Patiendum Est

MinimalRome

Non è un lavoro, ma pura passione. Le logiche commerciali sono rigettate al mittente: conta solo il giusto feeling tra esseri umani e macchine. I sani principi di MinimalRome resistono da oltre dieci anni e costituiscono la sua forza più intima, se non il suo cuore pulsante. Nel clima di superficialità dei giorni odierni, le scelte di Valerio Lombardozzi, anche noto come Heinrich Dressel, non possono che dargli ragione.

Tutto sembra scorrere veloce, ma le idee virtuose si distinguono, brillano di luce propria, basti pensare a quelle di uno degli ‘ultimi arrivati’ all’interno della scuderia, Alessandro Parisi. Nel corso dell’intervista, uno dei pilastri dell’etichetta capitolina ci racconta com’è iniziata e proseguita nel tempo questa avventura, focalizzata, al di là del nome, su ciò che all’apparenza non è e, soprattutto, su legami di amicizia e ‘stilistici’.

Cosa ti ha spinto a fondare MinimalRome?

La scelta di avviare un’etichetta era qualcosa che avevamo in mente già dal 1995, quando abbiamo iniziato a produrre e a mixare nell’ambito del collettivo e trasmissione radiofonica “Hard Raptus” sulle frequenze della storica Radio Onda Rossa. Sono trascorsi molti anni da allora ma, da quella e da altre esperienze, è nata MinimalRome.

L’avventura della label è cominciata con la compilation “Broken Pots Hill Vol. One” (2004) e continua con “Hic Sunt Leones” (2013) di Alessandro Parisi e “Witness” (2013) di Polysick. Come sono state scelte le varie release?

Il criterio di selezione è lo stesso dal 2003, da quando siamo partiti. Cerchiamo di dare spazio ad artisti il cui feeling sia lo stesso a noi caro. Non solo sul fronte del sound, relativo all’uso di strumenti analogici, ma anche come approccio alla produzione musicale. Questa è stata la scelta attuata con la nostra prima release, abbiamo, infatti, optato per una compilation, con brani di artisti romani, piuttosto che un’uscita singola.

Ti aspettavi questo tipo di risposta dal pubblico?

Non abbiamo mai avuto grandi aspettative. E non si tratta neppure di non avere ambizioni. A distanza di dieci anni possiamo essere orgogliosi e, soprattutto, contenti di aver mantenuto lo spirito iniziale, che poi ha pagato. La coerenza di essere rimasti legati a un ambito non commerciale è stata recepita dagli ascoltatori. E ciò ci ripaga quando riceviamo demo da artisti sconosciuti o da produttori affermati.

MinimalRome si è aperta anche ad artisti internazionali. Che ricordi hai di loro?

Una premessa è obbligatoria. Feedback/TeslaSonic, Dave Grave/C-34 e Kobol Elecronics/Andreas Herz sono insieme a me dall’inizio o quasi. Gli altri sono prima amici, poi collaboratori. Con tutti è stato semplice capirci e, quando abbiamo chiesto loro di partecipare a una release, sono bastati cinque minuti per arrivare a dama. Spesso, è successo che artisti affermati, come Legowelt, Solvent o The Hacker, ci abbiano sottoposto delle tracce diverse dalle loro solite produzioni, perché sapevano che MinimalRome non è legata a nessun sound in particolare.

Ricordo, ad esempio, com’è nata la prima release di Danny Wolfers nei panni di Nacho Patrol. Cinque anni fa, l’olandese era di scena al Forte Prenestino e ci fece sentire alcune gemme funky esprimendo, però, ragionevoli dubbi sul fatto che quelle tracce avrebbero potuto non suscitare lo stesso interesse delle sue produzioni ‘classiche’ firmate Legowelt. E così, in meno di dieci minuti, era pronta la release “The Maze Of Violence (Il Labirinto Di Roma Violenta)” (2008), poi abbellita da una sporca grafica.

Il già citato “Hic Sunt Leones” appare, invece, più di motto di secoli fa. Forse un piccolo caso discografico tutto nostrano, che conferma l’ascesa di un artista proveniente dalla terra di Unabomber. Perché è stato così speciale?

Perché ha una sensibilità non indifferente, che si sente nella sua produzione musicale, un dato riscontrabile anche nei brani Polysick e in quelli altri amici. Hanno quell’altro motto, ‘patiendum est’, dentro di loro. E non ci possono fare proprio niente! Ho conosciuto Alessandro Parisi quando è venuto a sentirci a Roma, durante le nostre performance al Muzak, ma seguiva le nostre produzioni da alcuni anni.

Quali sono gli elementi che motivano la selezione di un artista per il catalogo?

