Synthesizers Have Souls

Benjamin Brunn

Benjamin Brunn ha parecchi aneddoti da raccontare e lo fa con un’assoluta semplicità, ricordando curiosi dettagli e non lasciando mai nulla al caso. Abile pianista da bambino, ex studente di Ingegneria Civile durante i febbrili anni Novanta, sempre con il pallino di fare in qualche modo musica, l’artista di Chemnitz ha maturato un vero e proprio rapporto simbiotico con le apparecchiature del suo studio. Il ritratto che emerge dall’intervista è quello di un mancato pilota che, nonostante lo sperimentare mezzi dotati di ali, è in grado di far volare l’ascoltatore tra nuvole di diversi generi, con una certa dose di eleganza nelle movenze, e spiegazioni ad hoc per ognuna delle sue scelte.

Com’è iniziato il tuo legame con la musica? Ricordi un episodio in particolare?

La mia relazione con la musica ha avuto inizio nel 1984, quando i miei genitori mi forzarono a prender lezioni di piano. Tuttavia, la mia maestra era giovane e carina e mi lasciò suonare canzoni pop con l’aiuto degli spartiti che mia nonna comprò nella Germania Ovest. Non ero molto bravo a suonare il pianoforte, ma ero diligente e, invece delle classiche suonate, imparai a suonare canzoni brani di Rick Astley, Milli Vanilli e altri esponenti del pop di quel periodo, assai popolari tra i miei compagni di scuola che, costantemente, mi seguivano nelle gare di categoria.

Mi divertivo molto, ma il mio atteggiamento nei confronti della musica cambiò nel 1996, quando scoprii l’house in un club vicino casa. Il mio desiderio era fare mia quel tipo di sound. Andavo a ballare ogni sabato, mi piaceva ballare in modo anonimo, nascondendomi nella nebbia, tra mucchi di persone. Non volevo fare il dj, volevo essere il produttore di quella musica. Mi ricordo quando lo dissi a un amica. Lei mi guardò sprezzante e penso che ciò mi dette un impulso maggiore.

Hai uno o più dischi che consideri necessari da avere?

Ognuno di noi può trovare il disco o la traccia che più in assoluto fa al caso suo. Credo che l’importanza non sia insita in un certo disco o artista, semmai in una certa situazione, dove è possibile sperimentare un ascolto condiviso con altre persone. Ha a che fare con le coincidenze, l’umore giusto, la giusta illuminazione, persino il cibo e il bere giusti. Far ascoltare musica a qualcuno è come presentare una donna a un uomo. Nella maggioranza dei casi, non va a finire bene! Ci sono, ad esempio, tracce che vorrei far ascoltare a qualcuno che non sappia nulla di musica. Gli consiglierei, probabilmente, sonorità ambient, magari un album come “Morphogenetic Fields” (1994) di Atom Heart.

Quali artisti provenienti ti hanno influenzato in passato?

All’inizio sono stato sicuramente influenzato dall’house e dalla techno di Chicago e di Detroit, che scoprii al locale VOX di Chemnitz. Nonostante ciò, non conoscevo né i nomi degli artisti né quelli delle tracce e, forse, non ero neppure interessato a scoprirli. Volevo soltanto realizzare la mia musica. Ed era abbastanza per me andare lì il sabato e trascorrere la settimana seguente appagato dai fantastici ricordi dei suoni ascoltati.

Più tardi iniziai a comprare dischi e fui influenzato da quelli di Jan Jelinek, Move D, Frank Bretschneider, The Black Dog, Thomas Fehlmann e altri artisti simili. Da allora a oggi, non è cambiato molto il gusto musicale, perché mi piace molto l’ambient e potrei viaggiare comodamente su una navicella con destinazione Marte, o ancora più lontano, ascoltando brani di Pete Namlook, Tetsu Inoue, Brian Eno o Aphex Twin.

Ciò sarebbe un vero sballo per me, specie se fosse presente a bordo anche un sintetizzatore Clavia Nord Modular! Scherzi a parte, ci sono artisti che appaiono e scompaiono dalle scene, ma quelli che dimostrano una maggiore costanza finiscono per costituire una maggiore fonte d’ispirazione per me. Alcuni riescono a proporre con successo il loro stile, altri lo reinventano di continuo. Sono aspetti molto affascinanti.

Sei nato in Germania e ti dedichi alla musica elettronica. Insomma, avrai un minimo debito nei confronti di un gruppo come i Kraftwerk, no?

Ci sono alcune loro tracce che mi piacciono molto, non sono legato a un album in particolare. Forse, su tutti, apprezzo maggiormente “Ralf and Florian” (1973), che è molto singolare. I Kraftwerk hanno ispirato intere generazioni di musicisti, perché hanno rappresentato il futuro della musica e hanno scritto canzoni assai intriganti.

