Robert Hood – Motor: Nighttime World 3

Robert Hood – 'Motor- Nighttime World 3' (2012)

Dodici anni dopo, l’ultimo capitolo della serie. Il ritorno di Robert Hood sulla belga Music Man Records è di quelli mozzafiato e, per comprenderlo al meglio, necessita di più ascolti. “Motor: Nighttime World 3” (2012) non è un disco per nostalgici. Sullo sfondo Detroit, le sue luci, i suoi riflessi. Una città elettrica e, soprattutto, notturna. Aggettivi propri anche della discografia del produttore statunitense, tra aperture house, minimalismi d’epoca e, inevitabili, battiti techno.

Quest’ultimo è il genere che ha segnato gli ultimi tre decenni della vita urbana locale, almeno da un punto di vista sotterraneo. E Robert Hood è tra i pochi sopravvissuti della seconda ondata di artisti nati e cresciuti sulle rive del fiume Hudson, figli dell’unica grande madre Underground Resistance. Un collettivo leggendario dall’enorme potenza espressiva che ha offerto a molti i pretesti e gli spunti per le proprie carriere soliste, destinate ad aprirsi sul lungo periodo anche ad altre influenze.

L’americano ha fatto propria ogni singola lezione impartita e le sue numerose release testimoniano, infatti, una certa capacità di variare approcci e, contemporaneamente, una particolare voglia di raccontare storie. Il precedente album, “Omega” (2010), traeva ispirazione dal film “1975: Occhi Bianchi Sul Pianeta Terra” (1971), diretto da Boris Sagal e, a sua volta, mutuato dal romanzo “Io Sono Leggenda” (1954) di Richard Matheson. Sonorizzare una pandemia batteriologica un’impresa niente male.

Il clima distopico è, forse, ciò che più lo ha affascinato perché, con le dovute proporzioni, simile a quanto si è potuto respirare in passato tra i quartieri della Motor City, oggi in crisi finanziaria e in preda anche a uno strisciante degrado sociale. Un’ottima scintilla per far divampare il nuovo lavoro “Motor: Nighttime World 3”. Robert Hood sceglie, però, una via tanto alternativa quanto organica per descrivere l’alienazione degli individui metropolitani. Un sound melodico, forse, insolito, ma appropriato.

Quasi cinematico. Non a caso, il documentario “Requiem For Detroit” (2010), diretto da Julien Temple, sembra aver colpito l’artista. L’album prende il via con la densa The Exodos e assesta il primo colpo con Motor City, un crescendo ritmico da applausi. Splendente anche Better Life, orientata su territori jazz, mentre appare più ambientale The Wheel, sostenuta da pianoforte e voce. Ugualmente ipnotica. Dopodiché Black Technician alza la posta in gioco e fuga ogni dubbio in termini di groove.

Oltre il dancefloor, l’electro latente della sospesa Learning. Le successive Drive (The Age Of Automation) e Torque One altri due assalti sonici prima della digressione acid Hate Transmissions. Slow Motion Katrina l’occasione per prendere fiato con una riflessione downtempo. Tra spari, rintocchi e voci, Assembly è un brano indecifrabile, ennesima conferma della visionarietà di Robert Hood. L’ottimista A Time To Rebuild la giusta conclusione per guardare a un futuro migliore.

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