Steffi – Power Of Anonymity

Steffi – 'Power Of Anonymity' (2014)

Uno stile più personale. L’electro e l’IDM. Un passo in avanti e uno all’indietro. Allontanarsi dalla pista da ballo per raggiungere una comfort zone più intima o pagare il debito con la sci-fi techno di Detroit. Intensità, ritmo e, soprattutto, riflessione su passato e presente di una certa musica elettronica sono le linee guida di “Power Of Anonymity” (2014) di Steffi, seconda fatica su Ostgut Ton della deejay olandese. Un album dai toni retro, curato in modo maniacale, dove ogni elemento sonoro è al posto giusto, nonché contraddistinto da una precisa identità avvolta, però, in una coltre di nebbia di carta legata a doppio filo a una creatività di fondo da non sottovalutare. Il titolo dell’opera rimanda, infatti, a una pratica diffusa in passato, una strategia progettuale in alcuni casi, perché l’anonimato può essere un ottimo biglietto da visita.

Nascondere la propria identità per enfatizzare l’aura di un 12” non è solo un artificio a cui sono ricorsi numerosi produttori ma, talvolta, un feeling intrinseco. Non di rado, tale sentore era traducibile, in primis, in una specie d’insano piacere da parte dell’acquirente, incuriosito da un’edizione white label, limitata a poche copie illegali, magari stampate in qualche umida cantina e rivendute sul retro di polverosi negozi di periferia. Laddove la resa sonora non deludeva le aspettative, il mistero sull’autore stimolava nell’utente e, prima di tutto, nell’addetto ai lavori altre fantasie, ipotesi e suggestioni.

L’obiettivo di “Power Of Anonymity” è evocare le anime in festa o i fantasmi danzanti di un underground faceless ormai perduto, smarrito, superato a destra dalla tecnologia, dal digitale, da una rete che tutto vede e tutto sa. O la fine di un alterato idealismo in note. Nonostante il nome in copertina, Steffi ha voluto provare a defilarsi dal suo tradizionale ruolo in consolle, spostando il focus sui dettagli della sua produzione e sui propri ricordi. Febbrili e strumentali. Virtuosismi da club a centotrenta battiti al minuto. Difficili da abbinare a metadati cronologici o di provenienza. Dieci tracce emotive, semplici sul fronte compositivo, ma terribilmente efficaci, d’impatto e crepuscolari.

Le lunghe sessioni in studio mi hanno permesso di dividere il mio tempo in tre blocchi: inizialmente ho realizzato solo jam e sketch vari, a cui ha fatto seguito una fase per l’arrangiamento e l’editing di tutte le registrazioni, dopodiché un periodo da riservare al missaggio per l’album. Dedicarmici a pieno mi ha indirizzata nell’inseguire la mia vena più creatività. Essere concentrati è la chiave.

L’introspettivo “Power Of Anonymity” affonda così le sue radici nell’eleganza dei suoi stessi solchi, nell’intelligenza di vibrazioni extra-cutanee e nelle profondità dei generi e degli stilemi musicali degli ultimi trent’anni. Appare, dunque, netta la differenza con il precedente e meno concettuale “Yours & Mine” (2011), prima prova di Steffie Doms sulla lunga distanza, complessivamente impeccabile ma, forse, idolatrato dalle masse a causa di un certo hype berlinese. Sul lato A, l’opener Pip è un gancio electro alla mente e allo spirito. Le pulsioni, i sintetizzatori, la notte. All’astrale Everyday Objects, intrisa di riverberi, si contrappone una lenta discesa sulla Terra con Fine Friend.

Sul lato B, dapprima alta tensione e colpi a raffica con Selfhood, poi tutta la seducente bellezza di Power Of Anonymity, a lenta combustione, ma in grado di innescare non solo negli androidi sogni di pecore elettriche. Sul lato C, l’inganno di Bag Of Crystals: morbida introduzione e improvvisi rintocchi in sordina. Segue la potente Hard Hitting Horizon, un’altra scheggia impazzita seppur non in continuità con la precedente. Sul lato D, si scorgono, invece, inevitabili sintomi di evasione post-drexciyana. Il sound funk di JBW25, il tocco house di Treasure Seeking, impreziosito dalle vocals di Virginia e dalla presenza di Dexter, e la techno senza compromessi di Bang For Your Buck. Bestiale.

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