Records Without Warning

Nephogram Editions

Franz Rosati, sound e visual artist, è il co-fondatore di Nephogram Editions, etichetta pronta a rilasciare la ventesima release di un catalogo di difficile definizione tra algide astrazioni, allucinazioni elettroacustiche e un sottile minimalismo, senza rinunciare ad approcci strumentali più morbidi. La sua ricerca sonora è complessa, quasi spigolosa, il cui punto di partenza può persino essere la costruzione di un software ad hoc. Nel corso dell’intervista, il produttore romano ricostruisce i pezzi del puzzle non solo dei ricordi, precisando le sue linee guida editoriali, così come i motivi per cui preferisce un cd a un vinile e anche i dischi che, retrospettivamente, avrebbe voluto finalizzare su quella che, in principio, era soltanto una delle tante netlabel in circolazione.

A cosa si riferisce il nome Nephogram Editions?

Per ‘nephogram’, in ambito meteorologico, si intende una fotografia di formazioni di nubi scattata per scopi analitici. Si potrebbe aprire una parentesi infinita riguardo le suggestioni che hanno portato a scegliere il nome. All’epoca, tra il 2006 e il 2007, ero preso dallo studio della musica stocastica di Iannis Xenakis e da ascolti quali Curtis Roads, Horacio Vaggione o Zbigniew Karkowski, ‘discepoli’ dell’artista greco.

Nel codice di questi compositori, che utilizzano tecniche di granulazione e sintesi granulare, il termine ‘nube stocastica’, volto a indicare una massa di suoni diffusa nello spazio acustico secondo leggi probabilistiche, è uno dei più ricorrenti. La mia intenzione era riprendere qualcosa che avesse un legame con esso. Non mi sono mai piaciuti i riferimenti didascalici, per cui sia io che Stefano Pala, co-fondatore dell’etichetta e già noto come UKQWJB, cercammo qualcos’altro che potesse restituire un’interpretazione delle suggestioni più libere, non legate a un ambito tecnico specifico.

L’avventura della label è cominciata nel 2007 con una serie di uscite solo digitali. Quali sono state le idee dietro questa scelta del formato?

Originariamente, la logica del ‘free download’ e la volontà di far parte dell’allora crescente panorama delle netlabel scaturiva da un discorso etico, persino politico, e legato alla diffusione libera della cultura. Sono sempre stato legato al mondo dell’open source e al modo di dire ‘sharing is caring’, che si è riflesso sul modo iniziale di diffondere la musica: creare un catalogo accessibile e condivisibile per tutti. I passaggi burocratici, i costi e la libertà che caratterizzano una netlabel sono più leggeri, se non nulli e limitati alla sola gestione del sito e all’attenzione posta nella diffusione dei file, rispetto quelli che deve sostenere un’etichetta che pubblica in formato fisico. Mi sembrava qualcosa che avesse a che fare solo con la musica e nient’altro.

Il formato fisico ha molti limiti: è deteriore, può rompersi, danneggiarsi, ha dei costi e, inevitabilmente, la produzione di un cd o vinile influisce sull’impatto ambientale. Naturalmente, il mio discorso è teorico, non condanna le tante etichette indipendenti e le loro scarse tirature . In buona sostanza, erano queste le ragioni e le motivazioni principali e, a oggi, le riterrei anche un po’ ingenue. La scelta di passare al formato fisico viene, invece, non tanto da un discorso di profitti economici, che comunque sono bassi e al massimo sufficienti per stampare la release successiva, quanto piuttosto dalla voglia di legare la musica a qualcosa di materico che possa servire a mantenere un rapporto concreto con l’ascoltatore o il supporter.

Il cd è anche il formato che per me rappresenta il miglior compromesso possibile tra qualità di ascolto, peso, dimensione e possibilità creative estetiche. Ho sempre trovato affascinanti, ad esempio, le grafiche sul supporto stesso. Questo è un aspetto cui riservo attenzione e di cui mi occupo in prima persona, pur non essendo un grafico, diversamente dagli artwork che sono commissionati ad artisti visivi o fotografi.

Nephogram Editions si pone come un collettivo di menti che esplorano la fusione tra diversi linguaggi, con l’obiettivo di produrre documenti attraverso avanguardia, cultura pop e nuove tecnologie. Un’apertura a trecentosessanta gradi?

