Something Old, Something New

Fabio Della Torre

Da Firenze a Berlino, la batteria, i giradischi e i primi software. Il sodalizio artistico con Ennio Colaci. L’ondata minimal. Introdurre Fabio Della Torre è facile. L’artista ha esordito nella seconda metà degli anni Novanta del secolo scorso, si è affermato come metà del duo Minimono ed esibito come dj nella maggioranza dei locali notturni italiani, prima di lanciare l’etichetta, Bosconi Records., con oltre settanta all’attivo.

Com’è iniziato il tuo rapporto con la musica?

Non sono in grado di stabilire con esattezza quando, ma la musica è sempre stata nel dna familiare. Mio padre suonava negli anni Sessanta e Settanta con gruppi rock fiorentini e non solo e, per un soffio, ha deciso di non intraprendere la carriera di musicista. Io e mio fratello abbiamo studiato pianoforte sin da bambini, dopodiché mi sono stufato e, quando i miei genitori hanno visto che prendevo a bacchettate lampade, pentole e custodie vuote di vocabolari, mi hanno regalato una piccola batteria all’incirca nel 1985. Mi mettevo in cuffia con la mitica The Power of Love, una hit di Huey Lewis & The News, e martellavo come non mai, né più né meno di quanto non faccia ora.

Hai cominciato a muovere i primi passi nel clubbing fiorentino da adolescente, quando in un locale come il Tenax si esibivano, per esempio, artisti del calibro di Morcheeba, Everything But The Girl, Tricky o Fun Lovin’ Criminals.

Con i dischi, ho cominciato qualche anno più tardi: un bel giorno la mia band metal arrivò a Bosconi, che a quei tempi era una saletta dismessa per prove e feste e, accanto alla batteria, trovarono me con due giradischi Gemini e un semplice mixer con due cursori e niente più. Il più sconvolto fu il chitarrista con i capelli lunghi, non tanto perché avessi due giradischi davanti a me, ma non riusciva a concepire che ciò che facevo era ‘suonare’. Poco dopo smisi di utilizzare la batteria e mi dedicai completamente al djing. La scena cittadina si evolveva poco alla volta, in scia a un’elettronica di matrice sia mainstream che lounge, senza dimenticare la rilevanza del trip hop. Tricky, in effetti, di lì a poco divenne uno dei miei preferiti. Memorabile fu anche la performance live dei Daft Punk proprio al Tenax. Il duo francese è sempre stato il massimo dell’ispirazione.

E, non a caso, lo è ancora oggi, anche se il loro sound è stato un po’ estremizzati da tutta quella ferraglia e da quei sintetizzatori a denti di sega simil Skrillex. I Daft Punk sono stati dei veri innovatori. La realtà dance che percepivamo era, invece, geograficamente limitata, visto che tra i mezzi di comunicazione non c’era internet, ma soltanto la televisione e la radio. Anche gli mp3 sarebbero arrivati dopo. Ascoltavo Radio Mare Imperiale e tutto quello che passavano i dj toscani del periodo come, ad esempio, Francesco Zappalà, Gabry Fasano, Alex Neri, già con i mitici Kamasutra, o i Jestofunk. Andare in giro tra i negozi di dischi era l’unica cosa da fare per cercare di scoprire nuova musica, anziché cliccare su YouTube. Queste le differenze con il mondo di oggi. Ai tempi ci si poteva ancora aspettare qualcosa di buono dal pop, oggi è impossibile.

All’alba del nuovo millennio, hai trascorso un anno a Berlino, non ancora divenuta la capitale del minimal sound. Come ha influito quel ‘pellegrinaggio’ sulla tua carriera? Quanto è cambiata la capitale di una Germania all’avanguardia?

Sì, fu proprio l’alba di un nuovo millennio, sperimentai da subito il passaggio dal marco all’euro e non fu così traumatico, i tedeschi avevano già fatto i loro conti. Vivere a Berlino nel 2000 è stato qualcosa di emozionante. La città era un autentico cantiere, in continuo cambiamento, in evoluzione, in espansione, ma ciò che mi affascinava era quell’intensa energia che circondava ogni cosa, ogni luogo. Sembrava quasi di non vivere la propria vita, ma di essere risucchiati da quella di Berlino. Dopo averci trascorso l’estate del 1999, ho fatto di tutto per tornarci come studente Erasmus con l’università. Sono uscito tutte le sere per un anno. Captavo il sound in ogni locale o club in cui entravo e, senza rendermi conto, lo facevo mio. Pensavo dentro di me che era quello che avevo sempre cercato e che avrei voluto realizzare. Andavo al primo Cookies, che era allora ‘the place to be’, frequentavo il Tresor il giovedì mattina dalla sei in poi, perché prima ero stato in un localino jazz. Il venerdì, invece, c’erano le Pokerflat Night, di cui non sapevo nulla, allo Sternradio: i flyer riportavano un mazzo di jolly e nomi tipo Steve Bug, DJ T., Kiki, Sascha Funke. L’impianto era pazzesco. In zona Ostbahnof, c’era il vecchio Maria, sede delle serate Bptich Control. Lì ho ammirato Ellen Allien in consolle per la prima volta.

