di solito, più legata a vicende techno, o associata a un dj, ad esempio, come Joseph Capriati, che ha ben altra utenza. Il bello è che anche una cerchia di negozi comincia a definire i prodotti di Early Sound Recordings, Periodica Records e delle altre etichette a noi vicine come ‘sound of Napoli’, alla stregua di uno stile. Assurdo. Non so il perché. Ci siamo esibiti molto in giro per l’Italia e qualche connessione l’abbiamo attivata, però, non è abbastanza, la stampa si è interessata di meno. C’è anche da dire che all’estero si informano e leggono di più. C’è un’altra attenzione e ne abbiamo avuto riscontro in negozio, tra boom di clienti stranieri, incuriositi dalle presentazioni altrui, e un aumento delle copie vendute dei nostri dischi.

RA: All’estero ci hanno accolti alla grande in occasione delle nostre performance dal vivo. Pubblico caldo nonostante la pioggia, grandi location all’aperto, impianti super con tecnici a seguito, senza dimenticare varie comodità a portata di mano. Anche in Italia abbiamo preso parte a eventi di ampia portata, però, certi ambienti e, soprattutto, determinate circostanze, forse, non sono paragonabili.

EF: Ci sono, ovviamente, tantissimi appassionati locali che rispettiamo ma, al di là del confine, abbiamo incontrato anche molta curiosità nei nostri confronti, con organizzatori e promoter che, nonostante si dedichino a ben altri lavori nelle loro vite, conoscono a menadito la nicchia musicale italiana.

Questi ultimi sono riusciti anche a districarsi nella selva di vostri pseudonimi.

DDP: La confusione regna, lo sappiamo bene, è inevitabile. Il nostro pubblico è cambiato nel corso del tempo, così come è cambiato anche il nostro sound: nostalgico, balearico, sfacciatamente anni Ottanta. Una cosa alla volta e tutto andrà per il verso giusto. Di sicuro, chi si avvicina al catalogo di Periodica Records può avere l’impressione di rapportarsi a un certo roster di artisti ma, a conti fatti, si tratta di un gruppo di amici e produttori che, all’occorrenza, si danno una mano a vicenda.

C’è una qualche ambizione in voi?

EF: Continuare a non sbagliare una mossa.

RA: Ribadire il valore delle nostre proposte.

DDP: Insomma, far sì che la nostra musica raggiunga il maggior numero di persone possibili, divenendo una sorta di punto di riferimento per un movimento nascente, senza tradire il volerci divertire con prodotti che sentiamo assolutamente come nostri. In passato, generi e stili musicali hanno fatto la storia con poche idee valide. Noi vogliamo finalizzare quanti più dischi possibili, a supporto di una realtà discografica slegata da logiche commerciali, non compromettendo la qualità che ha contraddistinto i lavori precedenti. Non seguiamo tendenze. Abbiamo un certo sound e non riusciamo a stare con le mani in mano. La nostra è quasi una missione. Viviamo di musica.

E un sogno nel cassetto?

DDP: La barca a mare! Il che implica l’aver già acquistato diverse case.

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