The Braen’s Machine – Underground

The Braen's Machine ‎– 'Underground' (2014)

Uno dei tanti misteri che per decenni ha tormentato gli appassionati del prog tricolore ha preso forma in uno studio di registrazione distante circa quindici minuti a piedi dai vicini studi Rai di via Teulada. È il celebre Sound Work Shop di Piero Umiliani, un ambiente di ottantadue metri quadrati adattato per registrazioni multitraccia ed equipaggiato di strumenti di ogni sorta, tra cui alcuni tecnologicamente pionieristici per almeno un ventennio, più quelli etnici, collezionati dal compositore fiorentino non senza qualche grattacapo durante i suoi viaggi in giro per il mondo.

Il Sound Work Shop è l’officina dove poter suonare a oltranza senza essere disturbato e il ritrovo per amici e collaboratori, convocati per prestare servizio in sonorizzazioni di ogni sorta, destinate a infoltire i cataloghi delle etichette Liuto Records, Omicron e SWS, od ospitati per proprie sessioni di registrazione. Una di queste si svolge nell’arco di un paio di giorni e, probabilmente, coinvolge alcuni dei migliori musicisti dell’epoca, cioè Antonello Vannucchi alla tastiere, Maurizio Majorana al basso, Gegè Munari alla batteria e, soprattutto, Alessandro Alessandroni alla chitarra.

L’uomo ‘arghilofono’, insieme a Rino De Filippi, sono gli autori di uno dei dischi più ambiti dai collezionisti all’interno della nicchia library, vale a dire “Underground” (1971), coincidente con il lancio del progetto The Braen’s Machine. Al di là della bellezza dei suoi nove brani, trasversalmente amati ogni latitudine e longitudine, l’alone di mistero che ha circondato album, ristampato dalla milanese Schema (2014), è stato motivato dall’incapacità di risalire ai suoi effettivi ideatori. I crediti della prima stampa su Liuto Records riportavano, infatti, due soli nomignoli, Braen e Gisteri.

Identità a cui non era facile risalire in tempi pre-informatici, laddove la catalogazione on-line di qualsiasi release era più che un’utopia. Le maggiori possibilità odierne di scriverne storie coincidono anche con il ricollegarne alias ad artisti in carne e ossa. Alessandro Alessandroni si firmava Braen, mentre Rino De Filippi, e non Piero Umiliani come erroneamente ritenuto da molti, era solito ricorrere al monicker Gisteri. Nonostante ciò, non è da escludere a priori un qualche intervento di mr. Mah-Nà Mah-Nà, produttore dell’opera stessa, durante la sua creazione.

L’assenza di simili informazioni non ha, però, minato le varie critiche positive nei confronti di “Underground” che, a fronte di una diffusione di un centinaio di copie, è stato eletto tra i migliori lavori italiani degli anni Settanta. La grande capacità compositiva di Gisteri e le chitarre distorte di Braen hanno fatto sì che il loro album si collocasse a metà strada tra jazz e rock, prima del boom della scena kraut e della sua stessa influenza su una nuova generazione di musicisti. Non a caso, a prescindere dall’iconica copertina, “Underground” è stato definito un di quei c.d. album “all killer, no filler”.

Il lato A parte a rotta di collo con Flying. Un’apertura breve, ma affossante. Il ritmo è già alto. Da una parte l’organo Hammond, dall’altra la chitarra. Una formula convincente destinata a essere riprodotta ciclicamente all’interno del primo lavoro a nome The Braen’s Machine. Alla psichedelica Imphormal segue, poi, l’inesorabile Murder, un mancato tema per qualche giallo-thriller all’italiana, basato sul connubio tra basso ipnotico e pianoforte preparato. Quasi meccanico l’incedere della successiva Gap. Bizzarra, invece, la marcetta Militar Police, con vibraslap e chitarra sullo sfondo.

Il lato B concede un attimo di tregua con il jazz di New Experiences. Il ritorno delle ossessioni rock si concreta con l’intensa Fall Out. Anche Obstinacy segue il ritmo sincopato del precedente brano precedente. Chitarre e tastiere sono il cuore pulsante di “Underground”. La conclusione dell’album è affidata agli assoli da brividi inclusi in Description. Le librerie musicali sono, spesso, considerate opere realizzate con la mano sinistra da musicisti di differente estrazione ma, anche in questa circostanza, quelle di Braen e Gisteri non hanno da invidiare alle stesse dei padri del prog.

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