Sebastian Mullaert & Eitan Reiter – Reflections Of Nothingness

Sebastian Mullaert & Eitan Reiter – 'Reflections Of Nothingness' (2014)

Dal festival di Tulum, ai boschi a nord di Malmö. Condividere prima un palco, poi lo studio dall’altra parte del mondo. L’idea di una collaborazione tra Sebastian Mullaert ed Eitan Reiter nasce in Messico, all’ombra dei Maya: il produttore svedese e l’artista israeliano erano tra i performer inviati a celebrare in musica la fine di un temuto calendario. Dai giorni trascorsi insieme nello Yucatan a quelli in Svezia il passo è stato breve.

Una volta presa una pausa dal progetto Minilogue, condiviso con l’amico Marcus Henriksson, lo svedese ha invitato l’israeliano per una jam session inframmezzata da passeggiate e sedute yoga immerse nel verde. Il flusso creativo non è stato ostacolato dalle dinamiche della famiglia del primo, ma rafforzato da tale quotidianità. Un ulteriore modo per comprimere i suoni di un mondo esteriore e uno interiore.

Viaggio unico a due direzioni. “Reflections Of Nothingness” (2014) è fondato in gran parte sull’utilizzo combinato di Roland TB303, TR808, SH1021 e Juno 60. Nonostante il piglio acid e il battito techno di alcune tracce, l’album si connota di venature ambient per vivere estatici momenti di trance. Arpeggi scintillanti, campioni vocali ed extra esterni inseriti ad hoc costituiscono libertà stilistiche iscritte in precise logiche di squadra.

Senza porsi particolari aspettative, e quasi senza post-produzione, il duo ha raggiunto un’ottima sintesi tra armonia ed equilibrio per una sinergia sonora che riflette un tempo vissuto in un determinato spazio, riprodotto con delicatezza e spinto oltre i singoli stili. Nove tracce su Mule Musiq che sovrappongono causalità a casualità. Comunicazioni musicali con il creato limitrofo a un grande parco nazionale.

Improvvisazioni tanto autentiche quanto minimaliste. Se l’opener Dissolve dipana trame lisergiche intrise di una tribolata spiritualità di fondo, Enter The Spiral è il passo in avanti verso la fusione delle due anime. Dal loro introspettivo specchiarsi nei colori della natura, la registrazione di un lungo take avviato con l’ambient di Water Burns Air. E una piccola aggiunta di effetti alla naturalezza delle prolisse composizioni.

L’ipnosi di Dance Of Roots scaturisce dall’alternanza di cimbali a kick drum riprodotti sempre più forte, per un’esplorazione deep legata alle pregresse esperienze dei due musicisti. L’apertura di una porta sul buio si concretizza con Ash Layla. Il titolo, che in ebraico significa ‘falena’, segna, invece, un’improvvisa deriva acid. Faith, arricchita dalle vocal di Eitan Reiter, corregge il tiro e muta la progressione sonora.

Dalla voce, come ultimo strumento utilizzato, a No Escape (Kick), per il definitivo raggiungimento della pace interiore. In congiunzione con il precedente brano, You’re The Proof Of Heaven: ritmo più sostenuto e alternato da linee cosmiche. Infine Falling Apart Into One, che disconnette le influenze kraut iscritte dal costante flusso energetico. Conclusione zen tra elettronica ed elettro-acustica contemporanea.

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