Placebo – Without You I’m Nothing

Placebo – 'Without You I'm Nothing' (1998)

Un altro passo avanti nel percorso dei Placebo. Dagli echi punk di “Placebo” (1996) al rock alternativo di “Without You I’m Nothing” (1998), la band britannica ha saputo scalare le classifiche, non solo di gradimento, senza mai rinnegare le proprie radici. È un album di facile ascolto, pubblicato da Elevator Music, Virgin e Hut Recordings, con cui si familiarizza all’istante. Una prima spiegazione del suo successo è da ricercare, probabilmente, nell’amalgama di influenze musicali.

Non a caso, numerose le affinità con un certo stile glam tipico degli anni Settanta, in particolare del David Bowie di “The Rise And Fallo Of Ziggy Stardust And The Spiders From Mars” (1972), con il sound in voga negli Ottanta o un certo retrogusto grunge tipico, invece, dei Novanta. Una seconda spiegazione è, poi, ancora più semplice: giace nella maturazione del trio, non solo come abili musicisti da studio ma, soprattutto, come autori di testi, che ora affrontano temi ambigui, mai banali.

È una carrellata di esperienze violente e di paure nei confronti del mondo esterno. Ombre omosessuali, amori passionali e un latente senso d’insofferenza, comune a molti brani del disco. Il vortice di emozioni è garantito sin dall’inizio, con l’incedere trascinante di Pure Morning, una hit internazionale. Le intenzioni dei Placebo sono serissime. Il ritornello è immediato, le ritmiche implacabili. Le componenti elettroniche ben calibrate. Inconfondibile il timbro vocale di un sensuale Brian Molko.

Una traccia sublimata da un video ormai iconico, con il cantante impegnato a camminare in orizzontale sulla facciata di un grattacielo e sotto gli occhi di una folla stupita. Dopodiché, Brick Shithouse, tra furia e adrenalina, e la ritmata You Don’t Care About Us, il secondo singolo estratto da “Without You I’m Nothing”, che fotografa alla perfezione le idee musicali dei Placebo e, con poche parole, illustra il rapporto psicologico che intercorre tra loro e i fan: “it’s your age, it’s my rage”.

Da una parte l’impossibilità di comunicare propria degli adolescenti, dall’altra la presunzione di chi si candida a essere ‘the next big thing’. Gli amori raccontati dall’enigmatico, se non androgino, frontman, rimangono appesi al respiro del proprio amante in Ask For Answers. L’album registra una morbidezza più diffusa rispetto al precedente che era, invece, quasi rabbioso. La title-track rientra a pieno in questa casistica. La capacità di toccare corde profonde è propria di grandi talenti.

La parabola sentimentale è assai combattuta e colma di deliri soggettivi. Without You I’m Nothing descrive la storia di un ragazzo affetto da disturbi paranoico-ossessivi. I rapporti sociali contemporanei appaiono quanto mai aggrovigliati come fili. È la solitudine in note che adesso prende maggiore consistenza, ma tutto sembra essere salvato dall’effetto ‘placebo’ delle scariche elettriche all’interno di un traccia quale Allergic (To Thoughs Of Mother Earth). Le chitarre tornano a graffiare.

Nonostante ciò, non decade l’atmosfera romantica di cui è permeato l’intero album. The Crawl è, invece, un altro lento di quelli che si ricorderanno negli anni a venire. Every You Every Me, terzo singolo estratto, è in scia. Un inno generazionale da brividi. Orecchiabile ed evocativo. Da amori dolorosi ad amori imprevedibili: è il turno di My Sweet Prince. Un dolce ringraziamento nei confronti di un qualcuno, ancora senza nome, che sembra essere riuscito a separare Brian Molko dalla droga.

La tristezza è propria anche di Summer’s Gone. L’estate è finita, l’autunno è in arrivo. Scared Of Girls traccia il tema dell’omosessualità maschile, Burger Queen riprende quello degli amori impossibili, con la complicità di un malinconico arpeggio. E, come nel precedente “Placebo”, c’è una traccia fantasma, la lenta Evil Dildo, che sopraggiunge dopo otto minuti di silenzio. Profondo e ricco di testi impegnati, “Without You I’m Nothing” un’incisiva conferma dell’ottimo gusto dei Placebo.

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