Romantically Demystified

Giorgio Luceri

Stile trasversale. Chicago e Detroit i riferimenti in note. Il cinema di decadi fa la stella polare. Un mosaico di suoni. Giorgio Luceri è uno dei produttori più versatili del panorama tricolore, fedele alle proprie radici, pronto a cimentarsi con nuove sfide.

Garofano Rosso e 6D22 due alias per differenti progetti, il primo più soundtrack oriented, il secondo dai rimandi techno. Identità parallele al canovaccio house. Sono sufficienti per esprimere la tua creatività? Il bicchiere non è mezzo pieno?

Romanticamente demistificare, ardito compito. Due alias per due progetti sonori, è vero, ma non è sufficiente considerarli soltanto come progetti sonori. Quando decisi di cominciare un filone di produzioni prive del mio nome e cognome, utilizzando un alias, battevo un po’ con i denti sui miei stessi principi: il rispetto della demistificazione, la verità. Adesso, invece, racconto che la storia del bicchiere non ancora pieno conduce a questi due nickname, o ‘due mondi’. Connessi, interagenti, eppure a volte, per me, tra loro così distanti. Il primo con le sue luci che, in passato, provai a contenere. Oggi non più. Il secondo di color rosso, quello degli incubi. Tentativo di prender carta e penna dal comodino, al risveglio sudato, nei primi cinque minuti in cui riesci a ricordare il sogno. Tutto qui. Libertà di dare seguito alla luce, libertà di mostrare l’ombra, in modo terapeutico. Quale miglior modo per raccontare questa storia? Un fiore e un codice.

Il secondo nickname fa, inoltre, riferimento a “6D22 EP” (2011), il tuo singolo di debutto, rilasciato dalla On The Prowl, meno noto del successivo “Eternamente” (2011), prima release affidata alla Mathematics Recordings e, soprattutto, vero punto di partenza della carriera di giovanissimo artista, pronto a fare finalmente leva non solo sulle passate lezioni di pianoforte. Che cosa ha significato per te essere scelto da un produttore ‘totemico’ quale Hieroglyphic Being?

L’alfanumerico 6D22 fa riferimento alla fuga, all’arrampicata ‘fuori dalla scatola’. Credo nei box in cui, per nostra o terza volontà, soggiorniamo comodi in pantofole. A volte con coscienza, altre no. La necessità di fuggire è vecchia come la storia stessa dell’uomo. Nel 2011, il primo passo avvenne tramite quel codice, con la fiducia di Marcos Cabral e Jacques Renault. Il loro fu un vero e proprio salto nel vuoto. Quel codice è caro ancora oggi, è un aneddoto, una geografia che qualcuno in lettura ricorderà, un luogo, una coordinata di evasione. Ad ognuno la sua, fu quella li la mia prima. Cosa ha significato, cosa significa e cosa significherà Mathematics Recordings? Una lunga storia d’amore.

Che cosa rappresenta per te scorrere le dita sui tasti di uno strumento a tastiera?

Lo stesso significato che ha per il falegname sfiorare un legno pregiato, per il pittore sporcare i polpastrelli nella tavolozza, lo stesso del panettiere mentre ‘fa’ il suo pane.

C’è una relazione binaria tra l’essere figlio del Salento e l’house a stelle e strisce? Vivere al caldo e in prossimità del mare ha influenzato la tua visione musicale?

Essere figlio del Salento ha una sorta di relazione con la ‘passione’, intesa nel suo più profondo significato etimologico. Chi è nato qui, avrà già capito. Questo mare, questa terra regalano attitudini che, difficilmente, si scrollano dalle spalle. Sentimenti che ti accompagnano a ogni passo. Ho vissuto tanto tempo altrove, eppure nei giri che il mistero ci fa fare, prima o poi si tornerà sempre qui, a quel sapore, a quegli odori, alla vista di quei panorami, come costante viaggio verso l’Itaca di Konstantinos Kavafis. Prendi il settanta per cento dei dischi, di quella luce. È luce di queste terre.