Ciò che ho cercato di fare è dare molto più spazio all’intenzione musicale che alla forma, alla coerenza timbrica o ‘di genere’. Non m’interessa produrre un disco pop nel senso comune del termine, ma posso trovare interessante avvicinarmi a qualcosa che sfrutti una matrice di quel tipo. È il caso del duo Routine, ad esempio, che ha realizzato un album di ‘canzoni’ a tutti gli effetti, ricorrendo a un insieme di suoni di matrice elettroacustica e concreta uniti a un minimalismo compositivo caratterizzante. “GRIDSHAPE” (2012) con Francesco Saguto nasce, invece, più dall’esigenza di recuperare un certo approccio ‘progressive’ all’interno del contesto elettroacustico.

Mentre scrivevamo i pezzi, la mia idea era quella di riprodurre una sorta di suite divisa in movimenti, che avesse dentro un potere evocativo legato ai passaggi di stato della materia, metaforizzato poi con gli stati liminali descritti dall’antropologo Arnold Von Gennep. Stesso discorso per altri lavori come, ad esempio, “IIN” (2012) di Darius Ciuta, in cui ho trovato qualcosa di molto suggestivo vicino al black metal originario, pur non avendo poi nulla a che vedere con questo genere da un punto di vista contenutistico, timbrico o strutturale. Il materiale è crudo, immediato, semplice e senza troppa elaborazione. Allo stesso tempo, è scuro e dirompente. Una sorta di negativo di “Transilvanian Hunger” (1994) dei  norvegesi Darkthrone, per quanto mi riguarda.

Ci sono anche lavori che ho scelto perché, per me, sono stupendi esempi di elettronica sperimentale come “Xuan” (2013) di Ennio Mazzon, che è ben oltre l’essere un semplice esercizio di stile e svela degli approcci al modo di pensare il suono che condivido e mi entusiasmano. Si tratta di un album eccezionale, che non ammicca ai trend del momento. Lo stesso identico pensiero lo applico, per quanto riguarda le nuove tecnologie, forse perché sono il mio strumento di lavoro nel quotidiano, perché è sempre difficoltoso attribuire loro una valenza estetica senza sfociare in qualcosa che sia tecnocratico. Il virtuosismo tecnologico va bene in alcuni contesti in cui c’è una dichiarazione di intenti specifica, altrimenti non è virtuoso e lo trovo anche estremamente noioso e autoreferenziale.

Sia io che Ennio Mazzon o Andrea Valle, poi, facciamo un uso costante di linguaggi di programmazione per produrre la nostra musica o suonarla durante il live, o riprodurla all’interno di installazioni interattive. In poche parole, progettiamo interamente il software che ci serve per suonare, per scrivere musica o produrre i nostri suoni. Preferisco quando le nuove tecnologie sono invisibili ma presenti, cioè uno strumento per lo sviluppo di un concetto prettamente estetico. È una condizione propria all’attività in studio di molti amici, come lo stesso Andrea Valle, o artisti al di fuori del giro Nephogram Editions, ma con cui c’è un dialogo frequente come Roberto Pugliese, Simone Pappalardo o il collettivo Quiet Ensemble.

In conclusione, l’etichetta è una realtà tutt’altro che aperta, in cui la cosa più importante è, comunque, l’output estetico. Tutto il resto che vi ruota intorno, o che sta dietro, a partire dal processo creativo e relativa aneddotica, mi piace che rimanga ‘esoterico’ e solo vagamente intuibile, salvo appunto in contesti di condivisione come workshop in cui, però, si da pieno risalto al lato tecnologico finalizzato a scopi di crescita collettiva.

Ti definiresti un label manager ambizioso?

Non sono mai stato ambizioso, gestire un’etichetta come Nephogram per inseguire una qualche ambizione sarebbe un fallimento in partenza! Ho la necessità di stampare quel disco che mi piace, sono tremendamente felice quando esce, sono tremendamente felice quando qualcuno mi scrive per dirmi che gli è piaciuto. Sono rimasto come un adolescente, faccio sentire dischi agli amici per il gusto di condividere qualcosa che mi ha smosso e ha innescato in me un cambiamento.

Se, poi, l’etichetta ‘ha un suo seguito’ come conseguenza, non posso che essere contento. Un anno e mezzo dopo il passaggio al formato fisico, non mi sarei aspettato mai di iniziare ad avere già degli ascoltatori abbastanza affezionati un po’ ovunque e un così buon rapporto con la stampa indipendente che, poi, credo sia l’unica davvero interessante grazie alla quale io stesso scopro molta musica.

Gli ultimi tre anni hanno ampliato il roster di artisti che hanno firmato almeno una release per l’etichetta. Sei pronto a riavvolgere il nastro dei ricordi?

