Rhapsody – Symphony Of Enchanted Lands

Rhapsody – 'Symphony Of Enchanted Lands' (1998)

Quae mala venientia metuuntur, eadem afficiunt aegritudine instantia.

L’imminente sciagura che ci fa paura, ci darà angosce in futuro. Il testo di Epicus Furor, associato a un crescendo austero e cupo, sigilla un intro dai toni maestosi, un istante prima di uno dei riff più celebri della storia. Archi, fiati, rintocchi di campane e un grandioso coro. Il miglior modo per emozionare l’ascoltatore e introdurlo all’interno del secondo capitolo della saga Emerald Sword. Draghi e cavalieri, battaglie campali e foreste inesplorate, profezie e malefici. L’immaginario dei Rhapsody si è sempre spinto un gradino oltre le copertine di grande impatto firmate da Eric Philippe. Dai momenti carichi di pathos, dove chitarra e batteria dettano i tempi, a quelli più atmosferici, dove è la tastiera di Fabio Staropoli a prendere il sopravvento, le tracce sono sempre ben congegnate e si susseguono sorrette sia dalla voce di Fabio Lione che da meravigliose orchestrazioni. Richiami barocchi, virtuosi assoli di Luca Turilli, melodie accattivanti, velocità a tratti, tutto è amalgamato in un notevole mix. È la magia di “Symphony Of Enchanted Lands” (1998), degno successore di “Legendary Tales” (1997), solido album di debutto, che diede un’improvvisa scossa alla scena power metal, al punto da tracciare il solco di un nuovo stile, o sottogenere, il c.d. symphonic power metal. Licenziato da LMP e Inside Out Music, il secondo lavoro del combo triestino, con Alessandro Lotta al basso e Daniele Carbonera alle percussioni prima di alcuni avvicendamenti, fu registrato nei Gate Studio di Wolfsburg di Sascha Paeth e Michael Rodenberg, recuperando gli stilemi del precedente lavoro. Più complesso di “Legendary Tales”, “Symphony Of Enchanted Lands” ha segnato, inoltre, un innalzamento del tasso ‘cinematografico’ all’interno della discografia dei Rhapsody, un tratto che sarà ulteriormente integrato nel duro sound della band e, soprattutto, sviluppato nei successivi tre album che compongono la pentalogia dedicata alla ‘spada di smeraldo’, narrata in breve da Jay Lansford.

È, però, Luca Turilli a dare il via alla canzone più celebre del gruppo, cioè Emerald Sword. Scelta come singolo, è fondata sul ritornello, ripetuto più volte nel finale, “for the king for the land for the mountains, for the green valleys where dragons fly, for the glory the power to win the black lord, I will search for the emerald sword”. Accattivante e brevissima sintesi degli eventi che hanno come protagonista un guerriero alla ricerca di un manufatto e dell’altare mistico che lo contiene. Tripudio di melodia e ritmo, eroismo e gloria. Non a caso, il brano è ancora immancabile nella scaletta di ogni concerto. Anche Wisdom Of The Kings è un altro ‘classico’. Partenza lenta, con flauto e chitarra acustica, per risvegliare la folk dei Rhapsody. L’incipit da ballata è, però, spazzato via da squillanti trombe che annunciano una sorprendente evoluzione in chiave power metal. L’alta velocità, l’incessante attività alle pelli di Daniele Carbonera e i cori in sottofondo garantiscono una resa sonora immediata, dopodiché archi e clavicembalo, talvolta in primo piano, rilanciano con forza l’enfatico ritornello, seguito dai virtuosismi chitarristici del solito Luca Turilli. Il suo testo introduce, inoltre, il narratore ‘ufficiale’ della saga, Aresius, che interagisce con l’ascoltatore e il protagonista del concept album nella successiva Heroes Of The Lost Valley. A una prima parte bucolica e strumentale in chiave acustica, marcata da toni medievali, segue la narrazione vera e propria, affidata al sopracitato Jay Lansford che, nel pieno dello sferzare del vento, invita il protagonista ad ascoltare alcune voci perse tra lo stesso, sono quelle di eroi caduti in passato, la cui sete di vittoria non è stata placata e che, da quel momento in poi, accompagneranno spiritualmente le sue gesta. È il preludio alla potente Eternal Glory. Un’apertura sinfonica, con tastiere e archi che sovrastano l’impianto principale. I tempi cadenzati, se non marziali, la rendono assimilabile a una sorta di parata trionfale, marcata da un’attesa nei confronti di un grande evento pronto a compiersi.

