The Frozen Side Of Ambient Music

Glacial Movements

Glacial Movements nasce a metà degli anni Zero e, sin dalle prime release, si distingue per il rigore delle sonorità proposte da artisti internazionali. I loro progetti sono stati ispirati da “luoghi che l’uomo ha dimenticato… paesaggi ghiacciati… campi di fiori coperti eternamente dal ghiaccio… iceberg in collisione tra loro”, mentre “l’aurora boreale illumina silenziose valli bianche nelle grandi terre del Nord” e “un esploratore perso tra i ghiacciai antartici è alla ricerca della strada di casa”. La chiave di lettura dell’intervista è, in parte, contenuta nel virgolettato, un estratto dalla presentazione della label di Alessandro Tedeschi. Una dichiarazione di intenti tra escapismo e isolamento, suggestive copertine e romantici titoli. La portata delle idee in note giace nella gamma di differenti interpretazioni dell’ambient. Scelte precise, talvolta critiche nei confronti della modernità in musica, proprie di un sogno nel cassetto.

Com’è nata Glacial Movements?


Ho avviato l’etichetta perché avevo voglia di gestire in autonomia la direzione artistica, la promozione, la diffusione e la vendita sia della mia musica che quella di altri artisti. Trasformare un’idea ambiziosa in qualcosa di concreto è stato il punto di partenza.

Perché questo ‘freddo’ nome?

È stato scelto istintivamente, è il primo nome che mi è venuto in mente e quello che funziona meglio in assoluto perché, leggendo Glacial Movements, chiunque può intuire quali sono le tematiche e le atmosfere che caratterizzano il background della label. Con ‘Glacial’, ho inteso dare un’impronta allo stile musicale, cioè ambient in tutte le sue infinite sfumature, mentre i lavori degli artisti possono essere visti come ‘Movements’, perché nulla è veramente immobile, nemmeno la musica.

L’avventura della Glacial Movements è cominciata con la compilation “Cryosphere” (2006) e, a breve, taglierà il traguardo delle venti release. Come le hai scelte sinora?

Il mio intento è collaborare con artisti diversi tra loro, ma che abbiano in comune un medesimo obiettivo, cioè descrivere le tonalità del ghiaccio e le località nelle quali la natura regna ancora sovrana. Glacial Movements non è solo un’etichetta discografica, ma una sorgente d’ispirazione per far riavvicinare l’umanità con il mondo in cui viviamo.

A distanza di sette anni e dei vari progetti che hai supportato, ti aspettavi così tante recensioni positive sul loro conto? C’è una qualche ambizione in te?

In verità, me l’aspettavo, perché cerco di lavorare sempre al massimo, sia riguardo la scelta dell’artista che in termini di realizzazione del prodotto fisico. Se si lavora bene, con serietà, i risultati si ottengono e tale regola vale per tutte le cose. L’ambizione è fondamentale, senza di essa non andrei da nessuna parte. Il mio obiettivo è far sì che Glacial Movements diventi l’etichetta discografica più importante al mondo, anche se so che ci vorrà molto tempo, ma non mi arrendo e vado avanti per la mia strada.

Glacial Movements ha ospitato produzioni di artisti quali Rapoon, Francisco López, Loscil, Celer e altri ancora. Che ricordi hai delle esperienze vissute con loro?

Ice Wisphers di Rapoon, destinata a essere pubblicata in “Time Frost” (2007), l’ho ascoltato la prima volta sul Monte Livata durante il tramonto e ho ancora un ricordo di eternità assoluta. Lull è tra i padri fondatori del genere dark ambient e sono stato davvero felice e orgoglioso di aver prodotto “Like A Slow River” (2008), anche se l’attesa è stata davvero lunga. Francisco López, basse frequenze e gelo totale. E ho avuto anche il piacere di conoscerlo di persona. Loscil è, forse, l’artista che più di tutti ama lavorare su tematiche ben definite e, quindi, è stato molto semplice collaborare con lui. Inoltre, in un’intervista apparsa su The New Noise, aveva risposto a una domanda su Glacial Movements dichiarando di aver “apprezzato davvero tanto la sua rigorosa visione filosofica, perché vicina al rapporto che s’instaura tra galleria d’arte e curatore. Circolano idee forti ed è divertente avere parametri e confini con cui confrontarsi”.