Ascoltiamo di tutto, ci confrontiamo con i produttori che seguiamo. Tutti gli artisti che pubblicano qualcosa su MinimalRome hanno, inoltre, un approccio legato al mezzo con il quale compongono, vale a dire sintetizzatori e altre strumentazioni analogiche. Ovviamente, intendo anche le macchine con gli oscillatori a controllo numerico che, spesso, purtroppo o per fortuna, sono quelle che ti fanno dannare meno. È una scelta di cuore! Non abbiamo alcun tipo di pregiudizio verso gli strumenti virtuali o le nuove macchine digitali. Quella di utilizzare oscillatori e manopole è, piuttosto, una scelta per noi naturale, oltre che divertente, che ripaga sempre l’ascoltatore.

Che approccio hai nei confronti di chi ti invia un demo? Ne ricevi molti?

Sì, specie da quando non si comunica più solo via mail. Quando entriamo in contatto con qualcuno e capiamo che c’è sintonia, non solo in fatto di sound, siamo aperti e interessati a produrre, perché sappiamo quanto è difficile ottenere una release in vinile. I ‘requisiti’ sono quelli a cui mi riferivo prima, la scelta del suono analogico è, nella maggior parte dei casi, una discriminante. Ad ogni modo, il rapporto con gli artisti che produciamo è alimentato da un continuo confronto e scambio.

C’è un disco che ti sarebbe piaciuto rilasciare durante questi anni?

Almeno tre! E non c’è bisogno di spiegare nulla. I singoli “Aquatic Invasion” (1995) del duo Drexciya e “Portrait Of A Dead Girl 1: The Cause” (1995) di I-f, più l’album “Night Of The Illuminati” (2002) di Squadra Blanco, cioè il solito Legowelt.

MinimalRome è una valvola di sfogo per alcune tue produzioni?

Non è una valvola di sfogo per le mie produzioni, infatti, negli ultimi due anni mi è capitato di collezionare meno release su MinimalRome e impiegare risorse ed energie dell’etichetta per altre sonorità interessanti. Mi piace collaborare con altre etichette di cui condivido lo spirito, spesso si crea un legame che continua nel tempo.

Che sensazioni hai nel dirigere un’etichetta del genere?

MinimalRome è parte dell’industria musicale in quanto produce e vende musica, ma non rispecchia le sue logiche e non insegue i suoi tempi. Per tutti noi, questa non è una fonte di guadagno, non è il nostro lavoro, è una passione. I problemi arriveranno, forse, quando penseremo a MinimalRome davvero come a un lavoro. E non ci spero tanto!

Quanto è cambiato il mercato musicale? C’è qualcosa che ti manca del passato?

Mi mancano realtà che, purtroppo, hanno scelto di terminare la produzione per vari motivi. Il mercato musicale è cambiato in ragione della crescita del digitale: ogni giorno c’è una nuova label, o che dir si voglia. Dopodiché, parlando di etichette che stampano su vinile, ogni esperienza che sta al di fuori delle logiche di profitto dell’industria musicale, spesso, decide di morire: a volte per rinascere con nuovi stimoli. In altri casi si crea un sano ricambio, anche generazionale. Negli ultimi anni, sono apparse etichette che stampano su vinile con un bel low profile come J.A.M. Traxx, Giallo Disco e Signals.

MinimalRome ha, spesso, preferito l’edizione in vinile o cd, entrambe limitate, alla cassetta. Da dove nasce questa esigenza?

È una scelta, non un’esigenza. È accaduto che ci scrivessero per chiederci una ristampa, ma non ha senso. Chi vuole ha tutto il tempo di acquistare il 12” prima che sia sold out. Finora abbiamo pubblicato una cassetta, cioè la versione con bonus track del famoso 12” di Nacho Patrol. Mi piacerebbe farne altre, ma sempre accompagnate da vinili e cd o, magari, ‘premiare’ chi accende i vecchi macchinari con qualche release speciale. In buona sostanza, non siamo molto interessati a produrre musica solo in cassetta.

In che modo Roma ha influenzato la tua musica e le tue scelte manageriali?

Siamo tutti cresciuti a Roma e non esiste modo di non farci i conti. Da un punto di vista musicale, le label capitoline avviate nei primi anni Novanta ci hanno influenzato non poco. Un esempio su tutte è stata, di sicuro, la Sounds Never Seen di Lory D. C’è sempre stata un po’ di confusione, o a volte superficialità, nel voler decifrare la scelta del nome MinimalRome. Per noi ‘minimal’ non definisce alcun genere musicale, ma uno stile di vita o, al massimo, una visione. E nonostante non siamo mai stati legati a un genere particolare, dopo venticinque uscite, nessuna delle quali ‘techno minimal’, ogni tanto capita che ci scrivono per sottoporci proprio demo ‘techno minimal’. Mi arrendo!

Quali sono i progetti futuri dell’etichetta?

Abbiamo release già avviate e altre da definire. Tra le prossime uscite, ci sarà un mio split con Francesco Clemente e una compilation con tracce di Antoni Maiovvi, Umberto, Alessandro Parisi e Vercetti Technicolor. Inoltre, siamo abbastanza impegnati sul fronte live e da queste esperienze potrebbe scaturire anche un altro lavoro di gruppo.

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