Robusta ed epica, evidenzia la perfetta simbiosi tra chitarra e basso di Alessandro Lotta, connessi a un coro imponente con, a margine, Fabio Lione pronto a sfoderare una prestazione notevole, velata da una certa tristezza, specie durante le strofe più lente, quando i tempi sono rallentati e i toni alleggeriti. Emerge così un lato nascosto del protagonista, pronto a combattere per ogni singolo abitante, umano o animale, delle terre incantate. Il ritornello è ripetuto nel finale e, strategicamente, è associato a una coda acustica dominata dal clavicembalo, dal flauto e dal cinguettio degli uccelli. Un mood in aperto contrasto con l’atmosfera dark dell’imprevedibile Beyond The Gates Of Infinity. Nuove folate di vento e tenebrosi ululati precedono le tastiere di Alex Staropoli. Suoni altrettanto sinistri a cui partecipano anche gli altri musicisti, finalizzando una progressione insolita, alleggerita da sporadici interventi d’archi. Il terrore è dietro l’angolo ma, al netto di una decina di brani firmati dai Rhapsody, non può mancare una vera e propria ballata: melodrammatica e toccante, Wings Of Destiny è il manifesto definitivo delle indubbie doti vocali di Fabio Lione. Introdotta dal pianoforte, rimanda a un momento di riflessione interiore del guerriero. The Dark Tower Of Abyss è, invece, una canzone in costante evoluzione, suoni classici ma decisi si alternano a un ritmo variegato, in odor di citazioni barocche. Il ritornello è basato stavolta su note alte e lunghe, arricchite da cori in latino, lingua che sarà utilizzata dalla band anche in futuro. Colpisce anche l’inserto del narratore in prossimità della fine, che descrive gli ulteriori sviluppi della trama, rivelando un clamoroso colpo di scena e preannunciando un nuovo importante scontro per il protagonista. L’ennesimo fruscio e le tastiere introducono l’energica Riding The Winds Of Eternity, che riporta il quartetto ad abbracciare gli stilemi power metal. Le sinfonie ariose il trampolino di lancio per la sfuriata in doppia cassa sulla quale si staglia la voce, paradossalmente, meno grintosa del cantante.

La conclusione è affidata al malinconico oboe di Manuel Starapoli, fratello del tastierista, che contrasta con quanto proposto dai Rhapsody a un passo dalla suite, un chiaro segnale che un qualcosa di speciale è in serbo per gli ascoltatori. La title-track dura oltre tredici minuti ed è divisa in cinque parti diverse fra loro, con strofe cult alternate agli assoli di Luca Turilli e, soprattutto, a un doloroso frangente spoken word, coincidente con le lacrime per la scomparsa del drago Tharos, ritratto in copertina, fedele compagno del guerriero. La sua morte lo ha liberato da un incantesimo, ma è una grave perdita. Un evento commentato da un breve frangente silenzioso, interrotto dall’organo da chiesa, sacrale, quasi glorioso. Il miglior modo per introdurre un’altra porzione della suite, in cui Fabio Lione sfodera un’altra grande performance vocale, toccando note altissime. Il protagonista ringrazia la natura che lo circonda e per la quale combatte. Nuovi cori lo esaltano durante la scoperta della famosa spada di smeraldo. Fiati e tastiere risuonano potenti, le percussioni scandiscono un ritmo marziale. Il successivo frammento dell’ultima traccia di “Symphony Of Enchanted Lands” prende il via con un riff melodico e una certa spavalderia del guerriero, ormai pronto alla vendetta, che conducono l’ascoltatore a un nuovo picco compositivo, sottolineato da nuovi cori in latino per conferirgli un tocco di epicità. Pianoforte e chitarra riprendono con delicatezza l’incipit dell’album. Alla splendida voce di Costanze Backes è, invece, affidato un ulteriore momento toccante, tramite con l’ultimo cambio di atmosfera. Il suono delle cornamuse e rare percussioni anticipano le parole del narratore che esorta il protagonista a continuare la sua missione nel nome della giustizia cosmica. La sinfonia assume toni pomposi, una manciata di istanti prima di una coda acustica in chiave medievale. I Rhapsody sono così riusciti a elevare il proprio sound senza snaturarlo, marcando un’evoluzione stilistica tanto importante quanto suggestiva.

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