Sohrab – A Hidden Place

Sohrab – 'A Hidden Place' (2011)

1984, o il quarto anno della guerra Iran-Iraq. Entrambi gli Stati bombardano le petroliere avversarie. Sotto la spinta dell’URSS, gli USA chiamano al sostegno i paesi NATO per cercare di riallacciare le relazioni diplomatiche. In un clima di continua tensione, Sohrab nasce a Tehran. Il suo nome, da un vecchio poema chiamato “Shahnameh” (1000 d.C.), significa ‘acqua rossa’, ma può anche essere tradotto come ‘sangue’.

Sohrab ha trascorso gran parte della sua vita isolato in Iran, con poca o nessuna percezione di quanto accadesse all’estero. Recentemente è diventato, come tanti, sfollato all’interno del proprio paese, così ha cercato di ottenere lo status di rifugiato politico in Germania. Nonostante l’isolamento culturale interno, armato di Reason 3, il suo controller MIDI (R)evolution UC-16 e un campionatore, registrato dal vivo attraverso il software di registrazione Ambrosia, ha iniziato a produrre densi, disperati bordoni.

Ogni lato del disco contiene tre pezzi che si fondono senza soluzione di continuità, il che rende difficile distinguerli singolarmente. In Susana, il ritmo si riflette su gorgoglianti campionamenti e vari synth filtrati al passo con l’impulso del pezzo. Al di sotto di ronzii e riverberi, l’intensità aumenta grazie al crescente volume di diversi loop percussivi. Alcuni strani rumori emergono, poi, dalle sue profondità.

Un senso di angoscia pervade l’atmosfera. Somebody ricorre a straordinarie registrazioni sul campo che fanno emergere i suoni della segreta realtà della città e i più intimi pensieri di Sohrab. Nonostante Pedagogicheskaya Poema lo dimostri nella sua forma più stridente, con sottili, semplici suoni costruiti sulla scia di tenere melodie, questa sensazione continua in Himmel Über Teheran, in cui le note degli organi pervadono lo sfondo ritmico, riflettendo una fredda luce anche quando le ombre circondano i suoi abitanti. Il cielo sopra Teheran sembra essere abbastanza inspiegabile: di rado ottimista, spesso pessimista, minacciato da qualcosa che rimane non identificabile per chiunque viva in paesi differenti, lontani da un costante stato di paura.

In “A Hidden Place” (2010), come nella title-track, nulla può essere dato per scontato: improvvisamente alcune sconcertanti voci, forse in preda al panico, rompono il silenzio. Tutti i cambiamenti di umore si ripercuotono sullo spettro elettronico e riflettono, qualche modo, l’ambiente in cui ha vissuto Sohrab. E anche il bellissimo artwork del disco, realizzato dal solito Jon Wozencroft, esprime un senso di abbandono, con la sua foto di una finestra rotta. Non appena Zarrin chiude l’album su Touch con un senso di sollievo, l’ascoltatore può fuggire dall’interiore edificio abbandonato di Sohrab.

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