The Chemical Brothers – Dig Your Own Hole

The Chemical Brothers – 'Dig Your Own Hole' (1997)

Evoluzione continua, ma la radice è la stessa. Sostituito il nome Dust Brothers nel momento in cui scoprirono che esisteva già, poiché appartenente a un duo di produttori statunitensi, i Chemical Brothers si presentarono con “Exit Planet Dust” (1995) nelle semiserie vesti di propagatori delle novelle ritmiche da night club. Tom Rowlands e Ed Simons, conosciutisi alla Manchester University nel 1989, ne furono in effetti avanguardisti, sul fronte dell’originalità e della qualità, nella c.d. ‘Madchester’ dell’ultimo folgorante decennio del secolo scorso.

La nociva mistura di funk, rock e acid house che misero a punto divenne presto il punto di partenza dell’album di debutto, prevalentemente strumentale, un dettaglio che appare ancora oggi fondamentale. Un piccolo, e disorganico, collage di pop art elettronica, fondato su frame e loop, sintetizzatori e chitarre. Un modus operandi distinguibile all’interno di tracce tanto energiche quanto folli come Leave Home, destinata a perdurare come uno dei loro capisaldi, la pressante In Dust We Trust, senza dimenticare la siderale escalation di Chemical Beats.

La pubblicazione dell’intenso EP “Loops Of Fury” (1996), composto da altre tre irresistibili brani quali l’omonima title-track, Breaking Up e Get Up On It Like This, l’anticamera del lancio definitivo dei Chemical Brothers, pronti per consegnare alla storia uno degli album, forse, più iconici degli anni Novanta, “Dig Your Own Hole” (1997). Il secondo lavoro, naturalmente, non recideva il cordone ombelicale con il primo lavoro, ripartendo con disinvoltura proprio da quegli strani incroci fra generi, ascoltabili seduti in poltrona a casa e, soprattutto, ballabili in grandi spazi altrove.

“Dig Your Own Hole”, pubblicato da Freestyle Dust e Virgin, è stato un vero e proprio trampolino di lancio in campo commerciale per i Chemical Brothers. È, probabilmente, il miglior disco pubblicato dal sodalizio inglese: settanta minuti di suoni esplosivi, a cui nessun corpo umano può provare a opporre resistenza. Undici brani intrisi di umori metropolitani, tra nuove ossessioni e altre inquietudini. Un disco in grado di accontentare un pubblico davvero eterogeneo, colmo di soluzioni cacofoniche e, soprattutto, foriero di indicazioni sul futuro. Tra acidi e basi.

Il duo ha così scelto di puntare sull’originalità come prima qualità, pescando a piene mani nel mare magnum dei sample. L’apertura di “Dig Your Own Hole” è affidata alla straripante Block Rockin’ Beats, costruita sulla base di ben sei campioni. Il basso è stato preso in prestito da The Well’s Gone Dry dei The Crusaders, le percussioni da Changes di Bernard Purdie e Got Myself A Good Man di Pucho & The Latin Soul Brothers, la traccia vocale da Gucci Again di Scholly D, mentre altri elementi sonori appartengono a Live Convention ’82 (Side A) di DJ Grand Wizard Theodore.

Il ritmo è cadenzato dalla chitarra e da una serie di suoni intersecati, uniformati alla perfezione, ideali per foggiare, con l’apporto della batteria, un flusso energetico anche se ripetitivo. Diffidare dalle imitazioni. La title-track è sulla stessa falsariga. Le percussioni sono state ricavate da Hit Or Miss di Odetta e Take Me To The Mardi Gras di Bob James, la traccia vocale da The Return Of Capt. Rock di Captain Rock e altri elementi sonori sono stati, invece, presi in prestito da Come On Write Me di Melvin Van Peebles. La musica moderna riserva così tributi a personaggi minori.

