No Glory, No Money, No Girls

Andreas Gehm

C’era una volta un ragazzino come tanti che amava ascoltare la radio alla ricerca di nuova musica ed emozioni. Una condizione destinata a replicarsi nel tempo. È la storia di Andreas Gehm, tra i produttori più apprezzati degli ultimi anni, pronto a spingersi oltre il proprio sound, strizzando l’occhio alle scene di Chicago e di Detroit, e sempre sull’onda di un sano entusiasmo, senza prendersi troppo sul serio. Idee complesse, pochi macchinari e tanto talento. Nel corso dell’intervista l’uomo dalla Renania Settentrionale-Vestfalia fa luce sulla sua carriera e ricostruisce sia i suoi inizi che le reali motivazioni che lo hanno spinto a scegliere vari pseudonimi. Strambi per forza di cose.

Quando hai iniziato a pensare che saresti diventato un produttore?

È stata la stessa cosa accaduta a diecimila altri artisti. Da bambino, mi piaceva trascorrere ore davanti alla radio a cercare la giusta frequenza. Niente di speciale. Ero affascinato dai suoni dei sintetizzatori. Ed erano gli anni Ottanta. Il mio desiderio era mettere insieme suoni del genere, insomma, ben diversi dal solito sogno di chi vuole diventare una rockstar. Fu così qualche tempo dopo ci pensai seriamente. Volevo realizzare la mia musica. Per la passione e per le idee, non per la gloria, i soldi o le ragazze. E va avanti così ancora oggi, senza gloria, senza soldi e senza ragazze.

Hai uno o più dischi che ritieni necessari da ascoltare?

Certo, ho i miei dischi preferiti, principalmente della prima scena di Chicago, ma veramente troppi da nominare. Li consiglio tutti!

Quale artista ti ha influenzato nel passato?

Credo che le influenze più importanti siano state K-Alexi e Mike Dunn, Marshall Jefferson e altri di quel periodo. Di sicuro, anche i Drexciya, la musica di James Stinson non morirà mai. È difficile elencarli, nel senso che potrei citare mille nomi, tra chi si è cimentato in sonorità minimal e chi in modalità techno, sino alla bass music di Miami e all’elettronica sperimentale degli anni Settanta. Colleziono dischi di generi diversi e tutti hanno esercitato una certa influenza sulla mia musica.

Non hai nominato i tuoi concittadini Kraftwerk.

Vero. “The Man Machine” (1978) e “Trans Europe Express” (1977) sono stati album importanti per me. Continuano ad aver una certa influenza perché hanno ritmo.

Hai incominciato la carriera come produttore a metà degli anni Duemila tramite un pugno di bizzarri alias quali Elec Pt1, Lausward, Manager 111, The Manager, The Minister e Trajical Bitch. Ognuno di loro ha una storia, vero?

Elec Pt1 fu per un lungo periodo il mio pseudonimo principale e corrisponde a suoni più forti e sperimentali a cui ero solito ricorrere principalmente nei primissimi anni. Il nome fu scelto, perché un giorno mandai qualche demo ‘electro’ in cd a diverse etichette. Doppi cd. Su uno scrissi Elec Pt1, sull’altra Tro Pt2. Mettendoli insieme formi la parola Electro Pt1 e Pt2. I ragazzi della label Das Drehmoment pensarono bene che il mio nome sarebbe stato Elec Pt1. Fu abbastanza divertente per me adottarlo da quel giorno in poi. Manager 111 o, semplicemente, The Manger è stato l’alias più ‘technoide’. Lausward non è più attivo al momento. Sarà utilizzato per release electro. Tra l’altro, Lausward è il nome della centrale elettrica situata nella mia città natale, Düsseldorf. Denominazione ufficiale in tedesco: Kraftwerk Lausward! Casualità?

Trajical Bitch è, invece, un nomignolo progettato per un piano di riserva, ma il meglio deve ancora arrivare. Eppure non c’è uno stile di riferimento e il distributore non ha promosso bene “Cosmic Dust E.P.” (2008) perché non aveva idea di chi l’avesse realizzato. L’idea per The Minister venne da DJ TLR, il fondatore dell’etichetta Crème Organization. Non c’è nessuna idea particolare dietro questo alias, era solo che si adattava bene al disegno della mia prima uscita sulla label olandese. Mi piace anche questo nome e lo userò in futuro, o almeno spero. Di recente, ho realizzato per la prima volta un remix come The Minister per Humandrone su Snuff Trax.

