The Analogue Blacksmith

Luca Ballerini

Luca Ballerini è un giovane di belle speranze, figlio della solita Italia conservatrice e, forse, pronto a scappare di casa per esprimersi al meglio. Non solo collezionista di dischi, ma dj in rampa di lancio. Non solo accumulatore seriale di strumenti musicali, ma produttore dalla mente aperta. Insomma, un ‘animale da studio’ poiché, per lui, la musica non è affatto un hobby, ma un lavoro a tempo pieno, che consiste nel trascorrere ore a contatto con i suddetti macchinari e, soprattutto, con altri musicisti, prima di potersi ritagliare un piccolo spazio da dedicare alle proprie idee.

La sua carriera ‘ufficiale’ ha avuto inizio poco meno di tre anni fa, registrando una traccia per la prima uscita dell’etichetta Siena, intitolata “Sampler 001″ (2010), in compagnia di quelle a cura di Kid Culture, Torquhil Anderson e Marco D’Aquino. Lo scorso anno, poi, la significativa collaborazione con il napoletano Rio Padice per “Never Mess La Cricca” (2012) su Wax Jam, un’ulteriore occasione per mettersi in mostra e, in questi giorni, la pubblicazione del suo terzo e gioioso 12”, “Mushroom Samba” (2013), stavolta in coppia con Kay Sand, distribuito per conto della prestigiosa Clone Records.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

Il mio rapporto con la musica è iniziato presto, a casa ne ho sempre ascoltato molta fin da piccolo, poi la cosa si è evoluta negli anni,, in diverse forme e situazioni: dall’ascolto di dischi, allo studio di uno strumento, alla frequentazione dei club, al lavoro in altri spazi e così via. Ho pensato di voler far con più costanza musica intorno ai diciotto anni.

Hai un pugno di dischi che ritieni davvero indispensabili da ascoltare?

Il necessario è un che del tutto soggettivo e, personalmente ,ce ne sarebbero troppi da citare. Tre album a cui sono legato, e per motivi diversi, sono “Money Jungle” (1963) di Duke Ellington, Charlie Mingus e Max Roach, “Magical Mystery Tour” (1967) dei Beatles e “Parallel Dimensions” (2000) di Theo Parrish. L’album preferito dello scorso anno è stato “Fetch” (2012) del Moritz Von Oswald Trio. Tra i singoli, invece, suggerisco “Galaxy 2 Galaxy” (1993) dei Galaxy 2 Galaxy, “Solitary Flight” (2002) di Theo Parrish e “Cardiology (Isolée Mix)” (2004) di Recloose.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato in passato?

La prima musica che ho assimilato è quella che ascoltavo in casa e di cui mio padre era appassionato, quindi, partendo dalla musica cantautorale italiana artisti come Fabrizio De André, Piero Ciampi, Francesco De Gregori, Franco Battiato mi hanno influenzato, al pari dei grandi artefici del rock britannico, cioè Beatles, Rolling Stones, The Who, i Kinks e un gruppo come i The Jam con Paul Weller, Rick Buckler e Bruce Foxton.

Dopodiché, ho conosciuto il jazz ed è stata una scoperta importante per il mio percorso musicale e fonte d’ispirazione. Sono stato travolto dalle opere di Duke Ellington e Miles Davis. Amo, naturalmente, la musica elettronica e sono stati tanti gli artisti importanti per la formazione, è il caso di Derrick May, Underground Resistance, Carl Craig, Moodymann, Theo Parrish, il duo Basic Channel e tutti i suoi progetti connessi.

Esprimermi su quale di questi artisti e generi mi abbia maggiormente influenzato sarebbe difficile. In riferimento alle produzioni che ho rilasciato finora, è chiaro che gli ultimi citati abbiano giocato un ruolo più importante rispetto agli altri, trattandosi di musica elettronica. Nonostante ciò, credo che le influenze durante il percorso musicale di una persona siano qualcosa che vada al di là del genere in sé e, tra l’altro, non è mia intenzione dedicarmi esclusivamente alla musica elettronica.

Che cosa pensi, invece, dei Kraftwerk?

