Reggie Dokes – Until Tomorrow EP.

Reggie Dokes – 'Until Tomorrow EP.'

L’uomo che sfuggiva ai riflettori. Non si tratta del titolo di un film, ma della storia di un artista di Detroit che, per anni, è stato forse tra i più sottovalutati produttori in circolazione. Seppur trascurato, Reggie Dokes ha tenuto duro, continuando a fare ciò che gli riusciva già naturale: produrre musica. Grazie al sostegno di Derrick May, si è poi fatto strada e, a partire dal 2001, si è impegnato nel lancio della propria etichetta.

Attraverso Psychostasia Recordings, ormai ferma da più di un lustro, ha rilasciato tre 12” e quattro album, cioè “The Afromation” (2004), “The Vault Vol. 1 (Unreleased Material)” (2005), “The Vault Vol. 2.5” (2006) con Koomba Project, “My Electronic Mind” (2006), che hanno raggiunto valutazioni al limite del costoso da renderle introvabili. Un simile biglietto da visita gli ha così permesso di attraversare l’oceano Atlantico e approdare su alcune etichette europee, Royal Oak in testa.

È il 2009, l’anno della maturità artistica. C’è qualcosa di speciale nell’house di Reggie Dokes: giace nel suo mai univoco modo di sovrapporre i vari elementi di una traccia, ricorrendo a psichedelici accordi, seducenti strings o, semplicemente, a quanto di più gioioso può esserci nelle note di una pianoforte, senza trascurare quell’inconfondibile battito che, talvolta, la rende adattabile al dancefloor più esigente.

Poco tempo dopo, furono pubblicati due remix di Until Tomorrow – il primo da parte del proprietario della Clone Records, Serge Verschuur, in coppia con Gerd, il secondo firmato dall’abile Ben Sun – su un’edizione davvero speciale, unica per la Royal Oak, inizialmente considerata come una sussidiaria, limitata a centocinquanta copie e in vinile grigio, intitolata, di conseguenza, “Until Tomorrow (Remixed)” (2010).

Rilasciato, invece, in cinquanta copie a novembre 2009, “Until Tomorrow EP.” (2010) è stato presto ristampato per soddisfare gli appetiti degli attenti consumatori. Le melodie della title-track espongono, infatti, l’ascoltatore a un vasto insieme di sensazioni derivanti dal sovrapporsi di lussureggianti arrangiamenti, di sicuro impatto. I battiti rallentano, invece, in Yellow Toe, ma si naviga in acque sicure. Si tratta di una traccia altrettanto ispirata, così come la precedente.

Infine, l’accattivante The Beginnings Of Ra mette in luce l’autentico, profondo e mai sopito amore per il jazz più lussuoso. Non è, dunque, un caso che, per gli appassionati del genere dell’ultima ora, per i nostalgici di Theo Parrish e persino per chi preferisce un approccio più celebrale alla musica, Reggie Dokes ha finito per rappresentare una boccata d’aria fresca, non necessariamente nuova, ma profonda.

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