Il tuo nome si ripete varie volte all’interno del catalogo dell’etichetta di stanza a Chicago, la stessa che ha stampato anche “I Know U Have Wings” (2015), il 12” cui hai introdotto 6D22 alle masse. Qual è il segreto per andare avanti?

La ‘fides’. Intendila proprio come ‘fides’ romana.

La più recente release come 6D22 segna l’avvio di un nuovo percorso, associabile a scenari futuristici, se non electro, intrisi anche di un certo retroterra culturale made in China, il cui drago rappresenta più di un animale immaginario, perché simbolo di saggezza. “望子成龍 | Dragon’s Path” (2017), per conto della Midnight Shift Records, annovera, non a caso, un remix d’eccezione, quello di Heinrich Mueller.

Luglio 2015. L’intero disco nasce in quei giorni caldissimi. Ebbi il primo contatto con Kavan Spruyt e sua moglie Debbie Chia: le due grandi menti singaporiane alle spalle dell’etichetta. Una simpatia reciproca e la nostra capacità di avviare un discorso, una dialettica e una condivisione ci spinsero a ‘cucire’ la release spalla a spalla, compresa la folle idea di presentare il progetto a Gerald Donald in persona. Fu egli stesso a scegliere Longwang come traccia da remixare. Da quel giorno, indimenticabile, sono trascorsi trenta lunghi mesi prima della sua nascita. La prima metà del titolo è in cinese, traslitterabile come ‘wàng zǐ chéng lóng’, un detto in onore al genitore: ‘auguro che tuo figlio possa diventare un drago’. Creatura immaginaria, lontana dalla pessima accezione negativa che gli europei hanno costruito nei secoli. Nessuna fiamma dalla sua bocca.

Come può un essere immaginario ottenere questa devozione viscerale? La forza del mito? No, è la forza del credo. Un credo millenario che, ancora oggi, suggerisce alla popolazione cinese di considerarsi figlia del drago quale forma devozionale al culto dell’elemento liquido, via maestra nella vita. L’acqua è vita e rinascita costante. In quanto tale, un augurio di rinascita andrebbe quotidianamente fatto a chiunque allo stesso modo, in modo simile al nostro ‘buona giornata’. Immaginiamo un saluto quale ‘buona rinascita’. Forse storceremmo il naso, eppure si rinasce ogni giorno proprio dalla morte del giorno precedente, dalle ceneri del precedente Sole e così discorrendo in un quadro di eterno ritorno. “Il serpente che non può cambiar pelle muore. Lo stesso accade agli spiriti ai quali s’impedisce di cambiare opinione: cessano di essere spiriti.” Aforisma di Friedrich Nietzsche, contenuto in “Aurora. Pensieri Sui Pregiudizi Morali” (1881).

“Voices In My Head” (2013), ancora su Mathematics Recordings, il tuo primo album in chiave house, con sporadiche vocal, ritmi intensi e un paio di fughe elettroniche. A posteriori, è il lavoro che connette passato e futuro? Un brano è completo quando?

Un brano è completo quando è puro, il resto è tecnicismo. È completo quando il perché del suo concepimento è stato spiegato, quando il sogno dal quale è nato è stato musicalmente trascritto. “Voices In My Head” è capitolo essenziale di questa storia: un percorso, unico album, non considerando “Titoli Di Coda” (2016), pubblicato in seguito come Garofano Rosso. È stato un turning point. Jamal Moss insistette molto per un’uscita in doppio vinile, da affiancare a un singolo quale “Eternamente”.

