The Chemical Brothers – Come With Us

The Chemical Brothers – 'Come With Us' (2002)

Manchester o ‘Madchester’? La città britannica è stata un interessante snodo culturale tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, quando l’ecstasy e l’acid house si diffusero a macchia d’olio nel resto del mondo. I Chemical Brothers sono nati mentre i New Order avevano già fatto propria la lezione dei Kraftwerk e, soprattutto, sono cresciuti durante la seconda Summer of Love, trasformandosi negli alfieri internazionali di un messaggio dance al culmine del fenomeno rave. Un momento cruciale anche per il rock inglese, infettato dal virus della club culture nello stesso momento in cui, oltre l’Atlantico, la techno cominciava a prendere forma a Detroit, in scia alle idee di un pugno di visionari. Ed Simons e Tom Rowlands hanno preso appunti da entrambe le scene, pronti per sonorizzare il decennio seguente. Un’occasione che non si sono lasciati scappare, con la pubblicazione di tre album in meno di un lustro.

Il penultimo, “Surrender” (1999), è stato trainato da singoli quali Hey Boy, Hey Girl, Let Forever Be e Out Of Control, cioè la sintesi ultima tra vibrante psichedelia elettronica e matura sensibilità pop. “Come With Us” (2002) ripropone tale collaudata formula. Il perché è semplice. È nelle corde del duo padroneggiare con sorprendente naturalezza una materia tecnologica, piegandola al volere del big beat, ai dettami della chill-out o strizzando l’occhio al rock. Non c’è da stupirsi, quindi, se “Come With Us” si lasci ascoltare e riascoltare con crescente soddisfazione. Dieci brani per quasi un’ora di musica, caratterizzata dalla consueta cura maniacale per ogni singolo suono, ogni oscuro campionamento, ogni minimo effetto. Eppure, è passata molta acqua sotto i ponti da quando i promettenti Ed Simons e Tom Rowlands si facevano chiamare Dust Brothers sino alla consacrazione definitiva, con annessi tour mondiali.

Conservare ancora una certa dose di energia e spontaneità è una grande dote, proprio come saper ricorrere a qualche sample in meno, lasciando più spazio alla farina del proprio sacco. L’impressione comune è che una release più organica e ricercata sarebbe del tutto alla portata dei due, gli stessi che esercitano oggi tanta influenza sui produttori più giovani, grazie alla loro alchimia di suoni duri o soffici, ipnotici o sognanti. Un crogiolo di stili che pervade anche “Come With Us”, impreziosito dalla partecipazione di vocalist quali Beth Orton dei Portishead e di Richard Ashcroft leader dei The Verve. Al limite dell’onirico e del surreale. Il quarto lavoro dei Chemical Brothers è, forse, più ‘dance’ dei suoi predecessori, ma non rinuncia a collezionare vere e proprie ‘canzoni’, piuttosto che pure e semplici ‘tracce’ a uso e consumo di un pubblico festaiolo.

Ciò che è ben riscontrabile in ciascuno dei brani che compongono l’album è una ricerca costante della melodia più pura, sebbene generata da strumenti elettronici, arricchita in modo tale da raggiungere vette insondabili per quelli tradizionali. Bisogna dare atto ai Chemical Brothers che rinnovarsi, seppur di poco sul fronte armonico, è un segnale importante da parte di chi potrebbe già vivere di rendita dopo aver tagliato nono pochi traguardi. Ed Simons e Tom Rowlands si sono riscoperti inguaribili innamorati della dance tout court, dei suoni sintetici e della cassa di chiara derivazione house. “Come With Us”, rilasciato da Freestyle Dust e Virgin, è meno ambizioso di quanto si possa pensare, poiché lascia da parte i richiami alla musica contemporanea, virando deciso verso sentieri più audaci. Un album meno sfaccettato di “Surrender” che, forse, paga la mancanza di singoli di grande impatto, ma è ugualmente capace di fare centro.

L’impressione è che il duo, tra campioni e campionatori, abbia ormai coperto l’intero arco delle formule elettroniche partorite durante il decennio scorso, sia sul versante popolare che su quello propriamente underground. È proprio in questa singolare tensione tra due modi di intendere la fruizione della musica dance – riflettendo a pieno il duplice scopo cioè radunare le folle nei club e consentire a ognuno di noi di mettere a dura prova le mura casalinghe – o in questa ambiguità irrisolta, che gli odierni Chemical Brothers hanno finito per esser snobbati dai puristi più intransigenti e dai critici meno inclini al cambiamento continuo, più legati ai loro primi lavori. L’apertura di “Come With Us” spetta alla title-track: un prepotente invito a seguire i Chemical Brothers, sull’onda di archi sintetici e una profonda voce, presa in prestito da The Evidence firmata The Evidence, che precedono l’urto usuale del drumbeat miscelato a riverberi psichedelici.

