Prodigy – The Dirtchamber Sessions Volume One

Prodigy – 'The Dirtchamber Sessions Volume One' (1999)

So, I’ve decided to take my work back underground.

A buon intenditor poche parole. L’origine di “The Dirtchamber Sessions Volume One” (1999), un trip denso di suoni e umori, risale a un ‘megamix’ di circa un’ora, trasmesso dall’emittente inglese Radio One nell’ottobre del 1998. A differenza di quanto ascoltato nel corso del programma Breezeblock di Mary Anne Hobbs, alcuni minuti furono tagliati a causa di problemi sorti con il copyright dei brani dei Beatles. Una vicenda che ha visto scendere in campo gli avvocati della Apple, detentrice dei diritti sulla discografia dei Fab Four, contro l’autore del mix, Liam Howlett, e prima della sua stampa.

Il dj dei Prodigy ha fatto spallucce ed è andato avanti lo stesso perché, nonostante lo scorrere del tempo, il successo e la fama, il primo amore non si dimentica mai. Da appassionato di musica, assemblare un prodotto, o meglio, un virtuoso tributo, ai propri idoli era un’occasione troppo ghiotta, forse, utile per riscoprire alcune tecniche di mixaggio. Alla fine degli anni Ottanta, la mente della band britannica era, infatti, parte integrante dei Cut 2 Kill, un trio hip hop dell’Essex. Naturalmente, anche in quel frangente, il suo ruolo era far girare al meglio i dischi.

Un’attività manuale che sembra non aver affatto dimenticato. “The Dirtchamber Sessions Volume One” la chance per mettere in mostra queste doti, registrando una sorta di cassetta ante litteram, con un mixer e il proprio giradischi, allo stesso modo di una volta, quando il dj di turno miscelava le tracce più forti del momento, specie le più ballabili. Gli otto brani finali creati da Liam Howlett racchiudono, piuttosto, il suo background musicale. Un viaggio indietro nella storia, tra singoli ignoti a molti e hit internazionali. Un po’ come sbirciare nella sua collezione privata.

Con un simile lavoro è, inoltre, possibile comprendere a pieno ciò che Liam Howlett intendeva alcuni anni fa quando, in concomitanza con lo stellare “The Fat Of The Land” (1997), ribadiva la sua non appartenenza diretta alla scena dance. In “The Dirtchamber Sessions Volume One” sono rari gli accenni alla techno o all’acid house, parti integranti del complesso patchwork dei Prodigy. Il nuovo puzzle sonoro si compone di una miriade di tasselli, o generi musicali abbastanza diversi fra loro, dal rock al punk, dal big beat all’hip hop. Con un occhio di riguardo all’old school.

Alcuni passaggi del mix sono illuminanti. La scelta di puntare forte su Kool Keith Housing Things e Give The Drummer Some degli Ultramagnetic MC’s un ringraziamento anche al vocalist che ha reso indimenticabile Smack My Bitch Up dei Prodigy che, così come Poison, fa capolino per pochi secondi. Un po’ come Pump Me Up di Grandmaster Flash And The Furious Five. Le prime due composizioni scorrono rapide e, soprattutto, robuste, con tracce quali Bug Powder Dust dei Bomb The Bass o Been Caught Stealing dei Jane’s Addiction. È il preludio alla prima pausa.

Il terzo segmento prende il via tra cactus, polveri e coyote di leoniana memoria. The Mexican dei Babe Ruth, una gemma che al culmine del suo incedere recupera un clamoroso sample del tema di “Per Qualche Dollaro In Più” (1965) firmato, ovviamente, da Ennio Morricone. Uno dei brani preferiti di Afrika Bambaataa, solito utilizzarlo durante le battaglie tra soundsystem newyorchesi, che, interpolato, con Rock The House de The B-Boys lancia al meglio King Kut dei Word Of Mouth. Dai rimandi western allo scratch nudo e crudo. Questo è lo spirito della compilation.

Quando il quarto segmento si chiude in bellezza con la rasoiata Spybreak! dei Propellerheads, con It’s The New Style dei Beastie Boys a cappella, il dado è tratto. Liam Howlett non ha alcun problema a tirare fuori dalla borsa anche New York dei Sex Pistols per la quinta tranche. Il braccio armato dei Prodigy sembra avere una predilezione per quelle sonorità ‘sporche’, che s’incastrano perfettamente le une con le altre trame cutting e crossfading. L’esperienza d’ascolto restituisce un feeling ormai smarrito, tanto euforico quanto frenetico e, soprattutto, votato alla sperimentazione.

Questo mix-up-tape non è per i night-clubber, ma per tutti i b-boys e le b-girls che ancora non conoscono le vere radici dell’hip hop.

Alla fine degli anni Settanta, e salvo alcuni polemici puristi, la gente comune era incline a ballare tutto ciò che il dj di turno, affatto la rockstar odierna, proponeva in sequenze ardite, manipolando semplicemente due vinili, senza alcun aiuto tecnologico. “The Dirtchamber Sessions Volume One” si fregia, inoltre, di I’m Gonna Love You A Little More Baby di Barry White e Public Enemy No. 1 dei Public Enemy all’interno della sesta composizione. La settima, probabilmente, quella più hip hop fra tutte, con Get Down di LL Cool J e Humpy Dance dei Digital Underground.

L’ottava, invece, riserva una coda funk con un altra coppia di classici all time quale Funky Nassau de The Beginning Of The End e It’s Just Begun de The Jimmy Castor Bunch. Cala il sipario sulla compilation ma, cinquanta minuti dopo, il bicchiere è fin troppo pieno. Il mercato è saturo di lavori qualitativamente inferiori, spesso, finalizzati a promuovere gli artisti del roster di un’etichetta o a celebrarne terzi, consentendo agli stessi d’intascare royalty. Mixare oltre cinquanta brani di un certo tipo non è da tutti. Il futuro è nel passato. “The Dirtchamber Sessions Volume One” su XL Recordings: una bomba.

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