Roman Techno Pioneer

Leo Anibaldi

La carriera di Leo Anibaldi è iniziata molto presto e l’ha spinto a confrontarsi con sonorità diverse, da cui ha sempre preso spunto per rinnovare il suo sound. La ricerca e la sperimentazione musicale le linee guida di un percorso iniziato alla fine degli anni Ottanta, quando la Capitale era pronta a trasformarsi nell’epicentro rave mondiale, ma destinato a conoscere futuri sviluppi con l’attività della Cannibal Records, l’etichetta lanciata dopo una lunga pausa. Tre gli album all’attivo, rispettivamente “Cannibald – The Virtual Language” (1992), lo straordinario “Muta” (1993) e il superamento dell’ultima frontiera elettronica, cioè “Void” (1996). Pagine di storia della techno romana.

Le atmosfere sinistre e un certo tasso di visionarietà le costanti di una fervida attività studio, laddove il passaggio dall’ambient alla techno, tra incursioni industrial ed esperimenti jungle, non è stato difficile. C’è un episodio in particolare o, semplicemente, un momento a cui puoi far risalire l’inizio della tua fase creativa?

Ho sempre ascoltato musica di ogni genere, dall’hip hop all’industrial, senza dimenticare il jazz, l’ambient e sonorità sperimentali. Ho avuto la possibilità di avviare il mio rapporto con il pubblico già in tenera età, ho capito subito che, se la mia intenzione era quella di uscire dalla mischia, bisognava creare uno stile personale e così ho iniziato un percorso di sperimentazione e solitudine in studio, cercando di creare atmosfere con beat ripetitivi e personalizzati. La musica non è soltanto un genere, ma è la ricerca di un vero e proprio stile, il cui insieme di elementi rende davvero completo un artista.

La tua carriera è cominciata due decenni fa. Nel frattempo, la tecnologia ha compiuto passi da gigante. Qual è il tuo rapporto con il digitale?

Continuo a utilizzo i miei strumenti analogici e a comporre così come lo facevo in passato. Il computer lo uso per registrare l’audio e per gli arrangiamenti. Nonostante ciò, apprezzo molto il digitale perché, se parliamo di qualità audio, quest’ultima è migliore rispetto anni fa, perfetta una volta abbinata all’analogico. Se ci riferiamo, invece, ai negozi digitali e a tutto ciò che concerne la vendita on-line di prodotti musicali, allora, la mia opinione cambia. La rivoluzione digitale ha fatto enormi danni al mercato discografico: nessuno acquista più prodotti musicali, si è persa l’abitudine nel farlo.

Quali sono gli artisti che ti hanno influenzato da adolescente? E quali sono quelli che ti influenzano oggi? Suggeriresti uno o più dischi da avere o da ascoltare?

Di stimoli ne ho avuti parecchi visto la mia grande passione per la musica, ho sempre ascoltato un po’ di tutto, ma gli artisti che mi hanno ispirato di più sono: Tangerine Dream, Coil, Steve Roach con le sue lunghe tracce ambient, Brian Eno, Pink Floyd, Miles Davis, Juan Atkins, Kevin Saunderson e, di sicuro, Aphex Twin. Di dischi ce ne sono tanti da proporre. Opto per uno in particolare, firmato Reload, risalente a vent’anni fa: “A Collection Of Short Stories” (1993), a cura di Mark Pritchard e Tom Middleton, rilasciato della magnifica etichetta Infonet. Disco di ottima fattura e ricerca sonora.

Da cultore musicale, vicino anche a sonorità electro, quali sono i tuoi ricordi riguardo James Stinson, metà del duo Drexciya, deceduto il 3 settembre 2002?

James Stinson è sempre presente nella mia flight case. Ho grande rispetto per l’artista, il suo suono è unico, lo stile ben definito. Ho avuto il piacere di suonarci insieme e di conoscerlo. Da quando ci ha lasciato, c’è un grande vuoto perché, non solo per me, è stato fonte di grande ispirazione. Le sue produzioni rimarranno impresse nel tempo.

