Silent Harbour – Silent Harbour

Silent Harbour ‎– 'Silent Harbour' (2012)

Ci sono pseudonimi che più di altri riflettono le pieghe dell’anima o, semplicemente, un sentire musicale diverso. Silent Harbour è uno di questi. Lo ha scelto Boris Bunnik per offrire agli ascoltatori un altro lato del suo agire in note, forse, il più introspettivo, paragonabile a una baia silenziosa in cui approdare, con uno stile differente da quanto offerto sinora come Conforce. La sua discografia è in ascesa. Varie release si sono avvicendate nel corso degli ultimi mesi, riscuotendo consensi unanimi.

Un approccio techno per architetture dub la solita formula vincente del produttore olandese per originare tracce sempre di gran pregio. L’omonimo “Silent Harbour” (2012), pubblicato dalla danese Echocord, è la prima prova sulla lunga distanza del nuovo alias dal mood glaciale. L’album appare sin da subito differente dall’ultimo “Escapism” (2012), non presenta sbavature di alcuna sorta ed è, soprattutto, ermetico. Non tradisce emozioni, non stimola visioni, ma suggerisce soltanto brividi.

Suoni elettronici di diversa natura si addensano intorno matrici metalliche. Ondulazioni e sussulti travolgono spazi vuoti. La progettualità di un lavoro così intimo deve essere stata notevole. “Silent Harbour” è straordinariamente compatto, seppur disomogeneo sul lungo periodo. Ogni segmento è, dunque, carico di suspense. La temperatura si abbassa a partire dalla sottomarina Aquatic Movement, segnata da brevi sussulti. Cascade e Scintillans In The Port appaiono, invece, più spettrali.

Entrambe sono parte di una sequenza più lunga che trova la sua valvola di sfogo con la quadrata Geometry, un altro titolo azzeccato. I battiti ridotti non sembrano più ridotti al minimo. Dock Operations fa il paio con l’opener, scommettendo, però, su una maggiore dose di echi e altri elementi striduli. Metaphysical Storm e Profundal Zone altri due colpi ben assestati. Remissiva la prima, rimbalzante la seconda. Saltwater Intrusion il brano, probabilmente, più interessante prima della criptica conclusione.

Dieci minuti da incubo che faticano a scivolare via. Una tempesta di vento sembra abbattersi ritmicamente nel nulla mentre, sullo sfondo, piccole scariche elettriche si susseguono tra rintocchi costanti. La successiva Descending Radius Curve è altrettanto tagliente e non contribuisce a porre un freno alla tesa deriva minimalista in chiave drone. A Voices From The Deep il compito di chiudere il cerchio con l’ennesimo ricorso a tonalità acquose e scricchiolanti. Una release ricca di fascino.

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