Bvdub, oltre ad essere un grande artista, è anche un grande poeta. La prima cosa che mi viene in mente è l’amicizia tra noi. Anche se non ci siamo mai conosciuti di persona, siamo molto legati. Anche con il duo Lino Monaco e Nicola Buono, i campani Retina.it, c’è un forte legame e, oltre ciò, la grande passione per il dettaglio e un’ottima tecnica di base fanno di loro un gruppo unico e formidabile. Oöphoi è stato un mio amico per anni, avevamo interessi in comune e il mio progetto Netherworld ha preso il via con la sua label Umbra. È stata la prima persona in Italia a spingersi oltre la diffusione di un certo tipo di ambient e ciò lo ha fatto da editore della leggendaria rivista “Deep Listenings”, che ha spianato la strada alla cultura dell’ascolto profondo in Italia.

Con Aidan Baker è stato piacevole lavorare, è una persona semplice, umile, professionale e anche molto efficiente. “Aneria” (2013) è stato composto nel giro di qualche giorno. Adoro ciò che riesce a fare soltanto con la chitarra elettrica. I Pjusk sono tanto meticolosi quanto originali e, ovviamente, hanno il ‘gelo’ nel sangue, poiché sono norvegesi. Stesso discorso per gli Skare. Non dimentico neppure l’eleganza e l’isolazionismo di Celer, con il quale è gradevole collaborare. Ed è stato importante stampare “Cloudlands” (2009), del duo Aquadorsa, composto da Enrico Coniglio e Oöphoi. Un album originale, nel quale si intrecciano trame di musica classica, rumori d’ambiente, atmosfere cupe e tessiture glitch.

Quali sono gli elementi che ti inducono a scegliere un artista per la tua etichetta?


Professionalità, qualità musicale e duttilità mentale nell’eseguire un lavoro con delle caratteristiche di base, praticamente, sempre ben definite.

Che approccio hai nei confronti di chi ti invia un demo?


Ricevo molte richieste, ma quello che poi vado ad ascoltare difficilmente mi tocca il cuore. Fino ad ora, ciò è avvenuto solo in due occasioni. Alcuni mi inviano demo inascoltabili, altri, invece, cose che non hanno nessun legame con l’etichetta. E questa cosa mi fa imbestialire. Se un demo mi colpisce, non ho dubbi nello sceglierlo ma, purtroppo, puntare su nomi nuovi non è affatto facile. In tal senso, sono stato costretto a prendere provvedimenti e, per quanto concerne le nuove ‘leve’, preferisco la via della release digitale come, ad esempio, per “Arctic April Mother” (2013) di Yuya Ota.

C’è un disco o un artista che ti sarebbe piaciuto rilasciare?

William Basinski è in cima alla lista. Biosphere, quello di “Substrata” (1997), è impossibile, perché ha un contratto con la Touch. Murcof, con il quale c’era un interesse da parte sua nel lavorare con Glacial Movements, non mi ha più contattato. Mi sarebbe anche piaciuto produrre un album di Thomas Köner e, a dire il vero, c’ero quasi riuscito. Il suo recente “Novaya Zemlya” (2012) era stato inizialmente composto per Glacial Movements, al culmine di anni segnati da scambi di mail e lunghe attese. Dopodiché, senza alcun motivo, l’ha consegnato alla Touch. Non ho ricevuto spiegazioni in merito a un simile comportamento e ciò mi ha deluso. La sua musica rimane grande, ma non lo ammiro come persona. Non è facile avere la disponibilità immediata da parte di un grande artista e, quindi, a volte è necessaria molta pazienza per terminare una release.

Glacial Movements è, però, anche una valvola di sfogo per le tue produzioni come Netherworld come, ad esempio, “Mørketid” (2007) e “Over The Summit” (2011).

Assolutamente sì. Ormai i miei lavori li pubblico solo su Glacial Movements ed è ciò che accadrà con il mio prossimo album, “Alchemy Of Ice” (2013), in uscita a fine maggio. Nonostante ciò, alcuni miei brani sono apparsi anche su altre etichette quali Wire Magazine, Headphone Commute, Fario e Psyconavigation Records.

