Slayer – South Of Heaven

Slayer – 'South Of Heaven' (1988)

Alla ricerca del male. Anche il Paradiso ha il suo lato oscuro. Ogni credente ambisce a raggiungere la vetta dell’empireo, specie dopo aver compiuto un percorso di rettitudine. Quattro musicisti statunitensi desiderano, invece, esplorare la regione più bassa dell’impianto cosmogonico. A un passo dalla vera discesa negli abissi. Quali sono le pulsioni più recondite insite nell’animo umano? È la domanda che ha stimolato la creatività degli Slayer, un quartetto di culto già alla fine degli anni Ottanta, pronto a sfatare l’immaginario benevolo imposto dalla religione cristiana. Due i dischi cruciali per l’elevazione del loro status: “Reign In Blood” (1986) e, non a caso, “South Of Heaven” (1988). Capolavori assoluti. Tra gli album più iconici del thrash metal internazionale. Il primo tanto breve quanto affossante. La rapidità d’esecuzione è divenuta uno dei trademark del gruppo, fondato sulla voce di Tom Araya, sulla tecnica sopraffina dei chitarristi Jeff Hanneman e di Kerry King e sulla doppia cassa di Dave Lombardo.

Punti di forza che incideranno sul prosieguo della loro carriera, movimentata da critiche da parte dell’opinione pubblica, pronta a tacciare di satanismo qualsiasi messaggio diffuso da ambienti metal. In realtà, gli Slayer si erano già spinti oltre, sia sul piano musicale, al netto di una certa aggressività, che su quello propriamente tematico. Un brano quale Angel Of Death lasciò presagire una potenziale vicinanza della band all’ideologia nazista, specie se in scia a un testo che, ispirato dalla figura di Josef Mengele, descriveva lo sterminio sistematico di esseri umani nei campi di sterminio, utilizzati come vere e proprie cavie per esperimenti non solo farmaceutici. Lo scienziato s’interessò in primis al noma, una malattia causata da prolungata denutrizione, diffusa tra i rom presenti ad Auschwitz. Studiò a lungo i gemelli, per lo più neonati o bambini sottratti alle madri, sottoponendoli a ogni sorta di bizzarra misurazione, effettuando trasfusioni incrociate e cercando di cambiare persino in azzurro il colore dei loro occhi.

Una più approfondita lettura del testo è sufficiente, però, per comprendere come la band non intendesse esaltare un personaggio quale Josef Mengele, ma elencare le brutalità a cui erano sottoposti i suoi ‘pazienti’, senza commentare le brutali pratiche del Doktor Tod. Le proteste, però, continueranno ancora, a fronte dell’adesivo delle Waffen SS sulla chitarra Jackson di Jeff Hanneman, collezionista di cimeli della seconda guerra mondiale; del nome del fan club ufficiale degli Slayer, lo Slaytanic Wehrmacht, che riprende in parte quello delle forze armate tedesche; e di un altro dei loghi ricorrenti utilizzati dai quattro, in seguito presente sulla copertina di “Decade Of Aggression” (1991), cioè un’aquila, simile alla Reichsadler nazista, con una spada tra gli artigli e quattro incrociate nel consueto pentagramma che contiene il marchio Slayer. Anche l’artwork di “Reign In Blood”, a cura di Larry Carroll, suggerì una visione d’insieme caotica: un caprone antropomorfo, seduto su un trono, con il braccio sinistro teso.

Un gesto simbolico tra figure mostruose. L’artwork di “South Of Heaven” è, invece, espressività massima. Un teschio deturpato è al centro della scena. Nitida e compatta. Colori freddi sullo sfondo contrastano il rosso vivo del sangue. Una croce lo trapassa in diagonale dal basso verso l’alto, forse, per ricordare all’ascoltatore come i dogmi religiosi penetrino all’interno della psiche delle masse, limitando il libero pensiero. Il logo del gruppo è collocato in alto a sinistra, per evitare di distogliere lo sguardo dall’orrore di una realtà reinterpretata sulla falsariga del “Giardino Delle Delizie” (1480-1490), opera del pittore fiammingo Hieronymus Bosch. Tale immagine introduce al meglio i contenuti di un album thrash metal, travolgente in termini di tracklist, che si distingue dai precedenti per un notevole songwriting, espressione di una malvagità che si spinge oltre le singole note, supervisionate con cura dal produttore Rick Rubin.