Il Panorama Bar, poi, si chiamava ancora Ostgut e, ovviamente, c’era già la fila per entrare, con il buttafuori Sven Marquardt alla porta. Lui sudava, mi guardava male e, dpo qualche rimbalzo, un giorno mi fece entrare. Un’esperienza singolare. C’era André Galluzzi che suonava forte, nebbia fitta, io e un amico ci ritrovammo in mezzo alla pista e, senza accorgercene, circondati da giganti imbretellati a petto nudo. Non so come abbiamo fatto a resistere. Dopo un po’ ci siamo resi conto che erano innocui. A Berlino potevi ballare dal lunedì alla domenica senza fermarti e ascoltare ogni tipo di musica. Prima di ritornare in Italia, feci scorta di dischi. Un 12” dopo l’altro e avevo tra le mani tutto quello che avevo ascoltato durante quei mesi di clubbing senza sosta. Fondai, inoltre, il Berlin Mitte Group e, in parallelo, avviai la serata Berlin Electro all’Exmud, allora diretto da Simone Fabbroni, amico e mentore. Nel 2002, ecco che mi ritrovo accanto proprio Ellen Allien a Firenze. Questo è stato il mio inizio, negli anni dei cd e degli mp3. Ero tra i pochi a proporre quel sound su vinile, oltre che organizzare determinati eventi. Tempo dopo, Daniel Bell, Mathew Jonson, Jay Haze, Luciano e Zip ci fecero ballare. E Berlino continua a distinguersi per la sua qualità della vita.

Che rilevanza ha avuto l’incontro con Ennio Colaci?

Io ed Ennio Colaci ci siamo conosciuti proprio in quel periodo all’Exmud tramite un amico comune con il quale era andato al Sonar, a Barcellona, nel 2001. L’incontro con lui è stato importante, proficuo, perché poco dopo ha avuto inizio la nostra vera avventura da produttori musicali. Avevo già fatto qualche ‘esperimento’ con un altro amico che aveva una Roland TB-303 e un registratore cd, ma niente di serio. Avevamo già molti gusti in comune, specie in termini di musica elettronica, lui è sempre stato anche un amante anche delle contaminazioni, non a caso, condividevano l’interesse per artisti quali Matmos, Mouse On Mars, Aphex Twin. Quando ci siamo conosciuti, mi trasferì anche un po’ di tracce dance oriented già edite che cominciai a selezionare per i miei dj-set.

Ci siamo uniti con l’intento di coniugare la sua capacità produttiva e la mia esperienza da dj per provare a confezionare qualche brano per etichette che ci piacevano. La sua passione per il funk fu così diluita con ritmiche più ‘dritte’. Il risultato iniziale fu bello, realizzavamo tracce un po’ simil Akufen, che non definivamo minimal, piuttosto microhouse. Dopodiché, il nome Minimono ci ha ‘condannati’ a essere identificati con la scena minimal che sarebbe esplosa in seguito. Ennio Colaci mi ha trasmesso tante cose, come il suo interesse verso la musica, non importano generi e stili, verso l’arte e verso il cinema. Interessi ai quali il progetto Minimono era originariamente legato. Ho ricevuto tanto anche sul lato umano e ‘tecnico’. Ho imparato insieme a lui a utilizzare Logic e ad amare i sample. Avevo provato a utilizzare Fruity Loops, poi è subentrato Ableton.

Sei il co-fondatore di Bosconi Records, tra le più valide etichette della scena elettronica italiana. Da dove nasce l’esigenza di una propria label? Su quali criteri basi la ricerca di nuovi suoni e talenti? Quale è la sua ‘mission’?