Che sensazioni hai nel dirigere un’etichetta del genere? Quali sono i principali problemi legati all’industria musicale che sei costretto ad affrontare?

Nessuna problema, per fortuna, soltanto tanta gioia nell’avere rapporti con tutto il mondo. Sono io che decido chi, come e quando: è come avere un’azienda. E ho anche un lavoro a tempo pieno che mi permette di stare tranquillo dal punto di vista economico.

Quanto pensi sia cambiato il mercato musicale durante questi anni?

Il mercato è molto cambiato. Internet e la digitalizzazione della società hanno contribuito a rovinare l’ascolto. Se da un lato tutti hanno goduto dei vantaggi – io, ad esempio, senza la rete non potrei gestire l’etichetta – dall’altro ci siamo ‘fossilizzati’ e abbiamo perso quella cultura del suono che era viva negli anni Novanta. Basti pensare a come gran parte della gente ascolta la musica. Se facciamo una statistica, la maggior parte dirà che è il computer il centro dell’ascolto e io, quindi, mi domando come può esserlo. Ascoltare musica sperimentale, dove anche i silenzi hanno il loro valore, su un buon impianto hi-fi, è un’esperienza profonda, che ho avuto modo di provare.

La ‘nostra’ ambient non può essere, inoltre, ascoltata in formato mp3, perché ne verrebbero mutilati i numerosi dettagli che sono parte fondamentale di un disco. Capisco che nessuno può permettersi un lussuoso impianto hi-fi, però, credo che ci sia una via di mezzo. Oggi, andiamo tutti alla velocità della luce e vogliamo tutto subito. Tale fenomeno è aumentato sempre più nel tempo, anche in riferimento all’ascolto della musica stessa. Sì, mi manca molto quel decennio che va dal 1994 al 2004, c’era qualcosa di veramente magico e, prima del 1994, c’era anche un enorme interesse per l’elettronica sperimentale, ma ciò non l’ho ciò vissuto direttamente sulla mia pelle.

Da dove nasce l’esigenza di pubblicare solo in formato cd?

Sono solito stampare cd digipack da seicentosessanta grammi l’uno e dal cartonato robusto, destinati a durare nel tempo senza logorarsi. Credo che un’edizione simile rappresenti il massimo del rapporto tra qualità e prezzo. La resa del suono è nettamente migliore rispetto al vinile o alla cassetta, che non ho mai preso in considerazione, e si può registrare fino a ottanta minuti di musica. Il vinile ha il suo fascino ma, secondo me, non è all’altezza di un ottimo cd digipack e, oltretutto, i costi di produzione e spedizione sono molto elevati rispetto a quest’ultimo.

In che modo tutto ciò che ti circonda influenza la tua musica e le tue scelte?

I paesaggi innevati, le montagne, il silenzio e la natura mi influenzano moltissimo e, ovviamente, ciò si ripercuote anche sulla mia musica. Tuttavia, ciò non intacca l’etichetta, per la quale sono chiamato ad applicare anche strategie di mercato e ad avviare un’attività promozionale. Il mio sogno sarebbe, però, quello di avere come unico lavoro la gestione della Glacial Movements, magari immerso in un ambiente incontaminato e lontano dal caos. Mi basterebbe una connessione Internet.

Oltre il tuo album, quali saranno le future release della Glacial Movements?

“Aneira” di Aidan Baker è uscito il 25 marzo e, prossimamente, ci sarà una splendida collaborazione, la prima in assoluto, tra Loscil e Bvdub con “Erebus” (2013) e, “Calm Before The Storm” (2013) di Frozen Thoughts, un lavoro che uscirà solo in digitale.

P.S. Lo scorso aprile si è spento Gianlugi Gasparetti, in arte Oöphoi. Senza di lui, molti artisti e numerose etichette discografiche avrebbero incontrato difficoltà a farsi conoscere in Italia. La cosa che, però, mi ha colpito di più è l’aver perso un vero amico. Non potrò mai dimenticarlo e mai lo farò. A lui dedico il mio “Alchemy Of Ice”. Grazie Gigi!

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