Gli artisti del catalogo Raster-Noton, invece, non m’ispirano come loro, sono l’esempio opposto. Il tipo di musica proposto da quell’etichetta non lo trovo invitante, ma sono attratto, invece, dall’intero concept, che mi appare futuristico. I Kraftwerk suonano alla grande le loro tracce durante le performance in giro per il mondo e, addirittura, queste appaiono quasi più tecnologiche rispetto al passato.

Il loro più recente lavoro, però, sembra essere meno ‘avanzato’ se paragonato alle prospettive della musica di oggi, ben diversa da quella degli anni Settanta. In questo senso, un gruppo del genere rappresenta davvero la finitezza dell’essere umano in contrasto con un comportamento robotico. Il vero sollievo è, però, pensare subito dopo che, tutto sommato, i Kraftwerk sono anche esseri umani.

Sei abbastanza ‘dipendente’ dalla musica. Quanto ti dedichi alla sua ricerca?

La mia vita senza la musica sarebbe come camminare nella foresta e osservare tutto in bianco e nero. E non ho bisogno di musica realizzata da vari artisti per essere felice. Posso trascorrere molto tempo nel perfezionare la mia e non ascoltare gli esempi altrui. Sono affascinato da tutto ciò di cui non so come è stato fatto. Mi piacerebbe essere in grado di fare qualsiasi cosa da solo: dall’art painting al progettare un mio sintetizzatore, scrivere un romanzo o disegnare biciclette. E mi piacerebbe diventare un pilota.

Purtroppo, il mio occhio sinistro non è al massimo e vengono reclutati ragazzi assolutamente sani, perciò non mi è possibile entrare nell’aviazione. La vita è troppo breve per non poter fare tutto questo, il che è abbastanza spiacevole. Mi piacerebbe fare davvero un sacco di cose. In buona sostanza, sono consapevole di essere più interessato alla musica vecchia, mi piace capire com’è stata realizzata gran parte dell’elettronica scorsa, prima che tutti questi moderni dispositivi di registrazione saltassero fuori, specie in un periodo storico in cui non era facile lavorare con macchine a nastro.

Hai iniziato a confezionare tracce all’incirca quindici anni fa e “Auf – Fahrstuhlmusik” (1999) e “Fahrstuhlmusik” (1999) sono stati i primi due esperimenti che hai fatto su cd. Chi era il giovane produttore di nome Benjamin Brunn?

Ero uno studente di Ingegneria Civile. Eppure è stato facile per me riempire il mio tempo libero con la musica. Mi resi conto presto che ‘mangiare un elefante a piccoli pezzi’ è la cosa da fare e, così facendo, mangiare due elefanti non è poi una così grande differenza.

I successivi lavori sono stati “König Und Drache” (2004) e “Music Under Pin” (2005). Ora fai un respiro profondo e pensa a quei giorni. Quanto hai lavorato su questi album al fine di renderli più complessi dei lavori precedenti?

A quel tempo, ancora impiegavo vere e proprie ere geologiche prima di completare una traccia. Trascorrevo giorni a cercare di ottenere il giusto mix di elementi, per avere tutte le parti bilanciate e raggiungere una certa soddisfazione personale. Ascoltavo ogni brano un centinaio di volte per regolare i livelli e poi lo dichiaravo concluso l’esperimento. Se lo riascolto oggi, lo trovo terribilmente brutto. Eppure ciò mi ha aiutato a sviluppare un senso dell’ascolto più profondo e a capire ciò che volevo davvero.

Il successivo passo è stato realizzare qualcosa con Move D. “Song From The Beehive” (2008) è stato un album tra ambient e minimal con una suprema copertina, realizzata da Stefan Marx, che può essere utilizzata anche per test psicologici! Che cosa hai imparato da questa esperienza con David Moufang?

Ho imparato che è possibile realizzare un ottimo album collaborando soltanto in un paio di giorni e senza la necessità di dirsi una parola.

I brani di “Dust EP” (2011) e “Time Neonlight” (2011), entrambi su Ashes, sono stati pubblicati in 10”. Hai usato un approccio diverso al fine di rilasciare musica destinata a un formato più piccolo?

A volte non si possono influenzare certe cose. È successo tutto in fretta, senza pianificazione. Se ricordo bene, è stata un’idea del proprietario dell’etichetta.

L’anno scorso hai rilasciato il magniloquente “Colour Tracks” (2012) e il fresco“A Sun Life” (2012) su Third Ear Recordings. Qual è la differenza tra questi lavori?

“Colour Tracks” (2012) è una raccolta di brani che ho realizzato nel corso di quindici anni e che è stata disprezzata dalle etichette da me scelte. Per questo motivo, tenendo a mente tale prospettiva, “Colour Tracks” è, forse, musica scadente. Insomma, di “Colour Tracks” finisce per essere più importante la copertina, che non c’era prima, e avrebbe potuto essere facilmente pubblicata senza anche senza la musica. Probabilmente, era meglio stampare musica su un picture disc. La mia domanda è: quante persone, che lo possiedono, in realtà lo ascoltano o lo hanno mai suonato?