Era il venticinque ottobre del 2011 quando ne parlammo per la prima volta: il giorno del mio ventiduesimo compleanno. Ricordo ancora, con ironia, di aver provato qualcosa simile a uno scompenso cardiaco, poi una telefonata a una cara persona e le lacrime. L’album contiene frammenti di un momento per me davvero intenso e puro, un ritorno all’innocenza dal colore indaco come cromatismo guida. La fotografia di “Voices In My Head” mostra un viso pieno di luce, sana ambizione, genuino ottimismo, speranza, leggerezza e ingenuità. Quando ho bisogno di quella spontaneità, lo ascolto volentieri. Lo porto ogni giorno al cuore e ringrazio Jamal Moss per averci creduto.

La musica ha un valore sempre e solo soggettivo?

Sempre e solo soggettivo, tranne nella sua accezione oggettiva di linguaggio universale.

Il trademark del primo triennio discografico è stato, poi, affiancato da uno nuovo, contraddistinto da sonorità vintage, a tinte anche fosche e con profonde radici cinematiche, ravvisabili a partire da “Garofano Rosso” (2015) su Giallo Records, etichetta ‘ad hoc’. Quali sono i tuoi riferimenti artistici? E, ancora, c’è una qualche connessione tra i titoli delle singole tracce ed eventuali corrispondenti filmici?

La prima vera produzione con lo spirito da Garofano Rosso è stata Alfa 75, la penultima traccia di “Voices In My Head”. In un periodo ancora embrionale per le produzioni come Garofano Rosso, il primo esperimento fu pubblicato dalla Mathematics Recordings. Dopodiché, un lavoro a se stante, dapprima con l’EP d’esordio omonimo, impreziosito da Rude 66 nel brano Rosso All’Occhiello, masterizzato da Alek Stark. In seguito, l’atto secondo: “Titoli Di Coda”. L’uscita del primo capitolo fu una scommessa. Ricordando i dischi prodotti sino a quel momento, “Garofano Rosso” fu un fulmine a ciel sereno, per me compreso. Il full-lenght il naturale prolungamento del primo capitolo.

Antoni Maiovvi e Vercetti Technicolor credettero nel progetto, ebbero fiducia piena e il mio amore per la loro etichetta Giallo Disco si trasformò in un autentico contributo al catalogo. I riferimenti in entrambi i dischi provengono da un ibrido di esperienze vissute sulla mia pelle e infiniti amori per determinate pellicole, attori, attrici, registi e compositori. In quest’ottica è opportuno considerare l’opera di Claudio Simonetti non solo per le varie pellicole di Dario Argento, i contributi di Fabio Frizzi per Lucio Fulci, le musiche di Stelvio Cipriani, Franco Micalizzi e, ovviamente, Keith Emerson, i Tangerine Dream, Ennio Morricone, John Carpenter, Riz Ortolani e Bruno Nicolai.

Altri musicisti e artisti leggendari mi hanno influenzato: è il caso di Klaus Schulze e Wendy Carlos, Steve Roach e Angelo Badalamenti. A questo punto, è necessario aggiungere le immagini di Stanley Kubrick, David Lynch, Sergio Leone, Mario Bava, Roman Polanski, David Cronenberg, Pier Paolo Pasolini, George Romero, Federico Fellini, i primi lavori di Giuseppe Tornatore, Joe D’Amato, Ruggero Deodato, Jean-Luc Godard e Ingmar Bergman. Questi in primis, con i rispettivi cast a far da guardia. Se l’immagine arricchisce la nota e, spesso, solo l’insieme rende il significato dei singoli elementi, posso affermare che ogni mia traccia, ogni mio titolo sono un chiaro riferimento. Alcuni palesi, altri meno, ma fanno sempre conto a vita, cinema e musica.

Quali sono, infine, i tuoi progetti futuri?

Una passeggiata in solitaria per Atene e una in Cappadocia. Leggere ogni poesia di Pedro Salinas. Un 12” su Uzuri, capitolo secondo delle lodi a ‘spazio, fuoco e verità’, in uscita il prossimo inverno. La quarta release come 6D22. E qualcosa di nuovo che menzionerò.

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