Sono sempre riusciti ad abbinare al loro suono una componente estetica davvero impeccabile ed essendo stati dei pionieri, degli innovatori hanno continuato negli anni ad influenzare generazioni di artisti e hanno contribuito alla nascita di nuovi generi. Una circostanza che si verifica sempre nell’arte del resto. Un analogo ruolo è stato rivestito da altri artisti in passato, ad esempio, da Johann Sebastian Bach in epoca barocca, da Wolfgang Amadeus Mozart per la classica, da Duke Ellington, Louis Armstrong, Charlie Parker e Miles Davis per il jazz e via dicendo.

Sei, in qualche modo, ‘dipendente’ dalla musica?

È la mia passione, m’impegna gran parte della giornata, ne sono veramente dipendente. Acquisto sempre musica. Attuale e non, senza alcuna distinzione. Quando mi piace un disco lo compro. Sono alla ricerca di nuovi suoni e ispirazioni.

In settimana è stato pubblicato il tuo nuovo 12”, “Mushroom Samba” (2012), nuovamente su Wax Jam e, dopo la proficua collaborazione con Rio Padice per “Never Mess La Cricca” (2012), stavolta sei in coppia con Francesco Sperotto, meglio noto come Kay Sand. Che cosa hai imparato da queste esperienze?

Con Rio Padice e Kaysand ci vuole tanta pazienza! Ho imparato molto, come del resto è normale quando si collabora con persone che stimi, c’è uno scambio di idee e pareri che ti spinge a metterti in discussione e ciò ti fa maturare. Con entrambi, poi, non è stata una semplice collaborazione, in quanto prima di lavorare alle tracce eravamo già amici, perciò è stata anche un’esperienza divertente. Mi piacerebbe collaborare con tanti artisti. Nei prossimi mesi affiancherò il mio amico RILLS, su questo non c’è dubbio.

Hai altri progetti in divenire o in uscita?

Presto lancerò un’altra label, dove rilascerò solo miei lavori: l’idea, per ora, è quella di rilasciare dei singoli con due tracce originali più un remix. La piattaforma sarà, dunque, un qualcosa un po’ più personale della Wax Jam e si chiamerà Musical Metaphor. Al momento, sono già pronte le prime due release, ho ultimato il mixing e il mastering delle tracce. Nella prima release, Alex Picone remixerà una mia traccia, mentre nella seconda tornerà ancora all’opera il buon vecchio Rio Padice.

Naturalmente, ringrazio entrambi per il lavoro svolto e spero che un simile progetto piaccia agli ascoltatori. Inoltre, sono alle prese anche con due esperimenti orientati più sull’aspetto live: uno è in programma col mio caro amico Nicola Dalpe e si chiamerà Fucina 045, l’altro è ancora in fase embrionale e annovererà, invece, la presenza di musicisti diversi e sarà più jazz con contaminazioni elettroniche.

Trascorri le tue giornate in studio. Hai mai pensato di candidarti per la realizzazione di una vera e propria soundtrack?

Non c’ho mai pensato, anche se amo molto il cinema e poi lavorare in uno studio presenta due aspetti da tenere in considerazione. Da una parte, ti offre la possibilità di stare a contatto con musicisti, artisti, conoscere persone che hanno la tua stessa passione, avere uno scambio di idee e imparare molte cose; dall’altra parte, però, può anche diventare un cancro, nel senso che ti asciuga, ti assorbe tanta energia e, quindi, anche tempo da poter dedicare ai propri progetti. Dopo dieci ore in studio, per quanto voglia possa esserci di restare ancora lì, può diventare poco proficuo farlo. È anche per questo che trasferirò parte dello studio in uno spazio più vicino a casa.

Quali ‘tesori’ nascondi lì?

Il mio studio si trasferirà nel piano sottostante del negozio di dischi di Verona, Le Disque Record Store che, per la precisione, è a due passi dalla mia abitazione. Nutro grande stima nei confronti dei proprietari e abbiamo discusso di questo trasferimento. Una parte della strumentazione che utilizzo per comporre fa affidamento su un pianoforte verticale, Roland TR-909, Roland-TR 808, Roland TR-707, Roland-TR 606, Roland TR-303, Akai MPC 2000XL, Akai MPC 1000, Roland Juno-106, Sequencial Circuits Prophet 600, Sequencial Circuits Pro One, Korg Poly-800, Moog Prodigy, Yamaha DX7, Clavia Nord Modular, diversi effetti esterni analogici e non, un Fender Rhodes Mark 1, purtroppo non di mia proprietà, più svariati tape recorder e un computer.