La techno italiana sembra essere nata a Roma e i tuoi primi lavori, insieme a quelli di Lory D, sono ritenuti veri e propri capisaldi. Dall’alto della tua esperienza, perché la storia tricolore di questo stile musicale ha preso il largo proprio dalla Capitale?

Nel 1990 erano pochi gli appassionati di musica elettronica: eravamo ancora in piena onda anni Ottanta, tra Imagination, Kool & The Gang, Joe Smooth, ecc. Ho avuto la possibilità di lavorare da giovanissimo nel locale più ‘in’ di Roma: il vecchio Much More o Acropolis, locale frequentato e ambito da tutti i dj capitolini e non. Fu lì che conobbi Lory D e, considerata la passione che entrambi nutrivamo per l’elettronica, iniziammo a frequentarci ogni giorno nei nostri studi di registrazione per pianificare strategie di missaggio e di composizione e, soprattuto, inseguendo nuove sonorità.

Poco dopo, ‘fondammo’ il suono di Roma insieme ad Andrea Benedetti ed Eugenio Vatta, membri della Sound Never Seen, etichetta di Lory D. Durante quel periodo, ebbi la fortuna di realizzare ottime produzioni che mi proiettarono come artista internazionale. Nel frattempo, erano nati i primi rave locali, che ebbero una grandissima partecipazione di pubblico proveniente da tutta Italia. Raduni da più di diecimila presenze, con ospiti internazionali e sound system da urlo. Fu così che Roma divenne la capitale mondiale dei rave: tutti gli artisti volevano partecipare ai nostri eventi almeno una volta.

Come molti giovani dj e produttori di oggi, ti trasferisti in quel di Berlino in tempi non sospetti. Quanto dista la realtà dell’epoca con quella attuale?

Ho avuto la possibilità di suonare a uno degli eventi più belli cui io abbia mai partecipato, ovvero la Love Parade. E fu proprio dopo la mia esibizione che decisi di trasferirmi a Berlino. La scena era fresca, appena nata, ben diversa da quella attuale, gli artisti erano di meno, ma tutti validi e conosciuti al pubblico, non come ora che ci troviamo in un mare di persone che vogliono suonare e non hanno nessun tipo di esperienza! Oggigiorno, tutti vogliono trasferirsi a Berlino nella speranza di realizzare il proprio sogno ma, alla fine, i nomi conosciuti sono sempre gli stessi. Un artista dovrebbe credere nella propria arte, poi, se vive a Roma o Berlino non fa nessuna differenza: è il talento che conta.

Il tuo ritorno sulle scene è coinciso con la fondazione della Cannibald Records: da dove è scaturita l’esigenza di una propria label? Qual è la sua ‘mission’?

Mi sono ritirato per trovare stimoli creativi. Nel frattempo, ho ritenuto necessario avviare la Cannibald Records e ricorrere a tutta l’esperienza accumulata in questi anni per produrre nuovi talenti, mantenendo viva la sperimentazione nelle mie tracce.

Uno sguardo al futuro. Dove ti vedi tra dieci anni? Quale evoluzione potrebbe compiere il mercato musicale e, nello specifico, la stessa musica elettronica?

Sono alla ricerca di una soluzione alla catastrofe del mercato perché, ribadisco, i prodotti musicali non sono più acquistati come prima, complice il disastro che i vari digital store hanno creato. A breve spariranno e la musica sarà scaricata in modo gratuito. Rimarrà solo l’artista, o meglio il suo nome, e sarà quella la vera sfida, cioè farsi conoscere. Anche se lo stesso talento sembra non contare più tanto, l’importante è far parte di certe ‘caste’. Il mio nome non è stato costruito a tavolino, ma si è imposto con le vendite dei miei vinili, con la loro presenza in classifiche, in scia alla gavetta che ho fatto e dal talento che ho sviluppato negli anni. E ho una gran voglia di continuare.

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