The Ecstasy Of The Harmonic Loop

Pascal Viscardi

Creativo, genuino, solare. Pascal Viscardi è stato un nome ricorrente all’interno della scena underground al confine tra Svizzera e Francia per circa un decennio. Dalla consolle a un proprio studio, il passo è stato breve e quasi fisiologico: enorme l’urgenza comunicativa attraverso le sette note. Il giovane produttore ha, infatti, dapprima rilasciato una dozzina di release in ambito deep house, con opportune contaminazioni downtempo, e poi riallacciato con forza quell’indelebile legame con la Partenope contemporanea, per soddisfare il palato fino dei nuovi appassionati sul fronte disco.

Il tuo corpo è a Ginevra, ma il tuo cuore è a Napoli. Come vivi questa ‘relazione a distanza’, finanche musicale, con la terra d’origine di tuo padre?

Il mio cuore è sempre stato diviso fra Napoli, la terra d’origine di mio padre, quella di mia madre, cioè Madrid, e quella dove sono nato e cresciuto, ossia Ginevra. In pratica, sono una sintesi di tutto ciò, un prodotto europeo di metà anni Ottanta, cresciuto nei Novanta. Da sempre, a casa dei miei si respira, però, aria napoletana da tutti i pori. Sono cresciuto in un ambiente partenopeo con espressioni napoletane, televisione e musica italiana, almeno tre viaggi all’anno a Napoli. E, ovviamente, sono un tifoso sfegatato della SSC Napoli. Da piccolo, questa relazione la vivevo in modo strano perché condividevo un certo tipo di nostalgia con mio padre per la città e la nostra famiglia. Ero e sono ancora tutt’ora estremamente fiero delle mie origini. Mystic Jungle mi ha detto che, a volte, sono più napoletano dei napoletani, forse, per questa voglia di dimostrare il mio attaccamento, tipico del figlio dell’emigrato. Nonostante ciò, sono conscio che non vivo in nessun modo quelle realtà spesso amare di chi si trova a Napoli. Per sentirsi parte di un luogo non si possono vivere soltanto i suoi lati più belli, quelli ‘turistici’, bisogna affrontare anche quelli più brutti, drammatici. E io non li ho mai vissuti. Di sicuro, a oggi, mi mancano i miei amici e la mia famiglia alla quale sono legatissimo.

Hai mai riscontrato differenze in termini di pubblico tra Svizzera e Italia in occasione delle tue performance in consolle come dj? Sono state esperienze formative?

Purtroppo, ho suonato pochissimo in Italia. Difficile, quindi, rispondere. Dal punto di vista formativo, il tempo trascorso in consolle fa aumentare la propria esperienza e regala tante emozioni quando le cose girano bene, stimolando la voglia di ripetere quel tipo di evento e rendendo migliore il suo artefice. Ci vuole anche un po’ di fortuna con la location, sia per la qualità dell’accoglienza, su un piano propriamente umano, che per quella del sound system, dall’impianto ai giradischi. Il sapersi adattare a tutte le situazioni, soprattutto quelle più brutte o sfortunate, è al tempo stesso una sorta di ‘arte’ con la quale ci si deve per forza confrontare. Di sicuro, l’esperienza, in termini globali, è quella che fa di te un vero dj, un artista con una storia unica da raccontare.

È più importante ciò che prova il pubblico o quanto intende comunicare l’artista?

È importante il rapporto che si crea con il pubblico così come padroneggiare quella cultura musicale ammassata negli anni per trarre il meglio da ogni circostanza, da ogni ‘vibe’: il peak time in un club affollato, un inizio serata ‘smooth’, sedute di ascolti ambient al parco oppure una serie di proposte inedite in un museo d’arte contemporanea. A ciascun scenario corrisponde un approccio adatto e sincero. ‘Leggere’ è fondamentale la situazione. Bisogna saper creare una ‘discussione’ musicale e fisica con la gente che balla. In sostanza, si tratta di provare piacere nel proporre il mix giusto al momento giusto, saper tirar fuori dal cilindro un sacco di sorprese, non rimanere mai inchiodato sulle proprie fisime musicali, offrire di più che soltanto il medesimo genere per il quale sei più o meno conosciuto, senza, però, esagerare. Ciò che conta è essere in una connessione costante con ciò che ti circonda, senza mai smarrire la propria identità. Questo è, forse, l’aspetto più bello e difficile: rimanere sempre te stesso, godere dell’atmosfera e far divertire il dancefloor, rispondendo a un’esigenza concreta.