In che modo vivere a Verona ha influenzato la tua visione musicale?

Verona non ha mai influenzato la mia visione artistica. Sono molto legato alla mia città, poche altre possono esserle paragonate a livello estetico ma, musicalmente, non è interessante e viva. Al contrario, però, molte persone che ho avuto la fortuna di conoscere qui hanno avuto un forte ascendente musicale su di me. È il caso di Tiziano Zattera e Roberto Arduini con i quali sono impegnato in studio. Le mie idee nascono dal semplice ascoltatore: presto sempre molta attenzione all’ascolto della musica che m’ispira e, poi, cerco di concentrarmi sul presente senza trascurare il passato. Credo che siano due caratteristiche assai importanti. Il resto è tutto un ‘gioco’.

Quale è, invece, il tuo rapporto nei confronti del digitale?

Il mio rapporto con il digitale, inteso come musica liquida, è scarso: non sono contrario, ha i suoi lati positivi, anche se il suo metodo di ‘gestione’ ne ha creati molti di negativi, dal crollo dell’industria del fisico alla qualità del prodotto presente sul mercato. Da collezionista di vinili, poi, sono chiaramente un po’ di parte. Il vinile esprime l’essenza della musica ed è qualcosa che riesce ad andare oltre l’aspetto meramente sensoriale dell’udito: puoi toccarlo, ha un suo odore, occupa un preciso spazio e poterci avere un rapporto fisico, un contatto, è qualcosa di davvero impagabile.

Lo stesso vale anche un po’ per l’analogico, non sono contrario al digitale, anzi, in tutta onestà, lo uso per far ottenere determinati elementi ed è utile. Ognuno può fare musica come preferisce e con ciò che ha a disposizione: l’importante è il prodotto finale, perché si può avere il migliore studio del mondo ma, se l’idea iniziale è mediocre, nulla potrà cambiarla. Dopodiché, sul fronte della componente suono, il discorso si dilungherebbe troppo e, anche in questo caso, ritenere che un prodotto realizzato in via analogica suoni meglio non è una legge categoria, tutto dipende da come si utilizzano i macchinari.

Mi piace adottarli per una certa mia ‘attitudine’ compositiva: ho la necessità di toccare qualcosa di materiale e anche di muovermi all’interno dello studio, piuttosto che star seduto davanti uno schermo a muovere il puntatore del mouse, qualcosa che trovo tanto noioso quanto stressante. Preferisco far musica con le mani, più che con gli occhi. Saper di avere dei limiti, anche con le macchine a disposizione, credo aiuti a tirar fuori il meglio, a focalizzarsi su ciò che si vuole, senza inutili distrazioni. Per quanto riguarda la digitalizzazione nel suo complesso vivo, invece, positive sensazioni giornaliere.

Internet concede a ognuno di noi una miriade di possibilità che prima erano impossibili. Viviamo in un’epoca straordinaria, possiamo informarci tramite differenti canali e farci una cultura utilizzando il web. È chiaro che può diventare un problema quando se ne fa un abuso, un po’ come tutte le cose: si corre il rischio di perdere il contatto con il mondo reale che, di sicuro, non coincide con l’essere connessi a un social network tutto il giorno. Non ho nulla in contrario, per carità, ma non fa per me, preferisco guardare in faccia le persone con cui parlo, andare al bar, bermi un tè caldo e fumare una sigaretta.

Quale evoluzione compirà il mercato e, nello specifico, la musica elettronica?

Il modo in cui l’industria musicale lavora è cambiato negli ultimi dieci anni. Non penso che si verificherà lo stesso nei prossimi dieci, poiché il digitale prenderà quota, ma non per questo il mercato del vinile ne risentirà. Sono realtà che si distaccheranno. Ormai, il calo delle vendite del vinile, e nel fisico in generale, si è stabilizzato. Se rivolgiamo lo sguardo alle statistiche, ci confrontiamo con numeri irrisori in termini di vendite. Se paragonate a quelle dei decenni scorsi, c’è stato un miglioramento. Il vinile ha la pelle dura, è stato in grado di sopravvivere a tutte le evoluzioni dei supporti, quindi, continuerà a farlo anche in futuro. Nel mio piccolo, cerco di supportarlo sempre.

Dove ti vedi tra dieci anni?

Cerco di galleggiare al meglio nel mio presente ed è una bella impresa.

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