Suso Sáiz – Rainworks

Suso Sáiz – 'Rainworks' (2017)

“Odisea” (2016) l’occasione per riscoprire l’opera di uno dei pionieri della new age. “Rainworks” (2017) un nuovo passo avanti dopo quasi una decade di silenzio. Il grande ritorno del compositore e chitarrista Suso Sáiz è in scia a una coppia di release su Music From Memory, in linea con le visioni dell’etichetta olandese, orientata su ambient, downtempo e relative contaminazioni. Alta la qualità di entrambe. Prima la compilation retrospettiva, poi un album evocativo, nuovo di zecca, composto all’inizio del 2016 e concepito, inizialmente, come mero insieme di brani da destinare a una società idrica delle Isole Canarie, Hidraulica. Un lavoro su commissione suggerito o stimolato dalla visione di un documentario sull’acqua, l’elemento centrale di “Rainworks”.

La creatività di Suso Sáiz era stata innescata da un’insolita meditazione sul ciclo delle molecole di H₂O, destinate a cambiare il loro stato, da liquido a gassoso, e in grado di viaggiare dalla terra al cielo. Ne deriva una domanda a cui è arduo trovare risposta: le stesse molecole potrebbero conservare al loro interno una qualche testimonianza della storia del pianeta e dell’uomo stesso? Dalla metafisica alla musica, la suggestione dell’artista spagnolo è stata tradotta in note con il contributo di suo figlio, Emilio Sáiz, e del pianista Raph Killhertz. Le tracce originali sono state rielaborate per un progetto più organico, se non intimo, tanto moderno quanto minimale. I suoni della natura e quelli artificiali, non importa se acustici o digitali, divengono un tutt’uno mistico.

Un collage sonoro in cui i diversi field recording atmosferici assumono un’importanza strategica. Ognuno dei sei brani ne incorpora un frammento più o meno lungo che, talvolta, agisce come autentico perno della composizione. Un pianoforte amplificato e manipolato, la chitarra e l’arpa sono state, invece, utili per generare vari effetti ipnotici e catturare l’attenzione dell’ascoltatore. A scanso di improvvisazioni di qualsiasi sorta, l’intensità acustica di “Rainworks” deriva, infatti, dall’aver sfruttato al meglio i timbri di ogni strumento impiegato. Il lato A è aperto dalla monumentale suite From Memory And The Sky (El Cielo Y La Memoria): venti minuti divisi in due tranche, in discontinuità con la pioggia che cade al suolo, accompagnata anche da un tuono.

Alla prima parte tra bordoni e gradazioni crepuscolari segue una seconda da brividi, ellittica, con numerosi rumori di fondo, colpi nel vuoto e altri flussi d’acqua. Il lato B prende le distanze dalla precedente composizione, poiché The Way Of The Water (Agua Para Caminar) rimanda a una differente dimensione, più ritmata, in cui subentra il pianoforte, connotandola di una certa nostalgia. L’acqua è presente come incipit, mentre il resto della traccia vive alti e bassi nel quadro di un crescendo pianistico, con disturbanti fruscii finali. Più distensiva The Hiding Place (El Escondite). Lo strumento resta cruciale. Le note appena sussurrate. L’ultimo respiro il ponte immaginario con il lato C e gli slanci sentimentali They Don’t Love Each Other (No Se Aman).

Le voci di sottofondo, una maschile e una femminile, sembrano mimare una conversazione a telefono. L’atmosfera diviene sognante, però, al subentrare di Nothing Ends (Nada Se Termina), che favorisce l’irradiarsi della luce durante un altro tipo di dialogo, quello tra chitarra e pianoforte. La risacca ne segna il limite, lì dove la vita è nata e si rigenera di continuo. In mare. Il lato D è, infine, occupato da un’ulteriore suite, più instabile, intitolata A Rainy Afternoon (Una Tarde De Lluvia). La pioggia è costante: a volte abbondante, di rado tenue. Al field recording è sovrapposto un beep pulsante, con altre interferenze strumentali nel caratterizzare in modo criptico paesaggi ora divenuti oscuri. Ultimo esempio di un’avanguardia dai toni acquatici.

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