Vivere nella ‘fredda’ Svizzera ha influenzato la tua ‘calorosa’ visione musicale?

Non fa freddo affatto a Ginevra. In estate, si può arrivare anche a quaranta gradi. C’è un lago straordinario e numerosi punti d’acqua. Ginevra è una città che sa trasformarsi di stagione in stagione. Sempre nel corso dell’estate, può diventare persino balearica!

Tuo padre ti ha trasmesso la passione per la musica. Hai imparato a suonare la chitarra elettrica prima di dedicarti alle tastiere. Ricordi un episodio particolare?

Mi ricordo le ore trascorse a imparare i giri armonici, successioni di accordi all’interno di una specifica tonalità. Mio padre non scherzava né con il calcio, né con l’arte: mi assegnava compiti precisi. Ripetevo le basi con grande concentrazione, fino a sviluppare il mio orecchio. Una volta rientrato dal lavoro, gli mostravo i miei progressi. Mi ‘allenavo’ con canzoni del repertorio classico dei cantautori italiani: Lucio Dalla, Lucio Battisti, Franco Battiato, ecc. Una volta al parco, invece, facevamo palla al piede, controlli a seguire, uno contro uno e via dicendo. L’arte come uno sport e lo sport come un’arte.

Quali artisti seguivi quando ambivi a formare un gruppo shoegaze?

Slowdive, su tutti. Drop Nineteens subito dopo. E, ovviamente, My Bloody Valentine. Ci sono talmente tanti altri gruppi, ma quelli che ho ascoltato di più sono questi.

La tua ‘carriera’ da chitarrista sembra essere ormai parallela a quella di vero e proprio paroliere. Oltre ai vocalizzi in Lluvia De Verano e Pianeta Bonga, c’è una qualche altra chance di ascoltare in un futuro una sorta di tua canzone?

Certo, in Canto Uno – Vivere Domani, quarto brano de “Il Sogno Di Carmen” (2020).

Hai mai immaginato di spingerti oltre la musica elettronica?

L’ho già fatto in passato facendo parte di alcuni gruppi indie per circa un decennio. Oggi, però, ambisco a riavvicinarmi nuovamente al format canzone.

Dopo aver inserito due brani del tuo catalogo all’interno di una selezione, Mike Huckaby ti definì “un produttore da tenere d’occhio”. Quanto ti ha gratificato ciò?

Mike Huckaby era un uomo e un artista di straordinaria importanza, tanto per quello che ha regalato alla scena internazionale da produttore e da dj e, soprattutto, per quello che ha offerto ai ragazzi di Detroit. Basti vedere Kyle Hall. Il suo decesso mi ha colpito tantissimo, mi ha riempito di tristezza. Al sottoscritto ha regalato un opportunità unica: quella di uscire dall’anonimato. Gliene sarò per sempre grato.

Un’altra definizione di cui essere fieri è stata quella di Clone Records che, in occasione di “Wise Man’s Decision EP” (2015), ha descritto il tuo sound come Detroit house simil anni Novanta, con influenze newyorchesi in termini di groove.

Ho saputo fare mio quel filone. Ne sono fiero anche perché, ancora oggi, quando ascolto questo disco mi piace molto. Vale lo stesso per tutta la mia discografia, non rinnego nulla, anzi, per quanto mi riguarda, è tutto logico. Anche il remix di Fred P è favoloso.

I tuoi ‘mentori’ sono stati Agnès, già al vertice di Sthlmaudio, e l’eclettico Ripperton. Che cosa hai ‘preso in prestito’ da loro?

