Raised By Soundtracks

Filippo Diana

“Nemesi” (2016) un piccolo viaggio indietro nel tempo. Una sorta di tributo alle colonne sonore che hanno contribuito a rendere grande il cinema di genere italiano e, contemporaneamente, un tentativo di recupero di alcune atmosfere proprie di quello straniero, già orientato su tematiche horror e sci-fi. Il secondo 12” pubblicato dalla Kooaad Muzik l’unico biglietto da visita esibito dal misterioso Filippo Diana, un artista pronto a scandagliare anche il repertorio library per caratterizzare il proprio sound.

Il palco del festival Unibeat segnerà il tuo debutto ufficiale.

Sarà la prima performance dal vivo in assoluto. Sono già abbastanza emozionato. Da parte mia, c’è anche tanta curiosità. Chissà come reagirà il pubblico alla mia musica.

Quali artisti hanno influenzato il tuo percorso musicale?

Sono numerosi gli artisti che mi hanno influenzato. Difficile ricordarli tutti, potrei dimenticarne qualcuno ma, ovviamente, cito John Carpenter tra gli stranieri e, in special modo, Piero Umiliani e i suoi pseudonimi, Stelvio Cipriani, Piero Piccioni Amedeo Tommasi tra gli italiani. In tal senso, il mio progetto assume i connotati anche di una sorta di tributo a queste eccellenze, geniali e, spesso, al di là degli schemi compositivi.

In che modo hai interiorizzato il suono del cinema di decadi fa?

In un modo del tutto naturale, sono cresciuto negli anni Ottanta, guardando la televisione e andando al cinema e, come i miei coetanei, a pane e film horror o sci-fi.

Singolare il concept di “Nemesi”. Ognuno dei suoi brani potrebbe essere sovrapposto a uno o più frame. Una colonna sonora per una pellicola inesistente.

Casualmente, perché realizzata la title-track, fui invogliato a continuare su una falsariga cinematica. Le tracce del 12” compongono uno score per qualcosa di immaginario. Lo stesso artwork è stato realizzato seguendo lo ‘storyboard’ che avevo scritto in precedenza, quindi, funge da supporto visivo alla musica contenuta tra i solchi del vinile.

Che cosa hai scoperto di te stesso durante la creazione del 12”?

Ho acquisito una certa consapevolezza nei miei mezzi. Comporre vera musica per film sarebbe una grande sfida e, soprattutto, una soddisfazione incredibile.

Una traccia è completa quando?

Da un punto di vista concettuale, una traccia potrebbe non essere mai completa. Probabilmente, è da considerata ultimata quando riesce a suscitarmi l’emozione che mi sono prefissato in partenza. Da un punto di vista tecnico, è completa nel momento in cui qualsiasi frammento sonoro aggiunto non la migliora ma, paradossalmente, ne penalizza la resa ultima. Mi piace immaginare un brano come la tela di un quadro, dove ogni elemento ha la sua collocazione e la sua ‘tinta’, il che, in termini acustici, si riflette anche nella necessità di rispettare le singole frequenze proprie di ogni suono.

Com’è andata con Kooaad Muzik ?

I responsabili dell’etichetta hanno ascoltato i brani del mio progetto e hanno deciso di pubblicarli. Una vicenda a lieto fine. C’è un gran feeling con la Kooaad Muzik.

Qual è il tuo rapporto con i macchinari? Hai un modus operandi in studio?

Ogni strumento può essere utile. A prescindere da quelli analogici o digitali, l’importante è il risultato finale. I miei brani hanno un titolo ad hoc, provano a raccontare qualcosa, a suscitare un’emozione. Mi sento a mio agio in studio, suono in libertà.

Che importanza hanno verbi quali ‘improvvisare’ e ‘sperimentare’?

Verbi del genere sono facce della stessa medaglia.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Dalla pubblicazione di “Nemesi” in poi, ho realizzato diverse tracce che, a mio avviso, hanno ispirazioni più ampie, in odor di kosmiche musik tra anni Setttanta e Ottanta. Alcune di queste saranno parte del mio live al festival Unibeat, altre saranno pubblicate da label italiana niente male. Intanto, non è da escludere un altro 12” su Kooaad Muzik.

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