Shelter – Zon Zon Zon

Shelter – 'Zon Zon Zon' (2017)

Le declinazioni dell’ambient. L’altra downtempo. Rivisitare lo zouk o lasciarsi sedurre da una manciata di suoni primitivi. Sfumature e intenzioni del catalogo International Feel Recordings, gestito da Mark Barrott e Paul Byrne. Manager inclini a scommettere anche su autentici artisti outsider, le cui note appaiono in linea con il feeling dell’etichetta già di stanza a Punta del Este in Uruguay.

Alle spalle di “Zon Zon Zon” (2017), l’ennesimo mini-album rilasciato alle stampe nell’arco di un biennio, una storia tanto semplice quanto illustrativa dello scouting intrapreso dal duo. Shelter, all’anagrafe Alan Briand, è un giovane produttore parigino il cui background sonoro è composto da afrobeat, bossanova, house e pacifiche sperimentazioni a metà strada tra analogico e digitale.

Generi che lo hanno, in qualche modo, indirizzato verso un negozio di dischi della capitale francese quale L’International Records, gestito da Dave Kouliche, ideale per essere al passo con le release in circolazione o confrontarsi con altri artisti, dj e un pubblico trasversale. Un ambiente positivo, stimolante e, soprattutto, ‘formativo’. Numerosi input. Differenti visioni. Ed esotiche vie di fuga.

“Zon Zon Zon” è il primo lavoro di peso pubblicato da Shelter, che ha saputo conquistare i suoi produttori dopo averli incontrati a Parigi, presentando loro un bouquet di quaranta tracce da cui ne sono state estratte soltanto sette. È lecito supporre una certa difficoltà nello sceglierle in un quadro di tamburi tribali, melodie gaudenti e occasionali field recording, come l’inevitabile cinguettio degli uccelli.

Il minimo comune denominatore del sound di Alan Briand è l’equilibrio armonico tra le parti. La sua opera prende il via con Senhor Zalla e la onomatopeica title-track. Due brani dall’architettura simile, ma agli antipodi in termini ritmici. L’incipit poco invasivo è seguito da una progressione più gioiosa, dagli evidenti rimandi di matrice zouk. Non a caso, ‘zouker’ significa ‘ballare’ nel dialetto creolo.

Il lato A è completato dalla dondolante Port-Au-Coeur. Ascoltarla equivale a staccare in anticipo un biglietto di sola andata per una qualsiasi destinazione tropicale. La temperatura alta. Le vibrazioni quelle giuste. Il clima mite. L’approdo sicuro. Il lato B riparte, invece, da un breve esperimento intitolato Bucolica. Una rilassante digressione agreste tra vocal di dubbia provenienza e percussioni costanti.

Le successive Courant Rouge e Courante Bleu due facce della stessa gradevole medaglia. Da una parte il vento a scandire un’incedere lento e riflessivo, senza sbavature. Dall’altra parte, il vibrafono, il sintetizzatore e i campanelli per una traccia ipnotica, dal pattern ben definito. La Volière una conclusione quasi buffa, con i suoi fruscii e rumori di sottofondo. È l’artificiale canto della natura.

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