Ho ‘rubato’ tanto, specie ad Agnès. Quest’ultimo e Ripperton mi hanno dato anche tanti consigli, ad esempio, “sii te stesso”, “lavora”, “non accontentarti”, “non aver paura di provare”, “sorprendi te stesso”, “vai in fondo alle tue idee” e, ovviamente, “divertiti”.

Quanto tempo dedichi nel creare una traccia?

È il mix che richiede più tempo. Dopodiché, ogni traccia ha una propria ‘vita’.

In che modo hai approcciato, invece, le diverse etichette che hanno pubblicato i tuoi brani? Ti candidi in modo spontaneo o hai lavorato ‘su commissione’?

Inizialmente, mi sono candidato. Un bel giorno sono stati pubblicati “Paradiso EP” (2015) su Saft e “Wise Man’s Decision” (2015) su Traxx Underground. E, da quel momento in poi, le proposte sono arrivate. In seguito, ho provato anche a inviare qualche demo ad alcune etichette, un po’ per capire se c’erano margini per sviluppare le mie idee. Nonostante ciò, sono convinto che le relazioni con le label debbano essere vere e sincere, proprio come quelle che intrattengo con Periodica Records oppure Les Disques Magnétiques. Non è necessario forzare i rapporti, è proprio inutile.

La tua discografia è altrettanto ‘binaria’ come il tuo essere. Le release a nome Pascal Viscardi sono quelle più ‘elettroniche’. “Nero Di Seppia” (2018) e “Arcipelago” (2019) a nome Pàscal, legate alla collaborazione con Periodica Records.

Ogni cosa accade per un motivo preciso. Pàscal è il nomignolo con il quale realizzo musica con i ragazzi del West Hill Studio. E stato suggerito da Mystic Jungle, ancora lui! Pascal Viscardi è quello che adotto quando produco da solo. Semplice, no?

Com’è lavorare con Mystic Jungle, Whodamanny e Milord?

Famiglia e mentalità. Tantissimo lavoro. Tantissimo amore. Giri in macchina balearici  con Whodamanny, scambi di momenti di vita vaporwave inside Ponticelli con Milord, scenari cosmici nel salotto di Mystic Jungle. Dita che, d’estate, s’appiccicano alle corde del Fender Jazz Bass. “Chiudi la porta che entrano le zanzare”. “Bello, ma cambiamo tutto”. E l’estasi del giro armonico che scatena i corpi e slega i ricordi. Ho detto fin troppo.

Quanto è sottile la differenza tra improvvisare e sperimentare?

Improvvisare è lasciare andare la mente. Sperimentare è, invece, eseguire un processo diverso da quello che sei in grado di fare, per auto-sorprenderti. Bisogna saper improvvisare e sperimentare allo stesso tempo. Eppure, alla fine, è più importante finalizzare il prodotto con decisione. Lavorare fino al vomito come direbbe Milord.

Sull’altro ‘versante’ artistico, tra i singoli “Last Day In Harajuku” (2017) e il già citato “Il Sogno Di Carmen”, in coppia con Alano Santo, si colloca l’uscita del tuo primo album “Lluvia De Verano” (2019). Quale sarà l’ulteriore passo in avanti dopo il progressivo avvicinamento a sonorità in orbita disco, downtempo e dub?

Ritornare, appunto, al format canzone. Ho voglia di cantare e di scrivere poesie.

È una narrazione in note ciò che fa la differenza oppure è necessario perdersi all’interno della stessa per offrire all’ascoltatore la migliore esperienza sonora?

Entrambe!

Che cosa hai scoperto di stesso durante la creazione delle tue opere?

Ho scoperto di essere migliore rispetto ciò che credevo, che il mio margine creativo è immenso; che devo fare del mio meglio; che il mare m’ispira e la neve mi concentra; che ho fatto pazzeschi balzi in avanti con i ragazzi con cui collaboro; che creare musica è come raccontare una storia straordinaria a una persona che vuoi sedurre o amare.

Quali sono, infine, i tuoi progetti futuri?

Continuare a raccontare tramite suoni, tessiture e armonie quegli scenari passati, presenti e futuri che mi regalano emozioni. Tutto qui.