Autori di tracce di oltre quarant’anni fa, ottime testimonianze della grande cultura musicale dei Chemical Brothers e, allo stesso modo, dei loro ascolti preferiti. Il risultato finale è un mix di frastuoni senza tregua, tipici di un caotico tessuto urbano, tra sirene, tribalismi africani e pulsioni funky pronte, però, a innestarsi anche nell’aggressiva Elektrobank. Non a caso, riprende anch’essa le percussioni di Hit Or Miss di Odetta. I suoi otto minuti sono emblematici dell’anima dell’album le persistenti metamorfosi dell’arrangiamento attorno a una macchinosa modulazione poliritmica.

Al baccano in sottofondo va aggiungendosi la voce, recuperata da This That Shit di Keith Murray, che pronuncia una manciata di parole di difficile comprensione, intramezzate a ulteriori grida e schiamazzi. L’onda sonora è, però, letteralmente sconvolta dall’imponente break di metà traccia: un’esplosione. L’intensità dell’onda d’urto è da pelle d’oca. Gli ultimi minuti sembrano, poi, avulsi dal vibrante contesto precedente. Uno dei tanti trademark dei Chemical Brothers. In mancanza d’uno stacco netto, si assestano rapide le prime note della successiva Piku.

Anch’essa nasce dall’incrocio di frammenti altrui, Get Ready e I Just Want To Celebrate (Live) dei Rare Earth, e scorre gradevole. La fanfara interrotta e riciclata all’infinito è una vera e propria dimostrazione di equilibrismo sonico da parte di due abili interpreti della, più o meno nobile, arte del campionamento. Quando la musica sembra ‘imballarsi’, un divertente sbalzo ritmico introduce la famosa Setting Sun. Per gradi, si fa sempre più imponente e scrosciante la batteria, si amplificano i toni e gli echi disturbati, disposti precisamente al di sopra dell’imperversa voce di Noel Gallagher.

Non uno qualunque, bensì l’anima creativa degli Oasis, ora sincronizzata con quelle dei Chemical Brothers per un singolo ormai passato alla storia. Dopodiché, spazio a It Doesn’t Matter, sperimentale pezzo con tendenze più dirette all’house, volutamente ripetitivo, quasi carico di collera, che sembra mai esplodere, la cui forza risiede proprio nella ripetizione continua. È uno dei pezzi più particolari del disco, plasmato attraverso alcuni effetti di No Time Or Space di George Harrison e la traccia vocale di It Comes On Anyhow di Lothar And The Hand People.

Don’t Stop The Rock è in scia. Diviene un tutt’uno con il brano precedente attraverso un unico e ricorrente suono che lo accompagna per gran parte del suo andamento che, in più d’una frazione, diviene addirittura quello dominante, fino a scomparire del tutto. La ripetitività una specie di parafrasi del dinamismo di ipertrofiche realtà metropolitane. Prima della conclusione della traccia, sono già ascoltabili le parole che danno vita al titolo della seguente, brevissima, Get Up On It Like This, spassosa e ritmata. In bella vista le percussioni di Bongolia dell’Incredible Bongo Band.

Impressiona, subito dopo, Lost In The K-Hole per le sue magiche melodie e l’eccezionale basso per un certo sobbalzo domestico e non. Se la precedente canzone si affidava, per l’ennesima volta a un campionamento vocale, Electric Buddha firmata The Unfolding, i primi minuti di Where Do I Begin mettono in risalto la composta voce di Beth Orton, punto fermo dei Portishead, per addolcire e distendere l’ascoltatore giunto quasi alla fine di “Dig Your Own Hole”. Nei successivi riparte la solita baraonda di martellamenti a strati. Dopo la quiete, può tornare a regnare il caos.

Infine, una lunga ed elettronica ballata dalle atmosfere orientaleggianti, The Private Psychedelic Reel, realizzata con la collaborazione dei Mercury Rev e, in particolare, del loro cantante Jonathan Donahue, che suona il clarinetto. È la summa delle vere capacità compositive del duo di Manchester, una sorta di viaggio da nove minuti, che racchiude bravura, estro e forza. Il suono ipnotico del sitar anima fantasmi psichedelici al buio. Memorie dell’epoca rave, memorie adolescenziali. “Dig Your Own Hole” una garanzia. Irraggiungibili Chemical Brothers.

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