“South Of Heaven” esprime a pieno l’evoluzione artistica compiuta dagli Slayer nell’arco di un biennio, travagliato anche per vicende interne. Dave Lombardo, a dispetto del legame che univa Jeff Hanneman, Kerry King e Tom Araya, iniziò ad avere alcuni problemi di coesistenza con i tre, e lasciò la band a seguito del suo matrimonio e a una richiesta di maggiori incassi. Fu sostituito dal batterista dei Whiplash, Tony Scaglione, che suonò con gli Slayer durante il tour di “Reign In Blood”, prima che Rick Rubin non s’impegnasse personalmente per il rientro in formazione di Dave Lombardo. Una volta in studio, i quattro si trovarono di fronte a un bivio: replicare il sound dominante in “Reign In Blood”, alla luce di una spiccata coerenza di fondo, o scegliere di arricchirlo e diversificarlo con nuovi elementi, senza precludere talune ripartenze esplosive, consapevoli di sottoporre le nuove tracce a un confronto con le precedenti. Il rischio di un paragone tra i due album era pressoché inevitabile. La scelta artistica fu, dunque, quasi controcorrente.

La sesta release degli Slayer, quasi interamente concepita da Jeff Hanneman e Tom Araya, prendeva in parte le distanze dai fasti del passato, deludendo una parte dell’accanita fanbase, destinata, però, a ritornare presto o tardi sui propri passi. Il core della produzione del gruppo a stelle e strisce giace in un preciso passaggio, tanto disarmante per alcuni quanto coincidente con ritmiche più lente e striscianti, talvolta riflessive, con Dave Lombardo abile nell’offrire un saggio di tecnica e, ovviamente, di resistenza fisica, originando la base su cui innestare i fraseggi dei chitarristi, la cui attenzione ai dettagli diviene meticolosa. Come nel caso della funerea title-track. Le prime note confermano tale sterzata che, sul fronte sonoro, conserva intatta la pulizia del precedente approccio, offrendo, però, una maggiore ‘corposità’. L’arpeggio iniziale, che costituisce il tema principale, è tanto oscuro quanto maestoso. Il celebre riff di Raining Blood è stato arrangiato in chiave doom, ideale per un crescendo da applausi.

Il drumming di Dave Lombardo è chirurgico, scandisce il ritmo e sottolinea in maniera egregia il cupo incedere del brano al recedere della tonalità delle due chitarre. Le parole di Tom Araya sono strazianti, ricalcano il mood macabro dell’opener, fino a esplodere in un urlo disperato. L’assolo di Kerry King si caratterizza per l’immancabile serie di note a grande velocità e, dopo l’ultimo ritornello, il sound di ogni strumento tende a inspessirsi nel frammento solista in prossimità della chiusura della traccia. Gli Slayer hanno così modificato le loro scelte artistiche, rimescolando l’ordine di strofa, ponte, ritornello e assolo che non sono più alternati in modo regolare, ma creano qualcosa di differente nel solco del thrash metal. È un nuovo inizio per la band statunitense. Il recupero del riff finale in Just One Fix dei Ministry un’autentica dichiarazione d’amore, perché un album come “South Of Heaven” era già entrato a far parte del repertorio dei ‘classici’ metal, grazie anche alla forza e alla rabbia proprie di una canzone come Silent Scream.

Preferisco parlare di fatti più materiali, diffusi da televisione o da giornali, anche se mi rendo conto di dare un’immagine veramente orribile della vita moderna. Cerco nuove idee per le canzoni nella cronaca. Guardo una foto e noto dettagli. In questo caso ho preso spunto dall’immagine di un bambino morto durante un incidente a una fabbrica chimica in India, che causò numerose vittime. Una volta osservata, potevi capire che era deceduto per il gas tossico che si era sprigionato. E ho pensato a quanto la vita di un bambino potesse assomigliare a un incubo. Sono affascinato e intrigato dalla malvagità dell’uomo verso se stesso.

È incentrata su ritmiche convulse su cui si staglia un riffing affilato, come nella migliore tradizione del combo. Gli Slayer riportano l’ascoltatore ai loro albori sonori, affidandosi a un approccio meno grezzo in fase esecutiva. La struttura del brano è lineare, con la batteria inarrestabile e le chitarre sempre incisive. Il cantato di Tom Araya si presenta serrato ed è, letteralmente, incastrato tra un fraseggio e l’altro del main riff. Il testo rimanda alla sensibilità del cantante nei confronti di eventi catastrofici, più o meno noti al grande pubblico. Sognare la propria morte è raccapricciante. L’angoscia assale il protagonista della canzone. Il subconscio non lascia scampo e così, in ossequio all’ossimoro contenuto nel titolo, cerca di gridare nel sonno. Live Undead è un altro banco di prova per la band: un mid-tempo costruito su un riffing martellante, anche se le ritmiche subiscono un’accelerazione improvvisa nella fase conclusiva del brano, dove una serie di micidiali assoli, in rapida successione, ne compattano la solita forza d’urto.