Come Andreas Gehm ti sei, invece, inserito nella scena deep house tramite, ad esempio, brillanti singoli quali “My So Called Robot Life” E.P. (2009), “U Don’t Love Me Anymore” EP (2011) e “What’s On Ur Mind EP” (2012).

Come su tutti i lavori creativi, non c’è molto da dire. Su alcune tracce ci ho lavorato una settimana o poco più e qualche volta ho un raptus e ne finisco tre in una settimana. Qualche volta mi soffermo su una traccia per tre settimane, ritoccando centinaia di piccoli ‘dettagli’ all’interno, le sue pause e via dicendo, ma nessuno se ne importa di questo modus operandi, mentre altre tracce sono molto veloci e piacciono subito agli ascoltatori. La mia prima traccia in vinile, Last Night su Kommando 6, fu fatta in dodici minuti, più altri cinque minuti di arrangiamento live. Ho detto tutto.

In che modo vivere in Germania ha influenzato la tua visione della musica?

Onestamente, penso in nessun modo. Avrei forse potuto vivere anche sulla Luna e realizzare le stesse tracce che produco adesso.

Qual è il tuo attuale equipaggiamento da studio?

Roland TR-707, Roland JX-8P, una Roland R8 e poco altro. Immagino che molte persone saranno deluse da questa mia rivelazione, ma faccio un sacco di cose con il computer. Mi ci vuole un po’ di tempo per mettere a punto delle sonorità digitali che suonino analogiche cosicché anche i fanatici dell’analogico possano pensare che faccia ricorso soltanto a questo. Alla fine del giorno, l’importante è ciò che viene fuori dalle casse!

Quando pensi che una traccia sia completa?

La traccia è finita quando la registro. L’aggiornamento è una lezione giornaliera.

Ti aspettavi negli anni tanto affetto da parte degli ascoltatori?

Dopo il mio primo 12” su Bunker ero veramente felice di tutti i feedback positivi che avevo ricevuto. A quel tempo, anche dopo il mio secondo singolo, sembrava essersi esaurito il revival acid. C’era un piccolo gruppo di nerd come me che suonava queste tracce. Sono veramente felice che sempre più persone scoprano questo genere.

Hai realizzato remix per artisti come Andreas Henneberg, Claus Bachor, Humandrone e altri ancora. Qual è il tuo approccio al remix?

Ascolto qualche volta le tracce originali e analizzo cosa posso fare. Mi piace realizzare remix sia tirando fuori ciò che c’è di bello nel brano che aggiungendo un mio tocco personale. Il brano può finire in tutt’altra maniera rispetto all’originale.

La tua discografia mette in risalto una sorta di relazione speciale con alcune etichette che hanno rilasciato più di un tuo 12”, giusto? Come sei venuto in contatto, per esempio, con Claus Bachor, Deixis, Jamal Moss e gli Snuff Crew?

Conosco gli Snuff Crew da diversi anni perciò, quando hanno avviato la loro etichetta, mi hanno chiesto di firmare la prima release. Idem Deixis. Le uscite su Mathematics Recordings, Psycho Thrill e Bunker sono andate in porto grazie al classico modo: ho inviato loro dei buoni demo. La ragione per la quale sono stato pubblicato sulla maggior parte delle etichette più di una volta è abbastanza semplice: quando ho un buon contatto la prima volta, invio ancor più tracce la successiva. Ovvio, no?

Come ti poni, invece, nei confronti del digitale?

Sono un grande appassionato del vinile e lo sarò sempre, ma non ho niente contro il digitale. La gente decide se ascoltare o meno un mp3, non posso forzarla. Rispetto le piccole quantità di vinili vendute, le vendite digitali permettono di ammortizzare i costi di produzione dei dischi. Fin qui, la ragione per la quale non tutte le mie produzioni sono state convertite in digitale è che, nella maggioranza dei casi, l’etichetta ha deciso così.

Che cosa hai in programma per il futuro?

Ho una traccia in uscita su J.A.M. Traxx, l’etichetta di Tiger Mask, e ne ho anche realizzato un’altra, per ora inedita, insieme al grande Hard Ton.

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