The Field – From Here We Go Sublime

The Field – 'From Here We Go Sublime' (2007)

Uno dei miti ricorrenti al centro della critica contemporanea è rappresentare il genere minimal come qualcosa di incolore, gelido, pallido, o persino smunto. Un giudizio, forse, troppo severo e da scardinare poco alla volta, con la complicità di alcune brillanti uscite, differenti dalle troppe omogenee che hanno saturato il mercato europeo. Correre qualche rischio e lanciare uno o più prodotti arditi, in grado di sorprendere l’ascoltatore, sono caratteristiche parte del background della Kompakt, un’etichetta ormai storica, abile nel non lasciarsi sfuggire uno degli album più curiosi in circolazione: “From Here We Go Sublime” (2007), prima fatica dello svedese Axel Willner, in arte The Field.

C’è chi, a tal proposito, ha azzardato l’inedita definizione di ‘pop ricombinante’, una forma musicale che si differenzia da tutte le altre catalogazioni architettate dalla critica. Un ibrido figlio della modernità, determinato dalla mescolanza di suoni e ritmi, che consiste nell’affidarsi a vari campionamenti, di canzoni pop, per assemblare qualcosa di diverso, al punto che il sample impiegato può diventare irriconoscibile. Identificabile, invece, è il loop. Una ripetizione che ipnotizza, obbligando il prossimo a focalizzare l’attenzione sui dettagli sparsi, percependo i break infinitesimi, fino all’essenza ultima del brano. Una ripetizione che, a livello emotivo, è, soprattutto, fonte di alta suggestione.

The Field appare assoluto padrone della sua tecnica artistica. Il ritmo è destrutturato ma continuo e, soprattutto, intenso, scandendo suoni che alienano qualsiasi rapporto con spazio e tempo circostanti. Ascoltarli è come vivere una sorta di esperienza extra-sensoriale. Beat statici a tratti, fluttuanti, indefiniti o, addirittura, indefinibili. Come sospesi a mezz’aria in un clima di tensione, costante attesa. È un continuo rallentare ed accelerare per non fermarsi mai. Un album sognante, fortemente disarticolato ma, nel complesso, organico. O un pugno di tracce costruite sulle base di tagli e inserti. Tessuto su tessuto, molecola con molecola, cellula per cellula.

“From Here We Go Sublime” è, dunque, un disco con cui perdersi. Verso un oblio tecnologico. Basato sull’intima connessione fra ripetizione e differenziazione di mille e più microscopici dettagli sonori e le loro altrettanto lievi variazioni. Senza dimenticare, le impercettibili pause, le inattese evoluzioni o un ruvido battito in quattro quarti. Un filamento esile lega, però, le tracce, meticce, sovrapposte e tonanti, dagli infiniti rimandi a produzioni progressive di metà anni Novanta, così come quelle più shoegaze che, di sicuro, avranno altrettanto folgorato la mente di Axel Willner alcuni anni fa.

Fra terra e blu, Over The Ice va oltre. Senza limiti. Senza ancoraggi. The Field ha estrapolato un frame da Under Ice di Kate Bush e forgiato un qualcosa di non-nuovo, denso e di mirabile incanto. A Paw In My Face recupera, ristruttura, rivaluta e ripropone un sample da Hello di Lionel Richie. Minimalismi affatto arcigni o freddi, semmai morbidi e perfino solari. Un’onda energetica che non si esaurisce, a dispetto del titolo, con Good Things End, perché un suono sferico attorciglia l’ascolto. The Little Heart Beats So Fast è l’episodio più pop delle dieci meraviglie, che scorrono via delicate, mai irruente, inizialmente, per più di un’ora e, chissà, per quanto ancora.

E, non a caso, un titolo come “From Here We Go Sublime” racchiude il senso dell’intera opera. Everday si plasma tra echi e trame fitte come velluto, penetranti e piacevoli, ricalcando Everywhere dei Fleetwood Mac. Silent, invece, è un’immersione barbiturica in una notte stellata. Con The Deal si tocca il punto più alto in assoluto del lavoro del produttore svedese: dieci minuti di sudore sgorgante da un caleidoscopio elettronico che sembra destinato a non esaurirsi. L’aria si fa satura. Le pulsazioni aumentano. La quiete, in una discesa di flanger, giunge mai tarda con l’atmosferica Sun & Ice, presto interrotta dalla pressione esercitata da Mobilia, più incisiva nel suo incedere.

In chiusura, la title-track From Here We Go Sublime, che atomizza il riverberante doo-wop di I Only Have Eyes For You dei Flamingos. Il disco si granula, ma non si arena, galleggiando placido tra saliscendi e crescendo passionali, asserragliati entrambi dietro un frammentato muro sonoro. L’arte di The Field è alla portata di tutti. Per coloro che amano il genere, così come tutti quelli che non hanno alcuna familiarità con esso. Non ci si dimenticherà facilmente di un disco d’esordio simile. Non ha nulla di davvero virtuoso, ma incarna i colori del giorno e della notte, ne rappresenta brividi e sentimenti in note e, squarciando l’anima, lascia eteree carezze in eredità ai posteri.

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