Researcher And DJ

Rawmance

Nativo parigino, ma adottato dalla scena capitolina, l’eclettico Rawmance fa parte di quella schiena di produttori di nuova generazione, con interessi a trecentosessanta gradi, pronto a ‘rischiare’ accostamenti di sonorità anche molto diverse fra loro, sino a farle confluire anche tra le pieghe del catalogo della sua etichetta, La Beauté Du Négatif. Cresciuto sotto i bassi dell’hip hop, Matéo Montero ha poi continuato il suo percorso in solitaria sempre con i dischi in spalla, ‘pedalando’ quasi senza sosta su più congeniali sentieri elettronici, confrontandosi con altri appassionati alle spalle del bancone di Ultrasuoni Records o di una delle tante console animate dalle sue selezioni.

Dall’hip hop all’elettronica, quando le radio dominavano la scena. Quale ruolo aveva il primo all’interno delle banlieu? Come ti sei avvicinato, invece, alla seconda?

Semplice, nel dipartimento Val-d’Oise, banlieue a nord di Parigi dove sono cresciuto, si ascoltava solo rap, già a partire dalle elementari fino a raggiungere un ‘peak time’ al liceo. Rap conscious, dalla produzione ai testi, incentrato sui temi anche politici, l’unica colona sonora adeguata a queste zone. Un passo importante è stato capire, intorno ai tredici anni, scoprire come registrare direttamente dalla radio: da quel momento ho cominciato a riversare tutto in decine e decine di cassette. Questi sono stati i miei primi passi, con brani di IAM, Fabe, Suprême NTM, Assassin, Le 3ème Œil, La Clinique, La Cliqua, X-Men, Doc Gynéco, che erano e sono tutt’ora i classici di una generazione.

Dipingere poeticamente la situazione sociale, descrivere ambienti urbani duri e, magari, colorarli, sono aspetti che mi piacciono da sempre e questo atteggiamento ha trovato, a mio parere, il suo modo di esprimersi più concreto proprio attraverso l’hip hop. Crescendo ho capito che i sample usati all’interno rap provenivano per lo più dal funk, quindi, cominciai ad ascoltare un programma radiofonico dedicato al funk. E, anche in questo caso, decine le cassette registrate. Un giorno lasciai la radio accesa e, non appena terminò il solito funk, cominciò un altro programma di musica elettronica. È così che ci sono arrivato. Eravamo nel pieno del fenomeno electroclash, primi anni Zero. Mi sono preso un enorme schiaffo tra Radio Caroline, la scena di Grenoble con Miss Kittin, The Hacker, le release di un’etichetta quale International Deejay Gigolo Records, ecc.

A distanza di anni, ti definiresti ancora un ‘ricercatore’ o preferisci essere un ‘dj’?

Si può essere ricercatore senza fare il dj, ma non è possibile fare il dj senza essere almeno un ricercatore. Per questo motivo, mi definirei sia ricercatore che dj.

Quale artista o dj ti ha influenzato di più durante il tuo percorso musicale?

Una domanda del genere potrebbe richiedermi giorni per una risposta esaustiva, ma cerco di restringere un po’ il cerchio. Nell’ambito del djing, grazie a Rabih Beani ho compreso che potevo suonare tutto ciò che volevo senza compromessi, perché la sua non è solo musica, ma è anche coscienza sociale, geopolitica e, quindi, energia e rabbia. Mi ha proprio acceso una lampadina in testa. Da un punto di vista più psichedelico, se non allucinogeno o visionario, sono importanti sia le produzioni dei Future Sound Of London che quelli Mike Paradinas, posiziono entrambe metto sopra a tante altre. Sempre sul fronte djing, ammiro Jeff Mills, ma è scontato, e Lee Gamble. Questi artisti mi hanno nutrito e mi hanno fatto capire tante cose. Al momento, grazie a etichette quali Dark Entries, Domestica o Mannequin ho cominciato a scoprire un ‘panel’ che mancava alla mia crescita, tra sonorità new wave, EBM, industriali che mi hanno molto colpito.

In che modo hai interiorizzato il suono della Città Eterna?

A Roma c’è un livello altissimo da sempre. Quando vivi tra act quali D’Arcangelo, Marco Passarani, Lory D, MAT101, Francisco, Donato Dozzy, Commodity Place e label come Nature Records, Slow Motion Records, MinimalRome e altre, avverti che c’è qualcosa nell’aria. Artisti ed etichette locali sono una fonte senza fine di musica fatta a regola d’arte e con passione. Anche se in parte non li conosco di persona, mi sono sempre sembrati come dei fratelli maggiori. Sono veri e propri pilastri, referenze grazie alle quali un giovane non si sente perso nel mondo durante la crescita del suo profilo da dj.

La militanza con Ultrasuoni Records un’altra storia da raccontare. Com’è nata la tua collaborazione con Marcolino? Ricordi un episodio particolare in negozio?

Non ricordo un episodio specifico, ricordo, invece, due ragazzi appassionati che credevano fortemente in ciò che facevano, a volte persino in modo utopico perché, purtroppo, ed è un dato di fatto, non si può vivere a Roma vendendo vinili. Ultrasuoni Records è stata la mia università. Ed è stato emozionante essere quasi l’unico negozio in città ad aver promosso una certa musica di qualità, facendola scoprire a terzi.

Non hai perso l’abitudine di andare in bicicletta. Ralf Hütter, ultima originale incarnazione del primo nucleo dei Kraftwerk, ha dichiarato che “la bicicletta è armonia totale tra macchina e uomo”. Qual è il rapporto tra musica e movimento?

Sono entrambi vie di fuga. Di una libertà estrema.

Prima di intraprendere anche il percorso da produttore, hai affermato che i tuoi futuri brani sarebbero state le copie ‘esatte’ della tua anima. Un paio di dischi dopo, questi frammenti cominciano a essere abbastanza interessanti da ascoltare.

Il tempo mi fa dire che, probabilmente, è attraverso il lavoro di ricerca per La Beauté Du Négatif e i dj-set che sarò riuscito a esprimere il mio stato d’animo, pur non disponendo di uno studio e, soprattutto, essendo più attratto dal djing che dalla vita in studio.

Che importanza hanno per te verbi quali ‘improvvisare’ e ‘sperimentare’?

È, forse, poco rock, ma non improvviso mai. È tutto studiato e preparato.

Tre anni dopo le release del catalogo de La Beauté Du Négatif sono diventante otto. Quale atteggiamento assumi nei confronti di chi invia un demo?

Lo ascolto volentieri, però, preferisco di gran lunga svolgere ricerche in prima persona.

La prima etichetta che hai avviato è stata una vera meteora: (Synasthesie Schallplatten). Cento copie numerate per la sua finora prima e unica release, tra ambient e drone, cioè il magnifico album di Nimh, intitolato “This Crying Era” (2012).

Non escludo un suo ritorno. L’attività riprenderà, però, quando sarò ricco.

Quali saranno, infine, i tuoi progetti futuri?

Continuare con date interessanti in giro per l’Europa, proporre ancora più release su La Beauté Du Négatif, ma la vera novità è che sono al lavoro su una nuova label, della quale non anticipo nulla, con la prima uscita prevista a gennaio. Mi piacerebbe anche trascorrere un po’ di tempo in Sudamerica. O, magari, in Africa.

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