Fare un riassunto mi richiederebbe una seduta d’ipnosi regressiva! Ci s’incontra in giro e per qualche ragione si rimane in contatto o ci si manda a quel paese.

Quali sono gli elementi che ti inducono a contattare un artista?

Di sicuro, la familiarità immediata con il suo lavoro e l’approccio stesso del musicista. In generale, non sono incline alle scelte troppo ragionate e pianificate o, peggio ancora, alle ‘strategie’ di marketing legate alla tipologia di questo o quel disco da produrre.

Che approccio hai nei confronti di chi ti invia un demo?

Ricevo molte richieste di ascolti e proposte di release. Ascolto sempre i lavori, mi piace conoscere nuovi musicisti proprio perché magari arriva quel materiale che mi stimola a inviarlo in stampa. Difficilmente, rilascio materiale che mi viene proposto dall’esterno. Preferisco scegliere e contattare artisti che seguo o con cui condivido anche esperienze umane: è uno scambio di tipo diverso.

C’è un disco che ti sarebbe piaciuto rilasciare?

Sicuramente “One And Many” (2005) e “Nerve Cell_0 – For Cello And Computer” (2012) di Zbigniew Karkowski e Anton Lukoszevieze, o “Cardiac Strain” (1997) di Aube, che dieci anni fa hanno cambiato il mio modo di ascoltare e che tutt’ora ascolto di frequente. Mi piacerebbe aver pubblicato anche lavori queli “Juxtaposition” (2004) dei Radian o “Suspension” (2001) di Oren Ambarchi. In realtà, me ne vengono in mente tantissimi, a cominciare dall’intera discografia dei This Heat, ma rischio di compilare una specie di top ten! Più concretamente, mi sarebbe piaciuto rilasciare un disco dei Solderwire, un progetto per chitarra elettrica, batteria, percussioni ed elettronica, tra i più importanti per me e di cui rimane un cd autoprodotto e datato 2010.

Ho portato avanti il progetto insieme a Federico De Biase alla chitarra e DanieleGrünDe Santis alle percussioni tra il 2009 e il 2011 e spero di trovare il modo per tornare a suonare con loro. Un altro piccolo rammarico riguarda il non aver mai rilasciato alcuni miei lavori audiovisivi come il trittico composto da Pathline #1, Streakline #1, Streamline #1 che, un po’ per scelta, un po’ per difficoltà di adattamento al formato sono rimasti soltanto lavori propri di contesti live. In questo senso, mi rifarò a breve pubblicando su Nephogram Editions il mio nuovo lavoro solista.

L’etichetta è anche una piccola valvola di sfogo per le tue produzioni?

Credo che dipenda dalle circostanze perché, da quando sono passato al rilascio su supporto fisico, ho cercato di ridurre al minimo la mia presenza come artista all’interno di Nephogram Editions, anche se è inevitabile che inserisca dei miei lavori, un modus operandi proprio soprattutto degli primi tempi della label. È scontato, poi, che in molti casi, per ragioni di tempo o libertà di scelte, preferisca dare la precedenza a un mio lavoro, piuttosto che perdere mesi dietro ad altre etichette che, ovviamente, hanno già i loro piani. Mi dispiace che il mio materiale invecchi.

In questo senso, sia per quanto riguarda la dimensione live che quella delle release, ho sempre preferito essere contattato, piuttosto che rincorrere chi ha un progetto editoriale simile al mio. Non mi sembra educato contattare un’etichetta di cui magari ho comprato solo un paio di dischi per, perdonatemi l’espressione gergale, ‘battergli’ il rilascio, dato che sono al corrente delle difficoltà della faccenda. E ciò si riallaccia ai riferimenti allo scambio umano di cui sopra.

Quali sono i problemi che affronti come label manager?

I problemi, molto spesso, finiscono per essere alla fine più delle gioie, perché, innanzitutto, è difficile costruire un network di ascoltatori e affezionati che iniziano a seguire l’etichetta. Si tratta di un processo tra i più lunghi e complessi. Ed è altrettanto difficile mantenere viva l’attenzione senza trattare l’ascoltatore come un cliente di un negozio e sentirsi, quindi, dei semplici venditori.

