Quiet Village – Silent Movie

Quiet Village – 'Silent Movie' (2008)

Una partenza in sordina. Nell’ordine: dapprima tre intelligenti singoli stampati su 12”, poi due intriganti remix realizzati per François K. (The Road Of Life) e Gorillaz (Kids With Guns). E per Matt Edwards, già conosciuto con lo pseudonimo Radio Slave, è cominciata una vita parallela. L’altra metà dei Quiet Village, di stanza a Brighton, è invece il produttore Joel Martin, appassionato di musiche di alcuni decenni fa, specie se di provenienza italica, come le colonne sonore dei poliziotteschi, film riscoperti e celebrati di recente da una parte della critica cinematografica spesso incapace di guardare oltre alcuni scontati orizzonti. Un nobile interesse che risulta particolarmente funzionale al progetto del duo, perché “Silent Movie” (2008) recupera proprio lo sterminato bagaglio di elementi e stilemi del panorama disco, jazz, lounge, soul di quarant’anni fa.

Suoni che, nuovamente missati, con l’aggiunta di frammenti vocali, rumori sottesi o note direttamente emananti da strumenti, garantiscono la realizzazione di un viaggio tanto cinematico quanto emotivo. Sospese tra realtà e fiction galleggiano rimbombi di chitarre blues, svariati archi da camera e un tripudio di grida, risa, versi di uccelli, fino alle onde del mare e la sua immancabile risacca, senza dimenticare il canto di sospiranti sirene. Ogni traccia, connotata da numerose variazioni al suo interno, è così in grado di raccontare una storia, suggerire un percorso da seguire, invitare alla contemplazione di sfondi, paesaggi, orizzonti. Nell’arco di una sola singola ora di pura musica. “Silent Movie” non è un disco classificabile sotto l’etichetta ‘dance’ ma, di certo, non è privo di ritmi e battute. Ugualmente, non è un disco ‘suonato’, ma neppure elettronico tout court.

Debuttare con una simile release non è impresa da tutti, ma è giusto tributare un applauso alla Studio !K7, etichetta già in passato abile nello scovare talenti – e lanciare, ad esempio, un ensemble come i Cobblestone Jazz – e nel rilasciare lavori che spaziano dal live di Henrik Schwarz al nuovo album degli Swayzak, fino alle compilation dei Booka Shade e di Carl Craig. È apprezzabile il tentativo della label tedesca di allargare il proprio roster di artisti al di fuori di sonorità minimal et similia: ciò equivale a compiere un passo avanti per offrire qualcosa di diverso ad appassionati non necessariamente dell’ultima ora. Non è affatto facile mantenere alta la qualità del prodotto finale, oltre che la sempre importante attenzione dell’ascoltatore per un album intero composto di bagliori caraibici e influenze vintage: enorme era il rischio del ‘già sentito’.

“Silent Movie” è, invece, un lavoro di un’eleganza indecifrabile. Ogni singola composizione è misurata, non intende stupire con artifici di chissà quale sorta. Si privilegia un profilo basso, in direzione di una profondità maggiore, avvolgente a tratti. Il merito dei Quiet Village è, dunque, quello del sapersi rapportare, con scioltezza, in maniera coerente con un glorioso passato, tra contaminazioni e campionamenti, mettendoci molto cuore per una visione corale, a tratti psichedelica, e persino sensuale. Non si tratta di un’operazione commerciale, bensì di un vero atto d’amore per un sound impregnato d’incanto. E non è casuale che il nome del duo sia stato preso in prestito dal titolo di una composizione di Martin Denny, padre putativo del filone ‘esotico’, testimone dei primi tentativi di mescolanze tra sonorità latine e orientaleggianti.

Ascoltare “Silent Movie” è un’esperienza da compiere a occhi chiusi. È come vivere un sogno. Di una notte o, forse, di una vita. È un qualcosa di istantaneo, scagliato nelle intime profondità dell’anima, sospesa tra recondite paure e raggianti speranze. Perché è, anche a occhi aperti, un colpo in un istante. Suscita un un turbinio di emozioni a partire dal latente e sibilante cinguettio dei gabbiani alti nel cielo, un attimo dopo la fine della sfavillante Victoria’s Secret, con un corposo frammento preso in prestito da The Coldest Days Of My Life dei Chi-Lites, tra l’oboe bucolico e i placidi violini. Stuzzicanti gli echi funk di Circus Of Horror, il miglior pezzo dei dodici proposti dai Quiet Village, travolgente con i suoi indimenticabili flauti e le grida in sottofondo. Segue, a ruota, il beat languido di Free Rider, che coniuga un’elettronica dolce in chiave Air con ingredienti dub.

Il soul di Too High To Move, piuttosto, cadenzato da note di piano e imbottito di jazz vellutato, deriva da un sample della splendida Fly Too High (Instrumental) di Giorgio Moroder. Il cocktail party continua con il coraggioso reggae di Pacific Rhythm prima e il vibrante trip-hop di Broken Promises, che ricorda da vicino i gemiti sinfonici della Cinematic Orchestra. A seguire, la soave e suadente Pillow Talk, costruita sulla versione di Voyager firmata dalla band The Alan Parsons Project. Una pausa evocativa che rallenta il flusso downtempo, per poi riprenderlo con rinnovato battito, pulsante ed iscritto in un nuovo frizzante momento, cioè Can’t Be Beat: nient’altro che un re-edit rallentato di un classico della disco quale The Days Of Pearly Specer di Trademark. La missione è compiuta. L’obiettivo sonoro centrato. Il melting pot nostalgico.

Con Gold Rush sono, invece, rievocati i Thievery Corporation per un trascinante groove ed un caliginoso mood, entrambi impossibili da scrollare di dosso. Anche l’Africa fa capolino in questa prima opera dei Quiet Village, specie con Singing Sand, segnata da mani che hanno accarezzato parecchi tamburi. Infine, un rasserenante tocco finale. Da una parte il liquido arpeggio di Utopia, in scia a Steam Forest di Andreas Vollenweider. Dall’altra la quiete balearica di Keep On Rolling. Le conclusioni sono quanto mai scontate. “Silent Movie” non può che essere, senza ombra di dubbio, uno dei dischi che splendono di luce propria. Da lasciar scorrere dall’inizio alla fine. Per più di una volta. Non importa se di giorno o di notte. Ciò che conta è la versatilità cool diffusa nell’aria ad ogni suo ascolto. O l’illusione di rivivere costantemente un passato dai toni acquerello.

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