Tutti i brani sono disponibili su YouTube, la maggior parte dei quali ha totalizzato meno di cento click in un arco di tempo pari a sette mesi. Ciò significa che è non musica per le masse, che non è affatto gradita. Un disco come “A Sun Life” (2012), invece, lo stavo inseguendo. Volevo disperatamente realizzare un album solista. Ci sono voluti circa due anni, l’invio di più tracce all’etichetta e una successiva revisione delle stesse. Il suono è, in realtà, altrettanto scadente, perché l’ingegnere del suono ha avuto un sacco di problemi a sistemarlo bene per la stampa in vinile.

Vivere nell’ex Germania Est ha influito sulla tua visione musicale?

Credo che, tra tutti i fattori che incidono sulla musica, il posto è meno importante delle persone che sono o meno intorno a noi. Dopodiché, sono importanti la temperatura, l’umidità, l’altitudine e quanto silenzioso o rumoroso sia quell’ambiente. Se vivo in una città dove un sacco di persone mangiano salsicce, ciò non significa che sarò influenzato in tal senso e neppure nel modo in cui ascolterò o produrrò musica.

Qual è, dunque, la tua ambizione?

Quando ho iniziato a registrare la mia musica, tutto era una pura curiosità per raggiungere una qualche forma di felicità. Ed è ancora così. Se Internet venisse meno, o scomparissero addirittura i supporti fisici, mi piacerebbe continuare a fare musica lo stesso, perché ciò è una parte di me. Non inseguo neppure recensioni positive. Nonostante ciò, dopo aver pubblicato qualcosa, resto lo stesso in attesa di commenti. È, in fondo, un atteggiamento naturale, proprio di tutti coloro che lavorano a stretto contatto con la musica. Qualche feedback fa sempre piacere, no? Di sicuro, il denaro può essere guadagnato più facilmente con altre attività.

Durante la tua carriera, hai remixato pche tracce altrui e, allo stesso tempo, soltanto Ada ha remixato un tuo brano, My Heart. Affatto una coincidenza, no?

Non ho tanta voglia di remixare la musica di altri artisti. Eppure mi sono abbastanza divertito nell’arrangiare i pochi remix che ho realizzato. Sono contento del lavoro che ha fatto Ada ma, in generale, finisco per essere un po’ diffidente quando si tratta di affidare i miei brani a terzi, perché potrebbe non piacermi del tutto il risultato finale.

In che modo ti relazioni, invece, alle etichette? Hai spesso inviato loro demo?

Il rapporto con una label è frutto anche di interazioni o coincidenze. Solo gli artisti rinomati possono permettersi il lusso di scegliere chi rilascerà i loro lavori.

Quale è la tua attrezzatura da studio?

A parte il Clavia Nord Modular, Roland TR-707 e Roland TR-626, ho due sintetizzatori analogici, che sono un Dave Smith Prophet ’08 e un Roland JX-3P. Mi sono davvero innamorato di quest’ultimo, che ho comprato da poco e con cui ho già lavorato molto. Non molto tempo fa avevo pensato di vendere il Dave Smith Prophet 08, perché non mi sembrava di ottenere niente di buono da quell’apparecchio. Eppure, una volta pronto a sbarazzarmene, ho intensificato il mio rapporto con questo sintetizzatore e ne sono stato ricompensato. In effetti, non c’è da granché scherzare quando produttori e collezionisti affermano che i sintetizzatori hanno un’anima e sono come esseri umani.

Esigono attenzione, vogliono essere toccati e, se questo non accade, si rompono, muoiono. Ecco perché, disponendone di molti, diventa un lavoro duro. Motivo per cui ne ho solo alcuni. I dispositivo esterno sono il mio mixer Toft ATB-16, un convertitore RME AD/DA e le Alesis Monitor One, il primo modello di casse, che ho comprato nel 1996. Nonostante ciò, fare ricorso all’analogico o al digitale non è importante, conta il risultato. Stesso discorso per le performance perché, magari, il digitale può aiutare l’artista a raggiungere il suo scopo. Esibirsi con i sintetizzatori, di sicuro, rappresenta però il meglio per un performer dal vivo, che può fare a meno di computer.

Il pubblico vuole vedere anche qualcosa di interessante e i portatili non sono poi così vari e interessanti, soprattutto perché tutti sono al corrente anche di qual è il software migliore da utilizzare. Al momento, mi piace assistere a questo rinnovato e, soprattutto, crescente interesse per i sintetizzatori analogici, dopo che un paio di anni fa sembravano aver perso la battaglia contro i loro emulatori digitali. Tutte queste piccole scatole, così come i più grandi sintetizzatori, tendono a essere prodotti di nuovo dalle industrie e, improvvisamente, saltano fuori la Korg MS-20 Mini e altre diavolerie, che dimostrano che, alla fine, trionfa la mia verità. Mi sento di predire una futura reintroduzione sul mercato dei Technics SL-1210 MK2 da adesso ai prossimi venti anni.

Quali sono i tuoi programmi per il futuro?

Sono alle prese con una collaborazione che potrebbe allargare i miei orizzonti musicali.

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