I costi della stampa sono elevati e spesso capita di far uscire del materiale che, magari, per mesi è fermo o inizi a vendere all’improvviso, dopo una recensione o qualche altro fenomeno di risonanza. Al di là dei problemi, la soddisfazione vera giace nel vedere giornalisti indipendenti, ascoltatori, colleghi e musicisti che si appassiona al tuo lavoro. Ciò è impagabile. Se l’etichetta continua a esistere nonostante le difficoltà, è merito di chi la supporta, non di certo mio che, grazie alle mie doti manageriali, potrei far crollare il mercato del porno in mezza giornata!

In questo senso, è stato fondamentale l’aiuto di Imago Meccano, co-autore con Paul Molyneux di “A Narrow Ambiece” (2009), un progetto che ho apprezzato. Oltre a essere un musicista che stimo profondamente, Imago Meccano è diventato un po’ il braccio destro della Nephogram Editions, contribuendo quotidianamente a tenere in ordine social network e a portare avanti questioni di amministrazione varia ed eventuale, legata per di più sia alla comunicazione che allo scambio di idee legate al c.d. ‘che fare’.

Com’è cambiato il mercato? C’è qualcosa che ti manca degli scorsi anni?

Niente, frequento ancora i negozi di dischi. Il mercato non è cambiato, ma è in corso un processo di riallineamento con le necessità dettate dalle attuali tipologie di ascoltatore. Guardo con un po’ d’insofferenza la pressione esercitata dal fascino delle distribuzioni digitali, non il digitale tout court. Inserire il proprio catalogo on-line è qualcosa di inutile in termini di profitti e visibilità per un’etichetta indipendente.

Basta stilare un contratto e due settimane dopo si finisce anche su siti non ufficiali. Ne risulta una grossa perdita di tempo, dieci download di più, dieci dischi venduti in meno, ma continua ad avere poco senso che qualcuno compri un disco su Nephogram Editions in un mare virtuale, piuttosto che sul sito dell’etichetta, vale a dire ‘a casa’.

Hai mai pensato di stampare edizioni in vinile o in cassetta?

Ovviamente sì, anche se ci sono diversi fattori da considerare. Il vinile non mi piace, è ingombrante e release come quelle di Darius Ciuta o dei Routine su quel supporto avrebbero avuto davvero poco senso. La pasta ‘clinica’, e per molti ‘asettica’ del cd, invece, mi è più familiare e concilia l’ascolto. Forse, perché sono cresciuto con la musica che in quel periodo viveva la transizione dalla cassetta al cd e il giradischi era pressoché scomparso in molte case. Oltretutto, il vinile ha dei costi di produzione che al momento sono troppo elevati e non sostenibili. Probabilmente, in futuro pubblicherò materiale audiovisivo in dvd audio di alta qualità.

In che modo Roma ha influenzato o influenza la tua musica e le tue scelte?

In tantissimi modi. Roma è una città fondata sul contraddittorio, sul contrasto tra antico, moderno e contemporaneo, su un contrasto politico forte. È una città delineata da comportamenti tanto provinciali quanto da situazioni che spingono con forza per rovesciare un senso di vuoto culturale presente, nonostante le risorse istituzionali, per lo più obnubilate da non si sa cosa. In questa città, vivono milioni di persone provenienti da tutta Italia e da tutto il mondo.

Le rovine, in netta opposizione con gli edifici di nuova costruzione, sono la cosa che mi colpisce di più e, senza dubbio, sono come attratto dal suono e dalla struttura in movimento del traffico, tra gli spostamenti lenti dei veicoli, gli scatti istintivi e la frustrazione dei guidatori, la cui componente razionale è quasi totalmente inibita. Mi piace osservare la liberazione degli sciami di auto ai semafori o alle uscite dalla tangenziale. Il suono e il rumore prodotto da queste cianfrusaglie meccaniche in movimento sono affascinanti come il frastuono microscopico che può essere rilevato in un bosco silenzioso in teoria. È, comunque, natura, tanto prevedibile quanto caotica allo stesso tempo, simile allo spostamento degli ammassi nuvolosi.

Circa la vita quotidiana in questa città credo, invece, che la cosa migliore è non prenderla sul serio, ma impegnarsi ad arrivare a fine mese, pagare l’affitto e continuare a supportare le realtà che contribuiscono a renderla un posto migliore, gli spazi occupati, i piccoli studi di registrazione o i circoli ARCI che si avventurano in imprese di diffusione culturale apparentemente titaniche e che, poi, diventano la seconda casa di tanti artisti, fruitori o gente che ascolta e vede certe cose per la prima volta. Il cambiamento è un processo lento e Roma è la città eterna.

Cos’ha Nephogram Editions in cantiere per il futuro?

Continuare a fare dischi senza preavviso.

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