Bosconi Records ha iniziato il suo percorso proprio con le produzioni dei Minimono. Ho sempre seguito la label in prima persona, perché è nata dall’esigenza, anche in quanto dj, di offrire una visione, specie se in prospettiva, della musica da club e anche più in generale dell’elettronica che ci maggiormente mi piace. Lontana dai format inscatolati di label che hanno brandizzato un suono per renderlo commerciale, l’idea di fondo della Bosconi Records è stata quella di proporre sempre qualcosa di nuovo, qualcosa che conteneva sempre un messaggio. Non importa se questa musica fosse house, techno, bass, IDM o di qualsiasi altro stile. Bosconi Extra Virgin è, di conseguenza, nata proprio per lanciarsi ancor più di quanto non faccia Bosconi Reecords, che rimane più dancefloor oriented, in modo da cimentarsi con sonorità di tutti i tipi, sia downtempo, disco che futuristiche. Una scelta sintetizzata in “Meanwhile In Madland” (2012) di Herva.

Non credo che esista un criterio per scoprire nuovi talenti. Ritengo che questa attitudine sia piuttosto intuitiva e soggettiva. Di certo, si può entrare in contatto con la loro musica e le loro idee attraverso il confronto con gli amici e le persone che cercano o producono musica. In questo senso, per la Bosconi Records mi è stato dato un grande aiuto dai miei amici e compagni di consolle Rufus e Mass_Prod, con i quali ci confrontiamo e ci aggiorniamo in modo regolare. Altre volte, invece, accade di ricevere e ascoltare demo che giungono presso la sede dell’etichetta. In ogni caso, è tutto dettato dalla sensibilità di chi ascolta. Non è facile scorgere il talento, è aspetto legato molto al gusto personale. Il dato tecnico conta, inoltre, relativamente, anche se a volte la validità di un’idea può essere perfino mascherata da una finalizzazione talvolta acerba. Ecco perché per alcuni progetti, specialmente quelli degli artisti più ‘giovani’, siamo intervenuti in modo leggero a livello di mixaggio e di post-produzione per finalizzare al meglio le loro prime release.

A mio parere, l’unica cosa che si può fare con questi ‘talenti’ è aiutarli a canalizzare le loro energie e a indirizzare i loro sforzi. La ‘mission’ è un po’ come quella del maestro zen – malgrado il sottoscritto non si consideri tale – che è solo un traghettatore e niente più. A volte, ciò è un compito finanche ingrato: il rapporto con chi fa musica, con gli artisti, perché di questo si parla nello specifico, è parecchio delicato. La visione musicale delle persone è differente, soggettiva e, soprattutto. parecchio intima. Quando non si accetta la musica del prossimo, o quando la si critica, il diretto interessato crede di non essere accettato persino come persona. Occorre così una certa dose di umiltà e autocritica da entrambe le parti per far sì che accadano belle cose. L’unico collante, nonché l’aspetto più importante, è la passione per la musica e Bosconi Records è nata per assecondarla. La sua mission è riuscire a comunicare qualcosa dentro e fuori dal dancefloor.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato in passato? Hai un album preferito?

Da bambino, la prima musica che ascoltavo era quella che piaceva a mio padre, dai Genesis all’Alan Parson’s Project, senza tralasciare sonorità più ‘virtuose’, fusion, in odor di Chic Korea o propriamente quelle più rock o new wave di Soft Cell e The Cure. Il metal, invece, lo ascoltava mio fratello. Nel mio percorso da dj, sono stato influenzato da generi e stili diversi, partendo dalla progressive, quasi trance, marchio di fabbrica di etichette quali Platipus Records, e arrivando alla techno del primo Green Velvet o produzioni in orbita Robert Hood. L’album che ha segnato un cambio di visione tra la dance che ascoltavo quando ho iniziato a fare il dj e quella in cui mi sarei evoluto è stato “Homework” (1997) dei Daft Punk. Credo che lo sia stato per molti della mia generazione. Questo è il disco che ritengo indispensabile e che, tra l’altro, ogni tanto rispolvero con piacere. Ascoltavo volentieri anche Massive Attack, Lamb, AIR o St. Germain.

Il pianoforte e la musica classica da bambino. La batteria e il rock da adolescente. La consolle e la techno da grande. Da appassionato di musica – anche sperimentale – hai un ricordo del duo Drexciya, guidato dallo sfortunato James Stinson?

Certo, il 12” intitolato “The Return Of Drexciya” (1996) e pubblicato da Underground Resistance è uno dei primi ricordi che ho di quei musicisti. Il mio singolo preferito è, però, “Digital Tsunami” (2001), a cura della Tresor. Naturalmente, non sono stato in grado di dare un volto ai Drexciya, ma sono sempre stato un fan. Proprio nel biennio tra 2001 e 2002 ero solito proporre al pubblico sonorità electro simil Japanese Telecom che, tra i progetti paralleli, è quello che unisce un po’ il sound di Detroit a quello di Berlino.