Riddles Of The Moon

Francesco Giannico, Theo Allegretti

La chitarra e il pianoforte. L’ambient e il jazz. Un musicista votato all’elettroacustica e un compositore di formazione classica. Dall’incontro tra strumenti, generi musicali, Francesco Giannico e Theo Allegretti è nato un raffinato connubio artistico, tanto visionario quanto cinematico. Il loro primo album, “Flow Signs” (2013), è stato rilasciato lo scorso novembre dall’etichetta Oak Editions, gestita da Alessio Ballerini. Nel corso dell’intervista, il duo riavvolge il nastro dei ricordi, tra punti di riferimento e beniamini, e fa il punto sulle proprie esperienze. I due artisti ribadiscono anche la centralità di un’idea: il futuro della musica è aperto a ogni divagazione possibile. Oltre l’armonia, oltre il rumore. Non c’è alcun binomio antitetico in partenza, solo troppe categorizzazioni.

Tra conoscenze e competenze, il vostro background musicale è notevole. Ci sono, però, uno o più artisti che vi hanno in qualche modo influenzato nel tempo?

FG: Mi occupo di elettroacustica. Ciò che mi ha affascinato di più è stata, sicuramente, l’opera di Fennesz. Non è stata la prima che ho ascoltato con attenzione, ma è il musicista che, forse, sento più vicino a me. Ho cercato di seguire la sua direzione. Ricordo che ascoltai come primo “Endless Summer” (2001) di Fennesz, uno degli album che più amo, e poi sono andato a ritroso nel tempo, recuperando gli altri e le altre collaborazioni. In ogni caso, e per mia fortuna, gli ascolti sono stati sempre tanti. Ho cercato d’ibridare questa mia passione per l’artista austriaco con altre sonorità affini come, ad esempio, quelle di Alva Noto o William Basinski.

TA: Ho ascoltato tanto free jazz ma, forse, un punto di riferimento può essere anche David Sylvian, nonostante non sia un pianista, ma è un mostro sacro. È partito dal pop e si è avvicinato persino all’avanguardia. Un altro musicista che stimo molto è il compositore John Taylor, anche se poco conosciuto, tra gli artefici del jazz contemporaneo. Adoro lo stile del trombettista Kenny Wheeler e apprezzo un artista come John Tilbury. Da bambino, sono stato catturato dall’utilizzo della carta stagnola di Fred Van Hove. Da jazzista, le mie influenze sono state varie. C’è sempre la tentazione di ascoltare ciò che succede in quei territori più battuti, come quelli di uno Keith Jarrett, per, la ricerca mi ha spinto verso un altro estremo, fino ad Alex von Schlippenbach o Sakis Papadimitriou, meraviglioso interprete della tecnica del c.d. ‘piano preparato’.

Il vostro concept è libero da schemi o stilemi di ogni sorta e si pone come un flusso tanto cinematico quanto visionario. Com’è scaturito tale impianto di idee?

FG: Abbiamo impiegato una settimana per scrivere il concept, perché ognuno di noi ha le proprie competenze specifiche, sul fronte della musica elettronica e jazz. Erano due anni che desideravamo fare qualcosa insieme. Ci siamo visti in varie occasioni, ci siamo conosciuti meglio e abbiamo capito che condividevamo alcune affinità musicali.

TA: Abbiamo entrambi la voglia di creare, di sperimentare e di non restare fossilizzati su determinati schemi prima mentali e poi sonori. Siamo soliti metterci in discussione e ciò facilita il nostro spingerci oltre, evitando di cristallizzarci in quel classico duo di musicisti collocati tra apparecchiature elettroniche, chitarra e pianoforte.

Al culmine delle registrazioni del disco, tra arrangiamenti e prove, cosa avete imparato l’uno dall’altro? Il segreto del vostro successo giace nell’equilibrio?

FG: Entrambi abbiamo imparato qualcosa l’uno dall’altro. L’importante è stato trovare un compromesso e capire l’obiettivo da raggiungere. È stato facile seguire Theo Allegretti, credo di poter andare lontano con lui. Me la prendo quando non ci capiamo.

TA: A volte, conta sia la visione che la predisposizione d’animo. La capacità di entrambi di saper ascoltare il prossimo o di compenetrare il suo agire in note possono apparire lapalissiane, ma non lo sono affatto. Nell’ambito di una collaborazione musicale, non è facile trovare un certo equilibrio, spesso labile. È un’alchimia vera e propria, non solo una sovrapposizione di onde sonore. Nel nostro piccolo, ci definiamo, infatti, ‘in bilico’.

FG: Dall’esperienza con lui, ho imparato a essere, ad esempio, più meditativo, ho capito anche dove era necessario lavorare di più e come inserirmi meglio. Ho imparato a essere più attento. Da solista, mi faccio abbastanza prendere dal bordone, dalla ciclicità del loop, dal costruire una serie di polifonie durante la registrazione dei miei lavori. Ciò che è accaduto con Theo Allegretti è stato, in sostanza, un interplay da entrambe le parti.

Qual è la vostra posizione nell’ambito della diatriba per eccellenza della contemporaneità? Analogico o digitale?

FG: Sono facce della stessa medaglia. Non riesco a cogliere le distinzioni e sono tenuto a confrontarmi con entrambi. ‘Analogico’ e ‘digitale’ sono categorie abbastanza inutili.

TA: Non si può prescindere dall’elettronica. Un dettaglio che non tutti gli ascoltatori percepiscono. Il suono dei singoli strumenti passa da anni attraverso varie macchine.

Siete soddisfatti del vostro scambio di note. La vostra esperienza vi ha arricchiti sul fronte sonoro. C’è, dunque, un futuro tra rumore e armonia?

TA: Sì, c’è futuro attraverso il rumore e anche con l’armonia. Ciò che oggi consideriamo rumore potrebbe essere armonia domani. Dopodiché, è possibile anche nutrire qualche ragionevole dubbio sulla comprensione di chi, letteralmente, ascolta.

Quali sono i vostri progetti futuri?

TA: Di progetti ce ne sono tanti, vediamo se riusciremo a realizzarli. Abbiamo investito parecchie energie nel progetto e teniamo al nuovo lavoro che sta nascendo. Non possiamo prevederne gli sviluppi, non sappiamo se seguirà le traiettorie del primo album. Speriamo possa essere ancora più aperto, se non vicino, al jazz contemporaneo. O, magari, più etereo, inglobando altri aspetti rimasti fuori da “Flow Signs”.

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