Simply ‘Shake’

Anthony Shakir

Da trent’anni sul palco. Decine di dischi e collaborazioni con altri artisti, tra cui Carl Craig, Keith Tucker e, nell’ultimo periodo, Kyle Hall. Anthony Shakir, leggenda vivente della Detroit di ieri e di oggi, è stato spesso sottostimato per il suo contributo nei confronti della formazione del suono della Motor City. È uno degli artisti techno più poetici di sempre. Il suo approccio hip hop e la sua mania per il campionamento lo hanno tenuto alla larga dalle varie tendenze. La sua visionarietà tutta da riscoprire.

Hai lavorato con la prima ondata di creativi della Detroit techno sia come produttore che come ingegnere del suono per diverse tracce del catalogo Metroplex. Quando hai iniziato a pensare di fare questo mestiere? Ricordi un episodio particolare?

Ho ascoltato musica durante tutta la mia vita. E, in qualche modo, ho gravitato nel mio piccolo intorno alla formazione della techno tout court, anche se non ho fatto parte di quel momento storico. Sono sempre stato più interessato a come venivano realizzati i dischi. Diventare un bedroom producer è stato possibile grazie alle apparecchiature a prezzi accessibili. L’episodio cruciale è stato, senza dubbio, l’incontro con Derrick May ed Eddie Fowlkes tramite un ragazzo di nome Eric Simms a un party Deep Space. Era amico anche di Juan Atkins e Kevin Saunderson. Io avevo una cassetta con alcune mie prime idee che consegnai a Derrick May. E quello è stato il mio inizio.

Nonostante ciò, le cronache parlano chiaro. Sei tra quelli che hanno, più o meno volontariamente, ‘progettato’ la techno. Hai mai pensato di ‘fare la storia’?

Non avevo idea di fare la storia. Ora, però, la penso in modo diverso.

Il tuo brano Sequence 10 ebbe l’onore di essere pubblicato per la seminale compilation “Techno! The New Dance Sound Of Detroit” (1988) che ha introdotto nuove sonorità elettroniche per le masse. Quali sono stati i concetti rivoluzionari e gli elementi diffusi da questo genere oggi caro a molti?

Difficili da stabilire. Sono convinto che con un piccolo investimento e con il tempo, chiunque possa essere nelle condizione di fare buona musica. Questa può rivelarsi una benedizione, così come una maledizione.

I Kraftwerk sono stati uno dei tuoi punti di partenza. Qual è il tuo album preferito? Perché sono stati così speciali nell’ispirare così tanti artisti di Detroit?

I Kraftwerk hanno avuto una grande influenza su di me. Il mio album preferito è “Computer World” (1981). Il gruppo tedesco mi ha ispirato perché ha inventato un linguaggio musicale che, in realtà, non esisteva prima e ha persino inventato gli strumenti per renderlo possibile. Senza dimenticare l’importanza della canzone.

Dalla metà degli anni Ottanta, sei impegnato sul fronte della produzione, ma la tua carriera ha avuto un andamento diverso da quelle di Juan Atkins, Derrick May e Kevin Saunderson, che hanno raggiunto una maggiore fama. Come ingegnere del suono, hai anche preso parte al debutto di Urban Tribe con il particolare “The Collapse Of Modern Culture” (1998). Ti sei mai sentito un po’ sottovalutato?

Ero solito sentirmi in quel modo, ma se sono stato così sottostimato, è stata, probabilmente, soltanto colpa mia. In ogni caso, ho imparato che se si lavora abbastanza e a lungo, presto o tardi si verrà scoperti.

Mentre numerosi musicisti techno hanno trovato terreno fertile in Europa, tu non sei mai stato coinvolto in questo tipo di circostanze, collaborando, però, con la seconda ondata degli artisti di Detroit. Al di là degli alias, hai forse finito per diventare un autentico purista del genere, o sbaglio?

Ho scoperto che bisogna seguire ciò che si ama. E c’era più amore in Europa per questa ‘cosa’ che negli Stati Uniti dov’era nata. Per quanto riguarda l’aspetto della purezza, ho sempre cercato di non copiare brani terzi. Gli artisti con cui mi sono confrontato sono stati, però, ugualmente bravi. Forse ho avuto l’idea sbagliata.

Sei stato anche coinvolto in “Der Tonimpulsetest” (1998) di Der Zyklus, mixando la prima uscita solita di Heinrich Müller su 12”. Il contributo electro di Gerald Donald e, ovviamente, di James Stinson è sotto gli occhi di tutti. James Stinson ha mantenuta segreto la sua vita e anche la sua malattia. Dieci anni dopo la sua scomparsa, quali sono i tuoi ricordi su lui e il suo visionario progetto?

Tutto quello che ho fatto per quel disco è stato doppiare una copia di un DAT di Gerald Donald. Non mi chiese di farne parte. Il nastro fu sistemato. Gerald Donald lavorava in maniera misteriosa. Non avevo idea di quali fossero i suoi piani. Oggi avrei gestito la situazione in modo diverso. James Stinson mi aveva chiesto di collaborare a un progetto poco prima di morire. Il duo Drexciya è stato una grande manifestazione dell’elettronica made in Detroit. E ha aperto un sacco di vie per la dance della Motor City, sempre più apprezzata e suonata all’interno del circuito dei club.

Insieme ad Heinrich Müller figuri tra i remixer di Autosug, un brano firmato dai Duplex. Il suo lavoro andava in profondità, il tuo appariva più vicino alle sonorità proposte dalla tua label, la Frictional Recordings. In che modo ti avvicini al remix?

In maniera molto semplice. Parto dal presupposto di essere, poi, in grado d’inserire questa traccia all’interno dei miei dj-set.

La compilation “Frictionalism 1994-2009” (2009) la retrospettiva che tira le somme della tua carriera. Dopo una pausa di alcuni anni, sei tornato con i tuoi classici rimasterizzati. È un buon biglietto da visita per i nuovi clubber?

Ho sempre sognato di mettere a punto un album di buona fattura. Non ho mai voluto realizzare compilation dei miei dischi, ma “Fricionalism 1994-2009” era inevitabile dopo aver rilasciato tanti brani su Frictional Recordings. La mia pausa è stata accidentale e non pianificata. Spero che la retrospettiva possa fare luce sulla mia musica. Alcune persone la conoscevano già da prima, altre no. Spero che potranno continuare ad ascoltare ciò che di mio verrà in futuro. Rush Hour Recordings ha fatto un ottimo lavoro diffondendo il triplo cd in posti che prima non potevo raggiungere.

Che cosa hai in programma? Che ne sarà della vecchia techno madre in Detroit?

Sono a lavoro su alcuni remix. Quando avrò finito con questi, sarà tempo per le nuove release su Frictional Recordings. Spero di continuare a fare musica rilevante. Per quanto riguarda la techno di Detroit, coloro che la vogliono così com’è continueranno a cercarla.

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