Il vero marchio di fabbrica della ditta è scovare sample assurdi, come i due utilizzati qui come hook, cioè Voile D’Orphée I (Version Intégrale) di Pierre Henry e Life Is Funky dei The Round Robin Monopoly. Non c’è niente di meglio per far sì che l’ascoltatore si sintonizzi sulle giuste frequenze. Uno degli episodi più riusciti del disco è il primo singolo, It Began In Afrika, dal martellante battito tribale, ritmato dalla voce di Jim Ingram, contenuta tra i solchi di Drumbeat, che non passa inosservato. I Chemical Brothers hanno incorporato anche il cut-up tra I Believe In Miracles delle Jackson Sisters e Cross The Tracks di Maceo & The Macks, remixato da Norman Cook, alias Fatboy Slim. Il mix di ‘autentico’ e ‘sintetico’ è una delle cifre stilistiche più riconoscibili del duo, che non ha mai disdegnato fugaci flirt persino con sonorità e atmosfere rock. Con Galaxy Bounce è la house dal basso elettro-funk a essere riportata in auge.

Un brano ottimo per incendiare l’aria in affollate piste da ballo, lanciando nella mischia le percussioni di Got Your Money di Ol’ Dirty Bastard e Kelis e gli effetti sonori di Beats & Pieces dei Coldcut. Le prime tre tracce, pur con stili ritmici leggermente diversi, rispondono alla medesima logica: alla base giace l’immancabile e implacabile big beat su cui si innestano, con disinvoltura, techno, acid house e funk. Un trittico che si rivela, presto, strategico trampolino di lancio per Star Guitar. Un capolavoro fondato sul riff di Starman di David Bowie e l’hook di Flight To Venus di Electronic System. E fortissima è l’interdipendenza che sussiste tra il brano e il suo videoclip: il filmato in soggettiva di un viaggiatore che scruta il panorama dai finestrini di un treno in movimento è montato in maniera tale da sublimare la struttura del pezzo, articolata sull’alternanza di due frasi di tastiera in otto battute e arricchita da inserti strumentali in taglio e in fade.

La stessa base ritmica, anticipata e raddoppiata con battuta di rullante, è presente sia nell’introduzione che dopo il break, evocando il tipico rumore prodotto dall’urto delle ruote sui binari. L’apparente freddezza del secondo singolo estratto da “Come With Us”, che gode comunque di proporzioni interne ben calibrate, è compensata da una tessitura ritmica assai elaborata, sicuramente celebrale, seppur indubbiamente ballabile. E, mentre Star Guitar ammalia sin da subito, i beat psichedelici di Hoops tolgono il respiro, in odor di Natural Disaster di Fischerspooner. Il frammento vocale è stato estratto da Round Again della band The Association contribuisce a dar luogo a una specie di ‘mantra’ orientaleggiante. Dopodiché, un loop dal retrogusto cinematografico e alcune ossessive percussioni puntellate da sintetizzatori analogici: My Elastic Eye si fonda, invece, su un motivo che riecheggia un certo sound da anni Settanta.

Non a caso, i suoi multipli elementi derivano da Tic Tac Nocturne di Bernard Estardy. Implacabili. Sul fronte della costruzione dei brani, “Come With Us” appare in linea con i precedenti lavori dei Chemical Brothers: a un inizio fulminante segue un cadenzato calo di velocità per giungere a una parte centrale ricca di melodia o di atmosfere evocative. La gradevole The State We’re In interrompe, però, la sequenza energetica. La voce di Beth Orton, già apparsa in “Dig Your Own Hole” (1997), è trascinante. Un momento di relax prima del delirio di Denmark, solare e ritmata. Sulla stessa linea d’onda Pioneer Skies, che si snoda su una elaborata trama, a partire da un arpeggio di clavicembalo che, avvitandosi su sé stesso, rievocando, nuovamente, la bizzarria del rock progressive tipica degli anni Settanta, derivante da Pyjamarama dei Roxy Music, supportata dalle percussioni estratte da Yellow Train dei Resonance.

In chiusura, The Test, dal videoclip tra bianche balene e rosse meduse, fa ripiombando di colpo l’ascoltatore tra spiagge da favola e caotiche discoteche. All’interno del brano, terzo e ultimo singolo estratto dall’album, il redivivo e ormai maturo Richard Ashcroft si destreggia egregiamente all’interno di un giardino di suoni e colori vivaci, con annesse sfumature rock. La mirabile voglia di sperimentare e stupire certo non manca, soprattutto se la traccia rielabora Pielgrzym di Czesław Niemen. In conclusione, Ed Simons e Tom Rowlands proseguono la loro trasformazione da dj a produttori di grido, a galla in un mare magnum di release e, soprattutto, nell’invidiabile posizione di essere allo stesso tempo act di rilievo mondiale e fenomeno di culto per una generazione, innamoratasi di “Exit Planet Dust” (1995). “Come With Us” resta, suo malgrado, un disco assolutamente da non perdere. Sottovalutato. Fino in fondo.

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