Nel complesso, la canzone è strutturata secondo una linea più doom delle precedenti, Tom Araya ha lentamente modo di sfoderare tutta la sua voce e, rispetto i precedenti lavori degli Slayer, si assiste a un modus operandi da manuale, con movimenti articolati e sperimentazioni ridotte al minimo, al netto dei cori nel ritornello già presenti in Postmortem, estranei ai consolidati schemi artistici del quartetto. Il testo stimola una riflessione su se stessi, descrivendo ciò che l’uomo può vedere con gli occhi di un morto che, all’improvviso, riprende vita, assaporando il desiderio di mangiare carne umana. Behind The Crocked Cross è un altro brano a due facce: una caratterizzata da ritmiche possenti, l’altra fondata su un riffing tagliente. Se Jeff Hanneman vanta un gusto più ricercato nella scelta delle melodie per i propri arrangiamenti, conferendo una maggiore nitidezza al pathos da originare in note, Kerry King appare più diretto e interessato alla velocità d’esecuzione. La precisione può risentirne, ma la resa finale è di alto livello.

La religione cristiana è ancora una volta il bersaglio degli Slayer. Il testo che accompagna la traccia si scaglia, infatti, contro il simbolo della croce, associato a un’obbedienza cieca, causa d’insofferenza nell’animo dell’uomo libero. Mandatory Suicide è, invece, un altro grande classico del gruppo, riproposto dal vivo durante ogni performance dal vivo. È costruito su un’avanzata lineare e melodica, con un break come elemento vincente: i musicisti interrompono per un istante il loro agire, lasciando spazio a un urlo forsennato di Tom Araya. Unico singolo estratto da “South Of Heaven”, fu causa di ulteriori guai per i quattro, sottoposti a duri attacchi da parte dei conservatori che li accusavano di diffondere un’idea negativa, quella del suicidio, ma le parole ne raccontano uno da un punto di vista singolare: l’ascoltatore non si trova di fronte un individuo che ha deciso di porre fine alla propria esistenza, perché è descritta un’altra scena, con un bersaglio umano centrato dai colpi di un cecchino. Ignota la vittima.

La furiosa Ghosts Of War si riallaccia al recente passato del quartetto. Ennesima dimostrazione di forza e concretezza, fondata sulla semplice alternanza di strofa e ritornello, sorprende per le minime ma interessanti variazioni al canovaccio principale. Unica costante di Tom Araya e soci è l’immaginario tematico della morte: protagonisti delle liriche sono i fantasmi dei soldati di guerre passate che ritornano dall’inferno per impossessarsi di ciò che gli spetta di diritto. La successiva Read Between The Lines, una sorta di denuncia del modus operandi della chiesa moderna, conferma lo stato di lavori in corso intrapresi dalla band e completati a seguito della pubblicazione di “Seasons In The Abyss” (1990), offrendo spunti ai giovani che si confronteranno con il fenomeno nu metal di fine anni Novanta. I diversi cambi di tempo la rendono imprevedibile. Cleanse The Soul rimanda alle estremizzazioni sonore di “Reign In Blood”, complice un drumming mozzafiato e all’incalzante riffing dei due chitarristi, specie in sede solistica.

L’avanzata è continua, l’headbanging garantito mentre Tom Araya racconta di come un sacerdote si accinga a compiere un rito per purificare l’anima di un defunto. Quella di Kerry King è, invece, nera come la notte e adora i Judas Priest. Dissident Aggressor è la cover dell’omonimo brano tratto dall’album “Sin After Sin” (1977). Fedele all’originale, al netto di una rielaborazione energica, è da considerarsi come un omaggio al gruppo capostipite dell’heavy metal. Le liriche ripercorrono l’avventura di un fantomatico aggressore che uccide chiunque gli si pari davanti. Un personaggio da poter includere in un album degli Slayer. “South Of Heaven”, rilasciato via American Recordings, si fregia, infine, di una conclusione di pregio, affidata alla sacrificale Spill The Blood, in virtù di un arpeggio acustico tanto sinistro quanto affascinante, su cui fa leva l’intero brano. Il restyiling del gruppo può dirsi riuscito. Difficile replicare la portata di “Reign In Blood”. Facile spingersi oltre. E scrivere un altro capitolo della storia del thrash metal.

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